giovedì 4 aprile 2013

Oggi è la Giornata Mondiale contro le mine

Messaggio del Segretario Generale in Occasione della Giornata Internazionale per la sensibilizzazione sulle Mine e l’Assistenza nell’Azione Contro le Mine, (4 Aprile 2013)

L’eliminazione della minaccia di mine e ordigni bellici inesplosi rappresenta uno sforzo di importanza cruciale per la promozione di pace e sviluppo, per la tutela della vita umana e il sostegno a Paesi in fase di transizione.

Le Nazioni Unite continuano a fornire assistenza ad ampio raggio a milioni di persone in Afghanistan, Cambogia, Colombia, Laos, Libano, Sud Sudan e altrove. Tuttavia, occorre accelerare tale progresso, anche alla luce di nuove frontiere di azione che sono emerse, soprattutto in Siria e Mali, dove cresce l’impatto devastante sul piano umanitario dell’uso di ordigni esplosivi in aree densamente popolate.

Sono incoraggiato dal fatto che 161 Stati Membri hanno aderito alle misure cogenti della Convenzione sulle mine anti-uomo del 1997. Inoltre, 111 Paesi hanno sottoscritto la Convenzione sulle munizioni a grappolo, e 81 hanno firmato il Protocollo V sugli ordigni bellici inesplosi della Convenzione che disciplina certe categorie di armi convenzionali. 127 Stati hanno poi ratificato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità. Chiedo dunque che l’adesione a questi importanti trattati sia universale.

I programme di azione sulle mine delle Nazioni Unite continuano a creare spazi in favore delle attività di soccorso umanitario, le operazioni di pace e le iniziative di sviluppo, consentendo al proprio personale di agire sul terreno e al tempo stesso garantendo a rifugiati e profughi la possibilità di fare ritorno volontariamente a casa. La Strategia 2013-2018 delle Nazioni Unite sull’azione anti-mine delinea una serie di passi verso l’obiettivo di un mondo più sicuro, nel quale individui e comunità possano perseguire il proprio sviluppo socio-economico e i sopravvissuti siano trattati come membri a pieno diritto nelle loro società.

L’impegno delle Nazioni Unite per accrescere la consapevolezza e agire sul tema è globale. In occasione di questa Giornata internazionale, riaffermiamo dunque tale impegno in favore di un mondo libero dalla minaccia di mine e altri ordigni bellici.

Fonte: www.unric.org

Trattato sulle armi: primo passo positivo


L’organismo di coordinamento delle associazioni che operano nel mondo del disarmo è stato protagonista fin dal 2003 della campagna Control Arms, che ieri ha ottenuto questo storico risultato. E’ positivo che finalmente si avranno regole comuni sui trasferimenti di armi, ma alcune ombre sul testo approvato permangono e andranno risolte e migliorate in futuro

L'approvazione avvenuta ieri in sede ONU del testo di Trattato sul commercio di armamenti è un passo sicuramente importante per tutte quelle associazioni a livello internazionale, tra cui la Rete Italiana per il Disarmo, che da dieci anni si battono regolamentare i trasferimenti di armamenti. Non è un caso che solo dopo un percorso lungo, diversi momenti di discussione e anni dubbi, in particolare da parte degli Stati Uniti, si sia arrivati a questa approvazione solamente grazie a una forte pressione internazionale.

Certamente il Trattato approvato non copre tutte le problematiche che esistono nel commercio di armi, ma già il fatto di aver previsto delle regole mondiali comuni in un commercio che oggi è regolamentato meno di quello delle banane è importante. La Rete Italiana per il Disarmo plaude quindi al coraggio e dalla determinazione di molti Stati che, nonostante il blocco dell'approvazione per consenso della scorsa settimana effettuato da Iran, Corea del Nord e Siria, hanno chiesto ottenuto che il Trattato e il suo testo venissero subito approvati a maggioranza dall'assemblea Generale delle Nazioni Unite. “Sicuramente non ci fermeremo qui, e continueremo a lavorare affinché questa sia solo il primo passo di un cammino ancora più forte di regolamentazione degli armamenti - afferma Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo - per cui il nostro lavoro continuerà sia livello italiano che internazionale. Il trattato entrerà in vigore solo dopo la ratifica dei primi 50 paesi, e sarebbe un segno molto importante e forte poter annoverare l’Italia tra i primi paesi a portarne a termine la ratifica, anche per valorizzare la grande tradizione di trasparenza su questi aspetti che il nostro paese possiede”. Control arms

Non a caso lo stesso Segretario ONU Ban Ki-moon, nel commentare il voto all’Assemblea Generale, ha affermato ”Mi congratulo con i membri della società civile per il ruolo fondamentale che hanno giocato dalla nascita di questo processo, attraverso i loro contributi di esperti e il loro sostegno entusiasta”. La soddisfazione è dunque condivisa anche a livello internazionale: gli attivisti della campagna Control Arms hanno definito l’approvazione “l'alba di una nuova era, perché questo voto invia un segnale chiaro ai trafficanti di armi e a chi viola i diritti umani: il loro tempo è scaduto”. E ancora "Se si pensa al grande interesse economico e il potere politico in gioco per i grandi produttori ed esportatori di armi, si coglie come questo Trattato sia un omaggio per la società civile che da tempo sostiene l'idea che con meno armi si possano salvare vite umane e ridurne le sofferenze” ha affermato Widney Brown, Senior Director per  Amnesty International.

