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venerdì 27 settembre 2013

Come spendere meno con l’automobile: tutti i consigli utili

Risparmiare con l’auto è possibile:bastano pochi e semplici gesti per salvaguardare non solo il portafoglio ma anche l’ambiente evitando inutili emissioni inquinanti.
COME RISPARMIARE SULLE SPESE DELL’AUTOMOBILE - Ecco tutti i consigli utili:
  • EVITARE LE ACCELERAZIONI IMPROVVISE
La guida a scatti non contribuisce altro che ad aumentare il consumo di carburante, con conseguente crescita delle emissioni di gas nocivi per l’ambiente che influiscono negativamente sulla qualità dell’aria che tutti noi respiriamo. Senza contare i risvolti spiacevoli sul portafoglio dati i prezzi stellari che la benzina ha raggiunto. Pochi attimi di guida spericolata possono provocare emissioni di monossido di carbonio pari a 30 minuti di guida normale.
  • RALLENTARE
Spesso una velocità eccessiva può essere causa di incidenti. Abbassare la velocità anche di soli 10 chilometri all’ora permette di risparmiare carburante e di diminuire le emissioni inquinanti della propria auto.
  • MARCIA SUPERIORE
Sceglierla appena possibile, a seconda del tragitto che si sta percorrendo, permette non soltanto di salvaguardare il funzionamento del motore ma anche di diminuire la quantità di benzina utilizzata e le emissioni di gas nocivi ed inquinanti.
  • PIANIFICAZIONE
E’ buona norma pianificare in anticipo i propri spostamenti in automobile, sia che si tratti di tragitti brevi, sia che ci si prepari ad affrontare un viaggio a lunga percorrenza. In particolare si potrebbe provare ad individuare dei percorsi alternativi che permettano di evitare il traffico tipico delle ore di punta, che pone sotto sforzo il motore a causa dell’alternanza di pause e di accelerazioni, incrementando il consumo di carburante.
  • PNEUMATICI
Un controllo periodici degli pneumatici giova alla propria sicurezza stradale, ma anche all’ambiente. In particolare bisognerebbe valutare periodicamente la corretta pressione degli stessi. Questa operazione andrebbe effettuata una volta al mese. Una pressione corretta degli pneumatici riduce il consumo di benzina.
  • CAMBIARE L’OLIO
 Sempre prima di partire per un viaggio: un cambio d’olio effettuato al momento giusto può rappresentare la salvezza per il vostro motore oltre che garantire una diminuzione dei consumi della vostra automobile.
  • PARCHEGGIARE CON SENNO
Evitare di posteggiare al sole in estate permette di non essere vittime di fenomeni di evaporazione del carburante dovuti al caldo, oltre che di non azionare il climatizzatore una volta risaliti in macchina. Scegliere un parcheggio al coperto o riparato in inverno potrà proteggere la vostra auto dai danni provocati da umidità e gelo.
  • IL PIENO
E’ bene cercare di evitare di riempire il serbatoio fino all’orlo e ricordare di avvitare accuratamente il tappo di chiusura. La benzina è in grado di evaporare molto facilmente e rapidamente, raggiungendo in questo modo l’atmosfera. Si tratta di semplici accorgimenti che potranno garantirvi di risparmiare fino a 30 litri di benzina all’anno.
Fonte: Non Sprecare

venerdì 2 agosto 2013

C’è poco da festeggiare. Solo la crisi abbatte lo smog italiano

La conferma arriva dal nuovo report ambientale dell’Istat: meno traffico rispetto all’anno nero dell’inquinamento (il 2011) e – buona notizia – più eco-automobili sulle strade. Ma al centronord tutte le grandi città sforano i limiti europei per le micidiali polveri sottili. Aumenta dell’1% il verde urbano

La crisi abbatte i consumi e, di riflesso, lo smog. Secondo i dati più recenti dell’Istat, in Italia scendono infatti la cattiva qualità dell’aria – con il nord che rimane comunque sotto la cappa delle polveri sottili – così come la densità del traffico, sia per la rinuncia a un mezzo proprio che per il caro-benzina.
Allo stesso tempo aumentano le auto attente all’ambiente e le città, comprese le big, guadagnano sempre più spazi verdi.
Pm 10: “solo” 52 giorni di sforamento – È insomma una fotografia a 360 gradi quella scattata dall’Istat nel nuovo report sui dati ambientali e la qualità dell’ambiente urbano del paese.
I numeri chiave. Scendono i giorni consentiti di sforamento oltre la soglia per l’inquinamento da pm 10: nel 2012 sono stati 52 contro i 59 del 2011 (anno nero dello smog) i capoluoghi dove si è andati oltre i 35 giorni critici. Ma al nord il problema rimane: qui sono i primi dieci comuni inquinati dalle polveri sottili, con le eccezioni Frosinone (seconda) e Siracusa (nona). Riescono invece a fare meglio il centro e il sud. Vanno bene i grandi comuni, dove i picchi diminuiscono quasi ovunque, a parte Bologna (più quattro giorni), Firenze (più dieci) e Napoli (più 24). Ma sotto il tetto dei 35 superamenti, tra le grandi città rimangono soltanto Genova, Bari, Messina e Catania, chiaramente agevolate dal clima e dalla ventilazione.
Le auto ecologiche superano quelle inquinanti – Tra le buone notizie c’è che il parco auto italiano è sempre più ecologico. La diffusione delle autovetture meno inquinanti nel 2012 ha per la prima volta superato quella delle più inquinanti.
In realtà, spiega l’Istat, complessivamente gli italiani sono meno motorizzati: l’anno passato il tasso di motorizzazione è risultato di circa 609 autovetture per mille abitanti, arrestando la crescita ininterrotta degli ultimi dieci anni. Diminuisce anche la domanda di trasporto pubblico (meno 7,4% rispetto all’anno 2011) con il parallelo aumento delle tariffe. La spiegazione principale, secondo il Codacons, si trova nella situazione economica: “È un chiaro indice della grave crisi in corso, insieme con la riduzione degli spostamenti”. Così, il miglioramento della qualità dell’aria sarebbe – secondo l’associazione dei consumatori – sarebbe dovuto principalmente alla riduzione dei veicoli in circolazione.
31,4 metri quadri di verde urbano a testa – Nota lieta, infine, è l’aumento del verde nelle città, anche se in minima percentuale: più 1% rispetto al 2011. Cosa che comunque consente a ciascun cittadino di avere a disposizione in media uno spazio di verde urbano pari a 31,4 metri quadrati.
Nel 2012 il verde urbano rappresenta il 2,8% del territorio dei comuni capoluogo di provincia, pari a oltre 570 milioni di metri quadrati. A elevato profilo green sono 16 comuni, ossia il 13,8% dei capoluoghi: sette in Lombardia (Como, Monza, Brescia, Pavia, Lodi, Cremona e Mantova), oltre a Prato, Matera e Reggio Calabria e sei grandi città come Genova, Trieste, Roma, Napoli, Palermo e Cagliari.

Scarica subito il rapporto ambientale dell’Istat!

martedì 21 maggio 2013

LA DECRESCITA NON CI VERRA' MAI IMPOSTA DALL'ALTO

DI MANUEL CASTELLETTI
ilribelle.com

Secondo Serge Latouche [1], “decrescita non è il termine simmetrico di crescita, ma uno slogan politico con implicazioni teoriche”, “è una parola d’ordine che significa abbandonare radicalmente l’obiettivo della crescita per la crescita, un obiettivo il cui motore non è altro che la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale e le cui conseguenze sono disastrose per l’ambiente”.


