lunedì 2 aprile 2012

L'intransigenza del governo e le ragioni della società civile


Anche se sui giornali e nelle televisioni non se ne parla più, non si è fatto alcun passo indietro rispetto all’acquisto di 131 caccia bombardieri F35. Anche se non se ne parla quasi più, la Tav tra Torino Lione è una questione tutt’altro che risolta.

di Pietro Raitano - 28 marzo 2012



Spendere 15 miliardi di euro per dotarsi di armi dal “discutibile” (per usare un macabro eufemismo) utilizzo e dalla infondata utilità non è una decisione da poco, così come realizzare una tratta ferroviaria costosa, distruttiva del territorio e inutile. Inutile e dannosa, come hanno dimostrato decine di ricerche indipendenti che la maggior parte dei politici e dei commentatori ha deliberatamente ignorato. 
Il silenzio che è calato su queste vicende è preoccupante. Perché è voluto da chi considera le proteste della società civile come un “passaggio” da sopportare e assecondare, per poi però tirare dritto come se nulla fosse. Facendo finta di niente.
Invece l’acquisto degli F35 e la realizzazione dell’Alta velocità tra Torino e Lione costituiscono uno spartiacque. Chi li sostiene ha perso del tutto credibilità: o per incompentenza, o per interessi più o meno nascosti. Siano essi politici, giornalisti, imprenditori, sindacalisti. 
Il 2 marzo a Roma è stato presentato l’ennesimo rapporto del Nimby Forum, che monitora le proteste territoriali contro opere di varia natura. Già il nome che si è data l’organizzazione svela la lettura che viene data. Il Nimby Forum ha contato 331 opere contestate in Italia, metà delle quali ancora in fase di progetto. “Di questo passo l’Italia si blocca” è stato il commento più diffuso sulla stampa nazionale. 
Inutile ribadire che la retorica del “fare”, del “decidere”, ci ha stancato. È vecchia.
Il presidente dell’associazione Aris, da cui nasce il Forum, ha però ricordato i vantaggi dell’avere un governo tecnico al potere: non dover sottostare al “consenso elettorale” e quindi avere più libertà nel portare avanti le opere.
A pensarci bene, è un ragionamento pericoloso. Perché un conto è combattere le clientele e le contingenze -tanto frequenti coi governi precedenti, di qualsiasi parte politica fossero-, un conto è ignorare la sovranità costituzionale del popolo. 
Il quale non si può presupporre essere incapace di scegliere il meglio per sé stesso. 
La superficialità con cui si guarda alle ragioni della società civile è arrogante, offensiva, ignorante. 
Quindi inaccettabile. 
Anche perché la stessa “intransigenza” non si vede in altri campi. Ad esempio, quando l’esecutivo ha cercato di annullare la pratica delle commissioni bancarie legate all’erogazione del credito a famiglie e imprese. Quando ancora la norma era una bozza, la levata di scudi del mondo bancario è stata eccezionale: l’intero comitato di presidenza dell’Associazione bancaria italiana, guidato dal presidente Giuseppe Mussari, ha presentato in blocco le proprie dimissioni. Ottenendo il dietrofront del governo (addirittura Il Giornale ha titolato “Ecco i banchieri no global. La finanza sale sul traliccio”: un cortocircuito comunicativo notevole). 
Una cosa analoga è avvenuta in merito alla regolamentazione dei pagamenti della grande distribuzione organizzata ai propri fornitori (ne parla Maurizio Gritta a pagina 21). La stessa intransigenza non si mostra nei confronti della Fiat, che impone le proprie politiche industriali al Paese in barba ai 2,5 miliardi di euro di aiuti di Stato che ha ricevuto negli ultimi 20 anni (senza contare la cassa integrazione). 
La verità è che questi anni, questi mesi sono il tempo che ci è dato per giocare una partita fondamentale, che condizionerà questa e le prossime generazioni. Una partita che contrappone modelli e paradigmi, a volte inconciliabili. 
Ma che presuppone un profondo cambiamento culturale, che non può che provenire dal basso, dalle periferie (come la Val di Susa). 
“La vera prigione -ha scritto l’attivista nigeriano Ken Saro-Wiwa- non è il tetto che perde, non è il ronzio delle zanzare nell’umida, miserabile cella [...]. Non è questo. Sono le bugie che ti hanno sfondato il cranio per un’intera generazione”.

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