martedì 19 febbraio 2013

Tafazzi è di sinistra


Tafazzi, il noto personaggio comico portato in scena da Aldo, Giovanni e Giacomo negli anni ’90, è certamente di sinistra.
L’ho capito durante questa campagna elettorale, vedendo con quanto impegno tutte le componenti del centrosinistra italiano, dal PD fino a Rivoluzione Civile, passando per SEL, hanno cercato in ogni modo possibile di alienarsi le simpatie dell’elettorato che dovrebbe riconoscersi in loro.
L’autolesionismo ha sempre fatto parte del DNA dei partiti della sinistra nell’ultimo ventennio, basta vedere le epopee dei due governi Prodi inesorabilmente naufragati, la “mitologica” Bicamerale (e D’Alema è il campione del “tafazzismo politico”) o le continue scissioni che hanno indebolito e frammentato sempre più i reduci dell’ex PCI, portando Rifondazione e Comunisti Italiani a dibattere da quindici anni su questioni di lana caprina, tanto da essersi ormai ridotti a partitini che faticano a superare il 2%.
Nel corso di queste ultime settimane, però, le varie anime del centrosinistra si sono scatenate: scambi di battute, bisticci, attacchi reciproci sono stati all’ordine del giorno, salvo poi fare pace nel weekend, ricominciando daccapo il lunedì mattina. E in questo patetico teatrino non recitano soltanto i protagonisti della politica, ma anche le basi dei vari movimenti (esilaranti certi scambi di battute sui social network tra “arancioni” e attivisti di SEL), impegnate con così tanta convinzione a denigrare i propri “vicini” da dimenticare che, alla fine della fiera, politicamente parlando i veri avversari sono e devono restare il Centro e la Destra.
Rivoluzione Civile non perde occasione per criticare il Partito Democratico e il suo sostegno incondizionato al governo Monti, poi però lo stesso Ingroia si dice disponibile a fare il ministro in un esecutivo Bersani.
I giorni dispari. Sì, perché poi, in quelli pari, gli “arancioni” inseguono Grillo sul terreno del populismo con slogan semplicistici e temi che hanno presa sull’elettore medio (un esempio su tutti, la sperimentazione animale) e si dicono disponibili al dialogo con i 5 Stelle.
Ma Tafazzi è indubbiamente un elettore del PD. Anzi, di più, Tafazzi al PD sembra scrivere pure il programma. Perché questa campagna elettorale dei democratici è una sequela infinita di martellate nelle gonadi. Avevano iniziato bene, con la grande partecipazione alle primarie, ma poi la strada verso il voto si è trasformata in una via crucis: l’esplosione del caso MPS è arrivata di certo nel momento peggiore possibile e il coinvolgimento del partito, seppur indiretto, è innegabile.
Ma è sulle alleanze “a targhe alterne” che Bersani e i suoi compagni di partito hanno dato il meglio. Sì, perché questo continuo balletto, questo “apriamo-al-centro-ma-Nichi-non-si-tocca” ha avuto l’esito opposto a quello che avevano sperato, non ha attirato sia gli elettori di centro che quelli di sinistra, ma ha allontanato entrambi.
Per carità, intendiamoci: non metto in discussione il diritto di critica e la naturale dialettica tra le diverse forze politiche che sono l’anima della democrazia, ma questi ultimi mesi sono stati la pubblicità più bella per l’antipolitica grillina (cui la sinistra ha anche regalato la piazza come centro di aggregazione e propaganda).
Non si chiede ai partiti del centrosinistra di fare pompose promesse elettorali (a quelle ci pensa Berlusconi) o di riunirsi in un grande coalizione (che finirebbe, tanto per cambiare, per essere rissosa e sempre in bilico per il potere coalittivo di ogni singolo partitino pronto a staccare la spina), sarebbe bastato portare avanti una campagna elettorale seria e ragionata, in cui si parlasse di temi, proposte e progetti, invece che delle solite telenovelas sulle alleanze, perché per una volta piacerebbe anche a noi di sinistra poter dire di essere dalla parte di quelli che vincono.
Dennis Turrin QdS

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