Secondo Maurizio Pallante, “la decrescita è invece la riduzione volontaria della produzione di alcuni tipi di merci che si ritengono inutili o dannose, come chi decide di dimagrire per stare meglio e riduce volontariamente l’assunzione di alcuni cibi che ritiene controproducenti o nocivi per la sua salute” [2], dove “tra decrescita e recessione c’è un rapporto analogo a quello che intercorre tra chi mangia meno di quanto desidera perché vuol dimagrire e chi è costretto a farlo perché non riesce a procurarsi il cibo” [3].
Tra le due definizioni, pur concettualmente simili, ritengo che vi sia comunque una differenza, data dal grado di intensità con cui si dovrebbe attuare la decrescita, con la posizione di Latouche che è più netta e marginale (si tratta di “abbandonare radicalmente l’obiettivo della crescita per la crescita”), mentre quella di Pallante sembra contemplare un qualche compromesso con il Sistema (“riduzione volontaria della produzione di alcuni tipi di merci”). La decrescita che ha in mente Pallante potrebbe forse andar bene per i paesi che già sono sviluppati, ovvero dove la sfera economica ha raggiunto l’apice del proprio vigore e la popolazione è stata completamente anestetizzata dall’economia, almeno in una prima fase.
La prima fase di transizione potrebbe avvenire d’accordo con il potere politico e le istituzioni internazionali, per cercare di prendere misure volte a ridurre l’impatto ambientale senza che si arrivi a sacrifici e privazioni troppo radicali e quindi difficilmente accettabili da parte della popolazione. La ricetta che ci fornisce Pallante è quella “dello sviluppo di innovazioni tecnologiche finalizzate a ridurre progressivamente il consumo di risorse, l’inquinamento ambientale e la produzione di rifiuti a parità di produzione; della diffusione di stili di vita fondati sulla ricerca del benessere e non del tanto avere” [4], nella sostanza si tratta di migliorare l’efficienza energetica, evitare gli sprechi, ridurre il numero di rifiuti, far durare più a lungo i beni che si producono (sia migliorandone la qualità, che sensibilizzando gli acquirenti a utilizzarli finché sono funzionali), preferire l’uso dei mezzi pubblici e della bicicletta all’auto privata e via dicendo.
Occorre però tenere a mente che si tratterebbe comunque di una breve fase di transizione, utile per rovesciare i valori delle masse. Perché tutte queste misure manterrebbero comunque lo status quo (ovvero quei valori economici responsabili della tragedia della modernità) in uno scenario che nella sostanza rimarrebbe inalterato – è quella green economy che i fautori del progresso tengono in serbo come ultima e disperata carta da giocare prima del definitivo collasso.
Personalmente credo che una decrescita pilotata dall’alto sia praticamente irrealizzabile in questo contesto perché tutto, dalle scelte politiche dei seppur democraticamente eletti governi (ma di fatto al servizio delle varie lobby economiche), passando alle ultime conquiste tecnologiche (negli USA la quota preponderante della ricerca scientifica avviene nei laboratori di aziende private ed è quindi funzionale alle trimestrali che determinano i bonus dei manager e i dividendi degli azionisti) e quindi alle scelte di vita dei singoli individui (comandate ad arte da pubblicità e media posseduti dagli stessi gruppi economici che controllano ricerca e politica), sembra essere programmato per perpetuare quei valori economici necessari ad autoalimentare la società in cui viviamo.
L’unica forma di decrescita possibile è quella individuale (o legata a una piccola comunità).

Manuel Castelletti (lettore de La Voce del Ribelle)
Fonte: www.ilribelle.com
Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2013/5/20/la-decrescita-non-ci-verra-mai-imposta-dallalto.html
20.05.2013 
[1] Serge Latouche. La scommessa sulla decrescita (2009). Feltrinelli editore, pag. 11.
[2] Maurizio Pallante. La felicità sostenibile (2009). Rizzoli –edizione digitale, pos. 68-70.
[3] Ibid, pos. 56-57.
[4] Ibid, pos. 245-48.

venerdì 19 ottobre 2012

LA FROTTOLA DELLO SPREAD

Il differenziale Italia-Germania era già sceso così, ma non vi sono stati miglioramenti sostanziali per il debito pubblico, che è il macigno che grava sullo Stato italiano

Evviva, lo spread è sceso! Da mesi gli occhi degli italiani sono puntati su questo termometro della salute dell'Italia, sino a pochi anni fa conosciuto solo agli addetti ai lavori. Ora che si è avvicinato a 300, è un tripudio nazionale.
Lo spread, ossia il maggior rendimento dei titoli italiani e in particolare di quelli decennali rispetto a quelli tedeschi, è un indicatore significativo. Se le Bundesanleihen rendono il 1,5% e i Btp decennali il 4,6%, il motivo è uno solo: si continua a ritenere più probabile un fallimento dell'Italia che della Germania. È infatti una frottola che un tale differenziale dipenda dalla minore liquidità dei titoli di stato italiani; e sono fuori luogo i rimandi alla perdita della sovranità monetaria del Tesoro italiano, perché vale anche il Tesoro tedesco. Soprattutto hanno spread più bassi titoli in euro di paesi privi di ogni voce nella Banca Centrale Europea (BCE): Polonia (il 2020 al 2,6%), Brasile (il 2017 all'1,7%) e anche Turchia, Messico ecc.
I risparmiatori, che rifuggivano i titoli di stato italiani quando rendevano tanto, ora che rendono meno li sottoscrivono entusiasti. Si veda il successo della terza emissione di Btp Italia. Non che sia una schifezza, ma sarebbe curioso sapere quanti hanno presente che i corsi della prima emissione finirono anche sotto i 93 euro, precisamente il 26-3-2012, rischio che coi buoni fruttiferi postali non si corre.

L'Italia è davvero rientrata nel novero dei paesi sani? È presto per spellarsi le mani ad applaudire il governo. Come mostra il grafico in fondo all'articolo, lo spread Italia-Germania era già sceso circa altrettanto. Nel frattempo non vi sono stati miglioramenti sostanziali per il debito pubblico, che è il macigno che grava sullo Stato italiano, per cui è solo una speranza che non salga ulteriormente. La novità è che la BCE potrebbe intervenire per aiutare i titoli italiani. Ma se si arriva lì, bisognerà vedere quali condizioni verranno imposte all'Italia e quali reazioni politiche ne scaturiranno. Tenere sotto controllo un debito pari al 123% del prodotto interno è sempre arduo e può diventare impossibile con una crisi economica e/o una classe politica vorace.

La fa troppo facile anche la BCE che nel numero di settembre 2012 del suo Bollettino Mensile (pagg. 93-98) prevede comunque sotto il 120% il rapporto debito/Pil scenda a partire dal 2018 anche nello scenario definito sfavorevole. Che sarà sfavorevole, ma lo è in misura edulcorata, perché viene ipotizzata una variazione del Pil solo del -1,2% nel 2012 e addirittura un +0,5% nel 2013. 
È come dire che una persona gravemente malata di cuore nel caso più favorevole dovrà prendere molte medicine. Nel caso più sfavorevole morirà.

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giovedì 20 settembre 2012

Con Cortilia.it la spesa si fa online dal contadino


Ve ne avevamo parlato qualche tempo fa con l'intervista video a Marco Porcaro e rieccoci con una novità: Geomercato lancia la sua nuova piattaforma online, Cortilia.it, un'idea che ci piace perché mette in contatto produttori e consumatori, senza intermediari, e organizza la consegna della spesa a domicilio.
Come funziona? Ogni utente può fare la spesa direttamente dagli agricoltori locali: per garantirne la freschezza, i prodotti sono raccolti o preparati nell’arco di poche ore e consegnati a casa nella fascia oraria indicata. L’assortimento e i prezzi sono stabiliti dall’agricoltore senza intermediari.
Oggi è anche possibile scegliere se fare una singola spesa occasionale oppure abbonarsi a una cassetta di frutta e verdura che verrà consegnata a casa una volta a settimana. L’abbonamento consente, inoltre, di aggiungere alla propria spesa anche singoli prodotti, come formaggi freschi, carne, conserve, uova, birra artigianale,...  
“Vogliamo promuovere un modello di spesa e consumo sostenibile, riscoprendo il gusto dei prodotti localie valorizzando la produzione del territorio”, ha sottolineato Marco Porcaro. Per il momento il servizio è disponibile a Milano e Monza ma, assicura, nei prossimi mesi verrà esteso ad altre città italiane.
Non Sprecare

martedì 18 settembre 2012

La grande transizione


La Conferenza internazionale per la decrescita, la sostenibilità ecologica e l'equità sociale sbarca a Venezia, dal 19 al 23 settembre, portando in laguna riflessioni e buone pratiche. Oltre a conferenze e workshop, in programma iniziative per i bambini, presentazioni di libri, turismo responsabile con "Viaggi e miraggi"e l'"Aia della laguna", uno spazio dedicato alla sovranità alimentare. Prima della Conferenza in programma anche il convegno Gas-Des

Altreconomia di Chiara Spadaro - 12 settembre 2012


Vista dall’alto è sempre sembrata un pesce, ma Venezia di settembre cambia forma. A ben guardare, si è già trasformata in una chiocciola, gialla e rossa, che attraversa lenta la laguna, preparandosi alla “grande transizione”. È questo il tema della terza “Conferenza internazionale per la decrescita, la sostenibilità ecologica e l’equità sociale”, in programma nella città veneta dal 19 al 23 settembre 2012. La novità della Conferenza di Venezia rispetto alle precedenti edizioni (a Parigi e Barcellona) è “il tentativo di unire teoria e pratica, intrecciando i momenti di approfondimento sulla decrescita dal punto di vista teorico alle esperienze virtuose che sono già realtà nei territori”, spiegano i promotori.
La Conferenza -promossa da Associazione italiana per la decrescita (decrescita.it), Comune di Venezia, Istituto universitario di architettura di Venezia (Iuav), Università di Udine, SpiazziVerdi, Research&Degrowth, Sesterzo, Kuminda e Arci- è il frutto di oltre un anno di lavoro che ha coinvolto decine di volontari, oltre 80 partner in tutta Italia e 13 media-partner (tra cui Ae), e che porta in città 50 relatori e, secondo le aspettative, 600 partecipanti internazionali. 
Il budget della Conferenza -il “bilancio di sostenibilità”, certificato da Bilanci di Giustizia, è consultabile on line- è di circa 85mila euro, autofinanziati in buona parte (60mila euro) dalle iscrizioni dei partecipanti (200 euro per i lavoratori, 110 per i precari e gli studenti, 75 per i disoccupati). Altri contributi vengono dal Comune di Venezia (10mila euro), Valcucine (2.500 euro), Coop Venezia (2mila euro) e una decina di altre imprese che sostengono la conferenza con prodotti, servizi o donazioni. 
La Conferenza è diffusa, e la chiocciolina gialla e rossa indica la strada giusta verso la transizione. Fate caso, perciò, anche alla panchina sulla quale state per sedervi, all’aiuola che c’è accanto, al bancone dove avete ritirato il vostro pass: gli allestimenti sono a cura di “Riii-Ri-ciclo. Ri-progetto. Ri-uso”, un laboratorio di autocostruzione con materiali di scarto nato tra i banchi della facoltà di Architettura dello Iuav. Dall’ottobre 2011 gli studenti di InTransizione (intransizionearchitetturaetica.blogspot.it), l’associazione veronese Revers (reverselab.it) e un gruppo di studenti Iuav hanno realizzato una serie di laboratori trasformando materiali di recupero in veri oggetti di eco-design funzionali alla Conferenza, che saranno poi donati alla città per essere riusati in spazi pubblici.
Prima della conferenza, il documentario “L’economia della felicità”, proiettato alla presenza dell’autrice, Helena Norberg-Hodge, martedì 18 settembre nella multisala Giorgione, in collaborazione con il Circuito cinema del Comune. L’apertura ufficiale è il 19 settembre, con l’incontro pubblico “La grande transizione”, dalle 16 alle 19.30, al teatro Malibran, con i promotori dell’evento e alcuni relatori internazionali (tra gli altri, saranno a Venezia Serge Latouche, Ignacio Ramonet, direttore di Le Monde Diplomatique, il teologo brasiliano Marcelo Barros). 
Tra gli altri eventi collaterali, anche una rassegna cinematografica sulla decrescita nella Casa del cinema di Venezia (a palazzo Mocenigo), promossa dall’Arci. Tutti i pomeriggi, nella Serra dei giardini (sestiere Castello, 1254), l’associazione Franca e Franco Basaglia (www.fondazionebasaglia.it) propone “Solo i bambini possono crescere”, un laboratorio creativo per introdurre i più piccoli, e non solo loro, a nuovi modi di vedere le idee di follia, la diversità, le paure e le aspettative. La scoletta Calegheri -antica sede dell’associazione dei calzolai veneziani, in campo San Tomà- diventa uno spazio dedicato all’informazione e alla cultura, in collaborazione con la libreria “Marco Polo”, con una ventina di incontri con gli autori al mattino e al pomeriggio (domenica 22 è in programma la presentazione di due libri di Ae, “Non è tutto verde quel che luccica” e “Piccolo è meglio”).
Le Zattere di Venezia si trasformano invece ne “L’aia della laguna”, promossa dalla Conferenza con AEres, SpiazziVerdi, Coltivare condividendo, Diversamente bio, Aiab Veneto, e la libera associazione Seminati: uno spazio di 72 metri quadri dedicato alla sovranità alimentare, alla salvaguardia della biodiversità, alle filiere corte e “a tutti i temi connessi alla terra come fonte di cibo e di vita”, spiega Eliana Caramelli, di SpiazziVerdi.
Si inizia il 19 settembre alle 20.30, con le “mani in pasta”, per realizzare un grande impasto collettivo di lieviti madre e prepararsi alla lunga “notte dei fermenti viventi”: un libero scambio notturno di semi e fermenti, che continuerà anche nelle giornate successive e sarà mappato su una grande carta del mondo, nella quale ogni seed saver potrà segnare dove porterà i semi della laguna.
“L’aia della laguna” fa parte degli eventi di “Altro futuro”, il primo “Festival della decrescita e della città sostenibile” organizzato da AEres Venezia. Mestre -dal 14 al 16 settembre, in piazza Ferretto- e Venezia -dal 19 al 23, alle Zattere- saranno il palcoscenico di un’esposizione che vuole distinguersi dalle tradizionali fiere del mondo eco, equo e solidale (il programma è suwww.altrofuturo.net).
“Il nostro tentativo è quello di demercificare l’offerta della fiera -spiega Massimo Renno, presidente della cooperativa sociale Il filò, socia di AEres-, concentrando l’attenzione sul progetto culturale e, in particolare, sulle buone pratiche, per offrire ai visitatori delle esperienze concrete che stanno andando nella direzione di un modello di crescita diverso”. “Abbiamo scelto di fare una fiera piccola, ma di qualità”, sottolinea Massimo. In piazza Ferretto, a Mestre, ci saranno circa 30 espositori. L’iniziativa ha un costo tra i 50 e i 70mila euro, a carico di AEres, che ha scelto di non avere sponsor, a eccezione del Comune di Venezia (è stato chiesto un finanziamento di 10mila euro, ma mentre scriviamo non sappiamo ancora se sia stato concesso). Alle Zattere, durante il Festival, è possibile degustare gratuitamente caffè, té e snack del commercio equo, oppure usare posate, piatti, taglieri e altri utili strumenti da cucina, durevoli e lavabili, per prepararsi uno spuntino con le materie prime dei produttori biologici locali (sono 7 le aziende agricole socie di AEres), che porteranno i frutti del loro lavoro.
Il futuro ci riporta al presente, o meglio, al “prologo” della Conferenza sulla decrescita: il convegno Gas-Des del 15 e 16 settembre alla Plip, la “centrale dell’altra economia” di Mestre (in via San Donà 145/c, www.centraleplip.it).“(Ri)costruire comunità territoriali capaci di futuro” è il titolo dell’incontro veneziano, organizzato da AEres e dalla rete dei Gas di Venezia (15 su tutto il territorio provinciale, oltre 500 famiglie coinvolte e 110 produttori, il 60% dei quali veneti). 
Il programma della Conferenza e degli eventi collaterali è sul sito venezia2012.it.---
 
Altre fiereDa Venezia alle Marche, la transizione è il filo conduttore tra la Conferenza per la decrescita e la Fiera della sostenibilità, a Fano (Pu, in piazza Amiani) dal 14 al 16 settembre. Giunta alla 7° edizione, è organizzata da Rees Marche E altre realtà locali (fieradellasostenibilita.org). 
In Lombardia c’è un’isola di “relazioni ed economie solidali”, nel parco comunale Garibaldi di Villa Guardia (Co): è“L’isola che c’è”, alla sua nona edizione, sabato 22 e domenica 23 settembre. Negli anni l’Isola -organizzata da associazione L’isola che c’è, Rete comasca di economia solidale e Associazione volontariato comasco, con il Centro servizi volontariato- ha sconfinato nel mare dell’economia solidale: dagli 80 espositori del 2003, a 180 (www.lisolachece.org).
Lo stesso fine settimana, 50 chilometri più a Sud, la moda critica, etica e indipendente sfida la fashion week, la settimana milanese dell’alta moda. “So critical, so fashion” porterà l’“altra moda” ai Frigoriferi milanesi (in via Piranesi 10). 
Il programma è su www.criticalfashion.it.

lunedì 17 settembre 2012

Rinnovabili, un "decalogo" per svilupparle in Italia

L'assemblea programmatica sullo "Sviluppo delle Fonti Energetiche Rinnovabili", uno dei gruppi di lavoro nell'ambito degli Stati Generali della Green Economy, propone un decalogo per sostenere lo sviluppo delle rinnovabili in Italia. La fase conclusiva degli Stati Generali della Green Economy si svolgerà a Rimini il 7-8 Novembre.

L’Europa è un mercato di riferimento a livello internazionale per le fonti rinnovabili con un milione di occupati nel settore e una potenza complessivamente installata pari al 45% di quella mondiale. In Italia circa il 10% del consumo finale lordo di energia è soddisfatto da fonti rinnovabili e le emissioni evitate sono state valutate in almeno 56 Mt CO2, mentre grazie alla minore importazione di combustibili fossili nella bolletta energetica sono stati risparmiati 8-10 miliardi di euro. Se il Paese sosterrà in maniera adeguata questo settore, al 2020 la quota di consumi energetici soddisfatta da rinnovabili sarà superiore all’obiettivo nazionale del 17%, e potrebbe arrivare al 30% al 2030, allineandosi così alla recente Roadmap europea.
Le emissioni evitate potranno così crescere a oltre 100 Mt nel 2020 e a 150 nel 2030, con una minore dipendenza da combustibili fossili che si tradurrà in un risparmio sulle importazioni di 18-20 miliardi €/anno al 2020 e di 26-30 miliardi €/anno al 2030.
Questo lo scenario tracciato nel documento sullo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili - che detta anche un “decalogo” per centrare questi obiettivi - presentato nel corso della sesta Assemblea Programmatica in preparazione degli Stati Generali della Green Economy che si svolgeranno a Rimini il 7-8 Novembre prossimo, nell’ambito di Ecomondo. Organizzati dal Ministero dell’Ambiente e da 39 organizzazioni di imprese green.
“Le Fonti energetiche rinnovabili - ha detto Pietro Colucci, Presidente di Kinexia e coordinatore del gruppo energie rinnovabili – hanno già fornito in questi anni, un deciso contributo in termini di maggiore sostenibilità ambientale, economica e sociale, indicando la crescita di questo comparto come uno dei fattori moltiplicativi dello sviluppo del nostro Paese. L’odierna, nuova sfida è quella di indirizzare questa crescita repentina verso la creazione di un modello industriale, sano, stabile e rivolto al futuro, che sia in grado di produrre innovazione, attirare investimenti e creare occupazione, rappresentando quindi una reale exit strategy dall’attuale crisi economica”.
Ecco il decalogo per sostenere lo sviluppo delle fonti rinnovabili in Italia:
1. Approvare la Strategia energetica nazionale e vigilare sulla sua attuazione con un Osservatorio
Il Ministero dello Sviluppo economico sta elaborando la Strategia energetica nazionale: dalle bozze in circolazione si desume che gli obiettivi al 2020 (ma non al 2030) saranno ancora più ambiziosi di quelli attribuiti all’Italia dal Pacchetto 20-20-20 della UE: è necessario partire da qui, ossia dal 23% di rinnovabili sul consumo finale lordo, arrivando al 38% nel settore elettrico. Ma servono strumenti efficaci e una seria verifica dei risultati. Per questo si propone l’istituzione di un Osservatorio.
2. Semplificare le procedure e ridurre i costi burocratici
Le rinnovabili, almeno nel caso di alcune tecnologie, scontano in Italia costi più alti della media europea: per esempio nel 2011 i costi del fotovoltaico sono stati superiori di oltre il 10%, per l’eolico on-shore del 20-30%. Su questo incidono in modo determinate le procedure e le norme attualmente in vigore, che andranno riviste alla luce delle migliori pratiche europee e nel rispetto della normativa comunitaria vigente.
3. Sostenere gli investimenti per arrivare a un progressivo superamento del sistema degli incentivi
Gli investimenti privati nello sviluppo delle rinnovabili saranno molto ingenti nei prossimi anni (90 Mld € al 2020 per le sole elettriche). Occorre varare una politica di sostegno agli investimenti attraverso un sistema di incentivi, differenziato per ciascuna fonte, da modulare al ribasso in relazione alla riduzione dei costi di produzione, da integrare progressivamente con nuovi strumenti nell’ottica di alleggerire il peso sulla bolletta e accompagnare le rinnovabili verso la competitività.
4. Creare un fondo per la Ricerca di Sistema Energetico e promuovere la creazione di un fondo per la ricerca privata autofinanziato dalle imprese green
Nel 2010 in Italia appena il 2% della spesa pubblica per Ricerca e sviluppo è destinato all’energia e di questa la quota destinata alle fonti rinnovabili è tra le più basse in Europa. È necessario quindi dare vita a un fondo per la Ricerca del Sistema Energetico alimentato attraverso un prelievo minimo sulle bollette elettriche e del gas e un impegno maggiore del settore privato.
5. Varare un programma ambizioso per lo sviluppo delle reti energetiche
Secondo la Commissione europea, nei prossimi anni saranno necessari 220 Mld € di nuovi investimenti nelle reti energetiche. Si propone di realizzare un programma nazionale di adeguamento delle reti energetiche che tenga il passo con gli obiettivi sulle fonti rinnovabili, a cominciare dallo sviluppo delle reti di teleriscaldamento, ancora insufficienti, e dalla rete elettrica che, già oggi, non sempre è in grado di accogliere tutta la produzione, determinando così una costosa inefficienza.
6. Prevedere misure per la generazione distribuita e a sostegno dei piccoli e medi investimenti
Lo sviluppo delle rinnovabili passa anche attraverso la diffusione di impianti medio-piccoli, piccolissimi, o di taglia domestica (oggi ci sono, per esempio, 700 mila impianti solari termici e 400 mila impianti fotovoltaici inferiori ai 3 kW). Insieme alla semplificazione burocratica si propone di: spingere gli istituti di credito a creare prodotti specifici; promuovere il ruolo attivo delle Esco; favorire la messa in rete di cittadini, amministrazioni e PMI favorendo forme aggregative.
7. Definire roadmap a medio-lungo termine per lo sviluppo delle tecnologie per le rinnovabili
Lo sviluppo di un'industria nazionale delle rinnovabili richiede di attivare politiche di sostegno specifiche per ognuna delle filiere tecnologiche. Per questo si propone di predisporre specifiche roadmap tecnologiche individuando punti di forza e debolezza delle tecnologie ed elaborando proposte di intervento e priorità per le diverse filiere.
8. Promuovere un'azione specifica per il sostegno allo sviluppo delle rinnovabili termiche
Il settore delle rinnovabili termiche presenta enormi potenziali di crescita, a oggi troppo poco sfruttati. Il loro sviluppo consentirebbe al 2020 di creare 130.000 nuovi posti di lavoro e ridurre di altri 5 milioni di mc l’importazione di gas naturale. Partendo dall’ormai prossima emanazione del Conto termico, si propone di sviluppare una “normativa quadro” chiara e stabile, basata su una maggiore sinergia tra i ministeri competenti.
9. Predisporre una strategia nazionale per il rilancio della filiera delle biomasse
Il potenziale energetico delle biomasse in Italia è molto elevato, ma permangono una serie di ostacoli al suo sfruttamento. Per ribaltare tale situazione si dovrà sviluppare un'economia del bosco in grado di promuoverne la gestione tutelando l’ambiente e il territorio. Inoltre sarà necessario sviluppare i biocarburanti di seconda e terza generazione, la filiera del biogas/biometano e la valorizzazione energetica della frazione biodegradabile dei rifiuti nel rispetto della gerarchia di gestione europea.
10. Ridefinire il ruolo del termoelettrico in un sistema a forte penetrazione di rinnovabili
Nel 2011, in Italia, i quasi 80 mila MW di impianti termoelettrici alimentati da combustibile fossile hanno lavorato in media meno di 2.900 ore. La crescita prevista delle fonti rinnovabili nei prossimi vent’anni sarà più che sufficiente a coprire l’aumento della domanda elettrica. È necessario che in questa fase produzione fossile e rinnovabile siano governate in maniera integrata. Per questo si propone l’istituzione di un tavolo di consultazione tra decisori politici e operatori del settore.
Per maggiori informazioni sugli Stati Generali della Green Economy: www.statigenerali.org
Qualenergia

mercoledì 12 settembre 2012

L’Italia nella morsa

Un Paese ostaggio delle scelte altrui. Il nostro futuro si decide in Germania, la cui Corte Costituzionale domani (12 settembre) si pronuncerà in merito ai ricorsi presentati contro la legittimità del nuovo Esm, il Meccanismo di stabilità europeo

di Alessandro Volpi Altreconomia

Chi avrebbe mai pensato, anche solo un anno fa, che una porzione non trascurabile dei destini italiani dipendesse dalle austere decisioni della Corte federale tedesca? 
La decisione presa da tale organo di rimandare al 12 settembre la propria pronuncia in merito ai ricorsi presentati contro la legittimità del nuovo Esm, il Meccanismo di stabilità europeo, ha messo in fortissima tensione gli spreaditaliani e spagnoli, con una lievitazione del costo degli interessi pagati dai due Paesi. Nello specifico italiano, il rinvio tedesco ha annullato gli sforzi compiuti con le manovre di bilancio, che hanno pesato negli ultimi 4 anni per oltre 330 miliardi di euro, fra nuove tasse e tagli lineari. 
Durante i mesi più caldi, quando i mercati sono molto “sottili”, caratterizzati da un volume di scambi contenuto, la speculazione può vincere senza grossi patemi le proprie scommesse ribassiste sui titoli sovrani. 
La mancata ratifica tedesca della nascita dell’Esm ha tolto ogni credibilità allo scudo anti-spread, che era stato presentato come una grande vittoria del premier Mario Monti. Senza l’Esm, infatti, mancherebbero le risorse per ogni intervento di acquisto dei titoli italiani, visto che alla Banca centrale europea è assegnato, nell’accordo di Bruxelles, solo il compito di agente per conto dell’Esm. In estrema sintesi, la mancata ratifica tedesca smonta buona parte della strategia di difesa del nostro paese concepita da Monti; e la liquidità disponibile per ogni intervento di pronto soccorso per evitare attacchi contro i titoli italiani si è limitata al solo Fondo salva-Stati, in cassa circa 150 miliardi, certamente insufficienti a rassicurare i mercati, anche perché il Tesoro italiano dovrà collocare da qui a fine anno 220 miliardi di titoli per rimborsare quelli in scadenza. Alla debolezza del Fondo salva-Stati si aggiungono altri elementi di tensione: 1) il Fondo monetario, pur apprezzando gli sforzi italiani, ha sostenuto che una richiesta formale di aiuto da parte dell’Italia nei confronti della troika -Commissione europea, Bce e Fondo- è pressoché inevitabile, alla luce, della scomparsa di compratori esteri di titoli del debito italiano (i compratori interni, con le banche già imbottite di Btp, scarseggiano); 2) il presidente della Bce, Mario Draghi, dopo aver ridotto i tassi ha fatto capire che non sono scontate nuove operazioni di acquisto sul mercato secondario dei titoli del debito pubblico dei Paesi in difficoltà, come non sono alle viste nuove operazioni di rifinanziamento delle banche a tassi stracciatissimi.La Germania è contraria ad appesantire il bilancio della Bce, e disponibile a trattare gli aiuti solo dopo significative cessioni di sovranità. Peraltro, è sempre più evidente che la liquidità immessa dalla Bce nelle banche europee finisce nei titoli dei Paesi ritenuti più solidi, come Germania, Finlandia e persino Francia e Belgio; 3) il declassamento di Moody’s ha tolto i titoli italiani dal paniere di molti investitori istituzionali e da alcuni “listini”, legati all’inflazione, riducendo ulteriormente lo spettro dei loro potenziali compratori. 
In simili condizioni, a poco è servito l’annuncio del ministro dell’Economia Vittorio Grilli, che ha provato a rassicurare i mercati annunciando un piano di riduzione del debito pubblico. Se tale piano fosse applicato per 5 anni, con un tasso di crescita del Pil nominale del 3%, lo stock di debito, secondo il ministro, si ridurrebbe fino al 100% del Pil. Pesano tuttavia varie obiezioni. Il Pil nominale al 3% vuol dire una crescita -al netto dell’inflazione- intorno all’1%; per il 2012 le stime parlano di una caduta del Pil del 2%. Inoltre, il meccanismo di cessione passa attraverso le cartolarizzazioni, già fallite in passato. Gran parte di queste operazioni infine faranno capo a Cassa depositi e prestiti, che utilizza risparmio postale e non può permettersi certo scelte rischiose. “Rassicurare” i mercati è fondamentale, ma è altrettanto importante che le rassicurazioni siano convincenti. Per non generare un effetto boomerang. ---

giovedì 6 settembre 2012

Crisi Grecia: e ora l'ignobile Europa pretende che lavorino 6 giorni su 7

Ecco i punti salienti di una missiva ricevuta da Samaras e inviata da BCE, Fmi e Commissione Europea con dei "suggerimenti" per far uscire il Paese dalla crisi. Comune denominatore: spezzate la schiena ai cittadini.

A) Incremento della flessibilità degli orari di lavoro: in tutti i settori si dovrebbe passare da cinque a sei giorni lavorativi per settimana. 

B) Ridurre il riposo minimo giornaliero a un massimo di 11 ore: le ore occupabili dal lavoro diverrebbero, così, 13.C Eliminare qualsiasi restrizione di orario massimo tra mattina e pomeriggio.

A seguito, "Crisi Grecia: e ora l'ignobile Europa pretende che lavorino 6 giorni su 7"(Debora Billi, Crisis);

D) Ridurre a una sola tipologia (e cifra) il salario minimo: non si dice quale sarebbe l'ammontare "ideale", ma si sottolinea che in un Paese come la Grecia, nel quale la disoccupazione è così alta, bisogna disincentivarla, rendendola meno "conveniente".

da RaiNews
5.09.2012


Non hanno fine le torture che vengono inflitte alla popolazione greca. Sono continuamente al lavoro le migliori menti criminali d'Europa per escogitare il prossimo tormento a cui sottoporre quell'infelice Paese. L'ultima ce la racconta il Guardian (foto:infophoto):
L'Eurozona chiede la settimana di sei giorni per i greci. I creditori vogliono che il governo ateniese introduca la settimana lavorativa di sei giorni come condizione per il secondo bailout. La richiesta è contenuta in una lettera della troika dei prestatori, ossia la Commissione Europea, La BCE e il Fondo Monetario. Nella lettera, si chiede l'adesione al pacchetto di austerity imposto, e si insiste sulla necessità di riforme radicali del lavoro, dai salari minimi agli straordinari all'orario flessibile.
Non è chiaro perché mai si pretenda che lavorino così tanto, se una buona parte dei greci è disoccupata, gli altri hanno perso gran parte del salario, e oltretutto nel Paese non c'è più praticamente un accidente da produrre. E' solo tortura.
E il sospetto, accusatemi di complottismo, un pochino viene: che la Grecia sia il Guinea pig del massacro europeo e che, piccola e poco potente, sia stata scelta per sperimentare gli effetti concreti delle politiche di distruzione degli Stati. Ci si spinge ogni giorno un pochino più avanti, si tira ogni giorno un pochino la corda, per poi studiare col microscopio le conseguenze sulle formichine impazzite e disperate. 
Beh, sapete che c'è? Io non voglio più far parte di questo disgustoso consesso di nazisti. Mi fa schifo l'idea di "stare in Europa", non è il mio Paese. Non mi interessa continuare nella finzionedi far parte del tavolo dei ricchi, se il prezzo da pagare è la lordura della nostra coscienza.
Cos'è l'Europa, un posto dove si tortura il membro più debole per punirlo della sua debolezza? Sono questi i "valori europei" che devo insegnare a mio figlio? Siete sicuri che volete credere ancora in questa ignobile sozzura?
Io no. Io non voglio "stare in Europa" a queste condizioni. Alle prossime elezioni, qualsiasi partito ritenga l'Europa un "valore" non avrà il mio voto.
Debora Billi
Fonte: http://crisis.blogosfere.it
Link: http://crisis.blogosfere.it/2012/09/crisi-grecia-e-ora-lignobile-europa-pretende-che-lavorino-6-giorni-su-7.html
5.09.2012

lunedì 3 settembre 2012

C'ERA UNA VOLTA L'IMMOBILE

DI EUGENIO BENETAZZO
eugeniobenetazzo.com

Per decenni gli italiani hanno confidato sul mattone come bene rifugio per eccellenza, tuttavia adesso senza più alcun dubbio possiamo affermare che queste esternazioni rappresentano certezze di un passato che non si ripresenterà mai più. Il numero delle NTN stimate per il 2012  (ovvero il numero delle transazioni normalizzate, in buona sostanza il dato che statisticamente rappresenta i volumi delle compravendite) è sui livelli di metà anni ottanta, con circa 450/470.000 transazioni, dopo aver avuto picchi vertiginosi durante il primo decennio del nuovo millennio con 750/800.000 transazioni. Questo è di gran lunga il dato che rappresenta la crisi o meglio la depressione del mercato immobiliare italiano.

Se ci aggiungiamo inoltre l'effetto IMU tale dato dovrebbe peggiorare sensibilmente a consuntivo. Ci siamo sempre sentiti dire che gli italiani sono un popolo ricco perchè otto su dieci di loro posseggono la casa in cui vivono: in realtà anche questo è un dato fuorviante in quanto non considera quanti di loro sono effettivamente proprietari della propria abitazione, senza quindi essere gravati da mutui e prestiti vari per ammodernamenti ed ampliamenti.

In Italia ci sono quasi 24 milioni di abitazioni residenziali (censite catastalmente), di queste 17 milioni rappresentano abitazioni principali di proprietà mentre 6 milioni rappresentano quelle in locazione o fruite ad altro titolo. Al fianco di questi dati deve far riflettere come ve ne siano invece oltre un milione completamente vuote (o meglio non utilizzate, per la precisione 1.200.000), e non mi riferisco alle case per vacanza o ad utilizzo lavorativo che sono stimate a 4,5 milioni. Se questo non vi basta ancora per comprendere il downtrend che caratterizzerà il mercato immobiliare italiano nei prossimi anni (se non decenni) possiamo elencare le contrazioni di valore che hanno colpito interi quartieri sia in area metropolitane che i capoluoghi di provincia andando da un -5% a un -20% in appena due anni. L'intero settore sta passando da una fase di  blanda stagnazione ad una di marcata contrazione a seguito della convergenza di fenomeni socioeconomici poco confortanti: crollo del mercato dei mutui e peggioramento delle condizioni di affidamento, diminuzione del reddito disponibile nelle famiglie italiane, aumento del carico fiscale sui patrimoni immobiliari e profonda incertezza sul mercato del lavoro.
In particolar modo l'ultima voce deve portare a far riflettere: nel futuro che ci attende non avrà più senso investire a lungo termine per acquistarsi un appartamento di proprietà sapendo che oggi si ha un posto di lavoro a Torino, Milano o Padova e domani con molta probabilità si sarà obbligati a spostarsi in un altra regione o peggio in un altra nazione a fronte di un mercato del lavoro più dinamico e flessibile. Non entro dopo a raccontare che fine faranno tutti gli immobili costruiti durante gli anni novanta, che si trovano in classe energetica D/E/F, i quali dovranno competere con quelli nuovi di ultima generazione: la competizione sul mercato produrrà d'obbligo una consistente contrazione delle valorizzazioni qualora si debba vendere per necessità. Pensate a tal proposito che un appartamento di medie dimensioni in massima certificazione energetica può far risparmiare anche oltre Euro 2.000 all'anno solo in spese di riscaldamento e condizionamento. Sul fenomeno della lenta penetrazione delle etnie minoritarie in quartieri un tempo di prestigio, ho già avuto modo di parlarne in precedenza.
Termino ricordando che il colpo di grazia lo daranno invece le dismissioni di ingenti patrimoni immobiliari sia da parte di Enti Locali e sia da parte di molti fondi immobiliari privati, i qualiliquideranno il proprio patrimonio prima della scadenza naturale del fondo con una stima del controvalore immesso sul mercato di oltre 9 miliardi entro i prossimi tre anni. Ognuno di voi pertanto cerchi di immaginare le conseguenze che scaturiranno da questa mole di proprietà immesse sul mercato, contribuendo a saturarlo ed ingolfarlo pesantemente. Questo non riguarda solo l'Italia, ma molte altre economie occidentali, solo in Germania si stimano dismissioni di fondi immobiliari per oltre 20 miliardi di euro. Sta finendo un'epoca nel vero senso della parola, quello che si dava per sicuro e remunerativo oggi non lo è più: il mio suggerimento se proprio ci si è intestarditi a investire nell'immobiliare è almeno ricercare l'eccellenza energetica nel residenziale e l'esoticità per quanto riguarda i fondi immobiliari aperti, confidando che il gestore con invidiata lungimiranza sia in grado di individuare mercati con elevato appeal e forte crescita nei prossimi anni.
Eugenio Benetazzo
Fonte: www.eugeniobenetazzo.com
Link: http://www.eugeniobenetazzo.com/crisi-mercato-immobiliare.htm
31.08.2012

venerdì 31 agosto 2012

Caro benzina: macché, siete voi che guadagnate troppo

Molto interessante la slide che propone in questi giorni Bloomberg: la classifica del prezzo della benzina nel mondo, Paese per Paese. Al primo posto c'è la Norvegia (Paese produttore di petrolio, peraltro), mentre l'Italia si piazza al settimo posto dopo olandesi, turchi, israeliani, danesi e cittadini di Hong Kong.

Ma c'è anche un'altra classifica, che va di pari passo con la precedente, ovvero quella che calcola la percentuale di reddito che finisce nei carburanti. Sorpresa: scivoliamo addirittura al 34° posto, con l'8,8% del reddito che se ne va in benzina. Gli israeliani spendono l'11%, i turchi ben il 30%, tra quelli con prezzi ancora alti i greci spendono il 12%, i portoghesi il 14. Il carburante ci costa più che ai "fratelli" europei del nord (Francia, Belgio, Germania, Finlandia spendono circa il 6% del reddito) ma comunque sempre meno rispetto agli altri peones del Mediterraneo.   (foto:infophoto)
Come mai? Come mai abbiamo il carburante più caro, eppure incide di meno sul budget delle famiglie italiane? Semplice: perché il reddito italiano è superiore a quello degli altri Paesi sopra menzionati.
E allora io non riesco a non immaginare l'addetto ai lavori che studia questi dati, e ne conclude che non c'è alcun bisogno di abbassare in qualche modo il prezzo della benzina. Per lui possiamo farcela tranquillamente, anche se a noi sembra proprio di no.
Oppure, peggio, conclude che c'è margine per un ulteriore taglio a salari, stipendi e pensioni. In fin dei conti, perché dovremmo ostinarci a rimanere così privilegiati, tra tutti i peones?
Debora Billi Petrolio

giovedì 30 agosto 2012

E' L’ISLANDA CHE MOSTRA LA VIA

FONTE: WASHINGTONSBLOG

L’economista, premio Nobel, Joe Stiglitz ha scritto su "Information Clearing House" : Quello che ha fatto l'Islanda è stata la scelta giusta. Sarebbe stato sbagliato lasciare alle generazioni future tutti gli oneri degli errori del sistema finanziario.

E il Premio Nobel Paul Krugman (1):
- Come il recupero dell'Islanda ha dimostrato questo caso, ha fatto infervorare i creditori delle banche private che, però,  si sono dovuti ingoiare le perdite.

- E’ successa una cosa divertente sulla strada per l’Apocalisse economica: la grande disperazione dell'Islanda ha reso impossibile qualsiasi comportamento convenzionale, lasciando libera la nazione di infrangere le regole.   Mentre tutti gli altri hanno salvato i banchieri e hanno fatto pagare il conto alla popolazione, l'Islanda ha lasciato fallire  le banche e, di fatto, ha allargato la propria protezione sociale. Mentre tutti gli altri si sono fissati nel  cercare di placare gli investitori internazionali, l'Islanda ha messo  dei controlli temporanei su tutti i movimenti di capitali per darsi uno spazio di manovra.


Krugman ha ragione (2)- questa è la strada giusta da percorrere.   Abbiamo già detto in precedenza ( 3):

 L'Islanda ha detto alle banche di prendersela … in quel posto, e l'economia islandese sta andando molto meglio di quasi tutti i paesi che si sono lasciati prendere in giro dalle  banche.
Bloomberg scrive ( 4):
- L’Islanda ha dato  delle lezioni fondamentali alle nazioni che cercano di sopravvivere al sacrificio del salvataggio dopo che l’ approccio dell'isola al suo salvataggio ha portato a una ripresa “sorprendentemente" forte–così ha detto il capo della missione del Fondo Monetario Internazionale.
-  L' impegno dell'Islanda a sviluppare un suo programma, la decisione di lasciare le perdite agli obbligazionisti invece che farle pagare ai contribuenti e la tutela del sistema di welfare, come scudo per i disoccupati dalla miseria,  ha contribuito a riportare la nazione dal collasso verso la guarigione - secondo il fondo con sede a Washington.

***
L'Islanda ha rifiutato di tutelare i creditori delle sue banche, che sono fallite nel 2008, dopo che i loro debiti si erano gonfiati fino a 10 volte la dimensione dell'intera economia.  L’osservazione del FMI sugli obbligazionisti è molto importante (5): il voler garantire le perdite degli obbligazionisti ha condannato gli Stati Uniti e l'Europa alla depressione economica.

Il FMI annota : 
- La decisione di non rendere i contribuenti responsabili per le perdite delle banche è stata giusta, dicono gli economisti.
 - La chiave per la ripresa dell'Islanda era un programma che ha cercato di garantire che la ristrutturazione delle banche non richiedesse ai contribuenti islandesi di assumersi eccessive perdite del settore privato.
Icenews sottolinea:

-  Gli esperti continuano a lodare il successo di recupero dell'Islanda dopo il piano di salvataggio delle banche del paese del 2008.-  A differenza degli Stati Uniti e di diversi paesi della zona euro, l'Islanda ha permesso il suo sistema bancario di fallire nella fase di recessione economica mondiale lasciando l'onere ai creditori del settore piuttosto che ai contribuenti.
    ***

La ripresa continua a conquistare i funzionari, tra cui il capo del Fondo monetario internazionaleChristine Lagarde, che recentemente ha fatto riferimento alla ripresa islandese, definendola "impressionante". E gli esperti continuano a ribadire che i funzionari europei dovrebbero guardare all’ Islanda per studiare le misure di austerità e altre questioni simili.

Barry Ritholtz ha detto l'anno scorso (6):

- Piuttosto che salvare le banche - l'Islanda non avrebbe potuto farlo, anche se lo avesse voluto - ha garantito i depositi  e ha lasciato  che il normale processo capitalistico del fallimento facesse il suo corso.  Ora stanno molto, molto meglio rispetto a come stanno paesi come gli Stati Uniti e l'Irlanda che non l’hanno fatto.
Bloomberg ha sottolineato a febbraio 2011:

- A differenza di altre nazioni, compresi gli Stati Uniti e l'Irlanda, che iniettato miliardi di dollari di capitale nelle loro istituzioni finanziarie per tenerle a galla, l’Islanda ha messo i suoi maggiori finanziatori in amministrazione controllata. Ha scelto di non tutelare i creditori delle banche del paese, il cui patrimonio era esploso a 209 miliardi di dollari, 11 volte il prodotto interno lordo.

"L'Islanda ha fatto la cosa giusta ... sulle spalle dei creditori, non dei contribuenti,  devono andare le perdite delle banche", dice il premio Nobel Joseph Stiglitz, professore di economia alla Columbia University di New York. "L'Irlanda invece ha fatto tutte le cose sbagliate, tutto a rovescio. Questo è probabilmente il peggior modello. "

L’Irlanda ha garantito tutte le passività delle sue banche fino a quando si è messa nei guai ed ha avuto bisogno di  una iniezione di capitale - 46 miliardi di euro (64 miliardi dollari) finora – per restare a galla. Questo ha portato il paese sull'orlo della rovina, costringendolo ad accettare un pacchetto di salvataggio da parte dell'Unione europea nel mese di dicembre.

    ***
I paesi con sistemi bancari più grandi possono seguire l'esempio dell'Islanda, dice Adriaan van der Knaap, managing director di UBS AG.  "Non avrebbero sconvolto il sistema finanziario", dice Van der Knaap, che è stato consulente dei comitati di risoluzione della Banca d'Islanda.

    ***
 Arni Pall Arnason, il Ministro islandese degli affari economici, spiega la decisione di far ricadere l’onere del debito sui creditori per  salvare il futuro del paese.
 - "Se avessimo garantito tutte le passività delle banche, saremmo nella stessa situazione dell'Irlanda",
 - "All'inizio, le banche e altri istituti finanziari in Europa, ci dicevano, 'Non vi daremo mai più una lira'", dice Einarsdottir. "Poi hanno detto 10 anni,  poi  5. Ora dicono che presto potrebbero essere pronti a nuovi prestiti. "

E anche la denuncia dell’Islanda  di truffa ai colletti bianchi  ha giocato un ruolo importante nel suo recupero (7):

Gli Stati Uniti e l'Europa hanno ostacolato le indagini sulle truffe ai colletti bianchi ... mentre ,l'Islanda ha denunciato anche i Capi-delle Banche, i Fraudster ( 8) e il loro ex Primo Ministro(9): e la loro economia si sta riprendendo bene ... perché la fiducia sta tornando  nel sistema finanziario.

Fonte: http://www.informationclearinghouse.info
Traduzione per www.ComeDonChisciotte.org a cura di ERNESTO CELESTINI

Note:
  1. http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/07/08/the-times-does-iceland/
  2. http://www.washingtonsblog.com/2012/03/big-banks-continue-to-suck-at-the-government-teat-with-never-ending-stealth-bailouts.html
  3. http://www.washingtonsblog.com/2011/11/will-greece-pull-an-iceland-and-tell-the-banks-to-pound-sand.html
  4. http://www.businessweek.com/news/2012-08-12/imf-says-bailouts-iceland-style-hold-lessons-for-crisis-nations
  5. http://www.washingtonsblog.com/2011/08/never-ending-depression-and-scalping-of.html
  6. http://www.ritholtz.com/blog/2011/05/how-to-handle-a-financial-crisis-like-iceland/
  7. http://www.washingtonsblog.com/2012/05/trust.html
  8. http://query.nytimes.com/gst/fullpage.html?res=9C04E3D6103EF930A15751C0A9649D8B63&ref=iceland
  9. http://dealbook.nytimes.com/2012/04/23/icelands-ex-prime-minister-convicted-of-one-charge-related-to-financial-crisis/

martedì 31 luglio 2012

Uno spettro si aggira per l’Europa. Anzi due


Debito pubblico e deflazione: nonostante gli sforzi, i rendimenti dei Btp sono a una soglia critica, e la caduta dei prezzi al consumo sembra inarrestabile. La soluzione potrebbe essere creare nuova moneta con la quale comprare il debito dei Paesi in difficoltà.

di Alessandro Volpi - 30 luglio 2012



Uno spettro si aggira per l’Europa, anzi due. 

Il primo, drammaticamente ben definito, è costituito dal debito pubblico che ha assunto proporzioni gigantesche e non più sostenibili per numerosi Stati. Si tratta di uno spettro animato da pulsioni ormai in larga misura irrazionali. Gli spread italiani e spagnoli sono di fatto fuori controllo come dimostra il differenziale, pressoché scomparso, con i titoli portoghesi e irlandesi e divenuto assai negativo rispetto a quelli del Belgio; agli occhi degli investitori e degli speculatori internazionali due Paesi che sono ancora sotto l’ombrello del piano di salvataggio della Ue e dell’Fmi e un terzo che ha vissuto per mesi e mesi senza un governo vero appaiono meno pericolosi dell’Italia. 

Il nostro Paese si appresta a registrare un significativo avanzo primario, pari al 3,6% del Pil già quest’anno, uno dei migliori del Vecchio Continente, ha una ricchezza finanziaria privata pari al 175% del Pil che costituisce un’importante ancora di salvataggio non disponibile per altri Stati ed ha un governo tecnico che ha varato manovre durissime. Nonostante tutto ciò, i rendimenti dei Btp stanno avvicinandosi alla soglia 7%, molto probabilmente quella del non ritorno se protratta per un tempo non breve, e nessuna intesa europea sembra in grado di frenare la folle impennata: avere un debito tanto pesante in euro che deve essere finanziato per qualche centinaia di miliardi di euro all’anno rende l’Italia, oggi, il bersaglio perfetto di chi vuole fare soldi facili scommettendo sul crollo della moneta unica. 

Il secondo spettro, non ancora materializzatosi a sufficienza per renderlo chiaramente visibile, è costituito dalla deflazione, dalla caduta dei prezzi al consumo che sta attraversando numerose economie europee. In Grecia l’indice armonizzato dei prezzi al consumo è salito soltanto dell’1% rispetto allo stesso mese del 2011 ed è sceso dello 0,2 su base mensile, in Spagna l’incremento su base annua è stato di poco inferiore all’1,9 ed un dato analogo si è registrato in Irlanda. 
In realtà in gran parte dell’area euro i prezzi non crescono più, in particolare nei Paesi indebitati, per effetto della pronunciata ondata recessiva e neppure la debolezza dell’euro riesce a produrre una tensione inflazionistica rilevante. In questo senso, è evidente che un rapporto di 1,20 con il dollaro non dipende dalla crescita dei prezzi interni all’eurozona quanto, ancora una volta, dalla crisi dei debiti sovrani che svalutano la moneta in cui tali debiti sono denominati. 

Purtroppo, come per il debito, anche per la deflazione, il fenomeno non è diffuso in maniera omogenea in tutta Europa in quanto a Berlino la crescita della moneta – elemento di stimolo inflazionistico – sale del 7,8% mentre in Italia e in Spagna retrocede; in estrema sintesi la Germania, pur scontando alcune tensioni sulla bilancia commerciale europea, soffre di una minaccia di aumento dei prezzi decisamente più alta del resto dell’Europa. Per questo timore, che ha storicamente caratterizzato la Bundesbank dopo i disastri degli anni 20 e 30 del Novecento, il governo e l’opinione pubblica continuano ad opporsi all’unico rimedio praticabile nel breve periodo e con buone probabilità di efficacia costituito dall’intervento massiccio della Bce. 

Di fronte ai due spettri del debito e della deflazione, la Banca centrale può finalmente uscire dal vincolo dei trattati europei; il mandato dell’istituto di Francoforte è infatti quello di consentire un corretto funzionamento della politica monetaria, tale da evitare eccessi inflattivi ma anche eccessive cadute dei prezzi perché altrettanto patologiche per la loro stabilità, obiettivo primario, appunto, della Bce. 

Dunque è giunto il momento che la banca guidata da Draghi adotti un’aggressiva condotta di creazione di carta moneta per acquistare il debito degli Stati in difficoltà, intervenendo sia alle aste, come prestatore di ultima istanza, sia sul secondario; una audace e più che motivata strategia di pronto soccorso che potrà essere riassorbita grazie ai benefici effetti fiscali della riduzione dei rendimenti sui titoli di Stato, della ripresa dell’economia reale e di un’azione congiunta, di fatto inevitabile, con la Federal Reserve. 
Si tratta di una strada che proprio la deflazione rende attuabile nel rispetto delle regole esistenti, senza bisogno di riformare i Trattati e senza procedure particolari; in estrema sintesi è praticabile qui ed ora, le uniche locuzioni di spazio e di tempo che possono bloccare la crisi finale. Siamo nelle mani di Mario Draghi e del Consiglio dei governatori delle banche nazionali dei singoli Paesi; che brutta fine sta facendo l’epoca del capitalismo democratico.