Dopo sei anni di negoziati diplomatici e più di 10 anni di campagna della società civile internazionale l’approvazione è infatti stata raggiunta con una maggioranza schiacciante (154 voti SI - NO 3 voti, 23 astenuti).

Control Arms approvazione Trattato Il Trattato sancisce nel nuovo diritto internazionale un insieme di regole chiare per tutti i trasferimenti globali di armi e munizioni anche se mantiene sicuramente dei lati problematici, se si entra nel merito delle decisioni prese “Come avevamo già messo in evidenza, il Trattato rappresenta un compromesso al ribasso voluto da diversi paesi (tra cui Stati Uniti, Russia, India e Cina) – sottolinea Maurizio Simoncelli vicepresidente dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disamo – e sono molte ancora le lacune che la bozza di Trattato non è riuscita a colmare, malgrado il testo presentato l’ultimo giorno di lavori abbia fatto dei passi in avanti. Le superpotenze mondiali hanno mostrato l’incapacità di fare passi in avanti decisi. L’adozione non sarà sufficiente a creare un regime di controlli effettivi e stringenti su tutte le armi”.

Infatti il Trattato riguarda solo i principali sistemi d’arma (carri armati, veicolo corazzati da combattimento, sistemi di artiglieria di grosso calibro, aerei da combattimento, elicotteri d’attacco, navi da guerra e sottomarini, missili e missili lanciatori) più le armi leggere e di piccolo calibro. Permane una serie di limitate forme di controllo sulle munizioni e sulle componenti di armi, mentre restano fuori sia le armi da fuoco che non hanno un esclusivo uso militare e tutte le armi elettroniche, radar, satelliti ecc., sia i trasferimenti di armi all'interno di accordi governativi e programmi di assistenza e cooperazione militare (poiché esso riguarda solo il commercio di armi). “Ora il lavoro delle organizzazioni della società civile si sposta su un proseguimento di mobilitazione affinché il Trattato entri in vigore, soprattutto monitorandone l’attuazione che ne faranno i singoli Paesi e il Segretariato che il testo approvato ha creato” conclude Simoncelli.

Intanto comunque è positivo che si siano iniziate a prevedere regole internazionali condivise: “Con l'approvazione di questo Trattato viene chiaramente sconfitto chi per interessi politici o economici è sempre stato contrario ad una regolamentazione del commercio delle armi. – sottolinea Giorgio Beretta ricercatore di Rete Disarmo - Tra gli oppositori al Trattato oltre a diversi governi autoritari e dittatoriali figurano infatti anche diverse lobbies tra cui soprattutto la National Rifle Association degli Stati Uniti di cui uno dei maggiori sponsor è la ditta Beretta USA. A questi signori oggi il mondo ha detto che le armi non sono né un "diritto costitituzionale" né un "simbolo della democrazia": sono invece una merce che per troppo tempo è stata venduta e trafficata con la complicità degli stessi produttori".

Il lavoro dunque continua anche e soprattutto a livello italiano ed europeo, e la Rete Disarmo in questi giorni ha già richiesto al Governo che vengano diffusi i dati sull’export militare italiano (il termine di pubblicazione è già scaduto) e che si chiariscano le differenze con i dati trasmessi in sede europea come sottolineato nelle scorse settimane dalla nostra Rete.

“La trasparenza è un elemento fondamentale in questo ambito, forse ancora più delle stesse regole. Il nostro auspicio è quindi che si costruisca un serio e preciso meccanismo di rendicontazione da parte di tutti gli stati, sotto l’egida di questo Trattato” conclude Francesco Vignarca.

mercoledì 3 aprile 2013

LE PAZZE SPESE DEL PD IN FRIULI

Scandalo rimborsi in Friuli-Venezia Giuliail Messaggero Veneto pubblica la lista delle spese pazze contestate al gruppo consigliare Pd: cristalleria, biglietti di teatro, lampade Swarosky, cenoni di Natale e fine anno, persino un'adozione a distanza. "Tutto in regola, il regolamento permette di fare qualche regalo ai nostri dipendenti", ha dichiarato l'ex capogruppo Pd Moretton, appena sentito dai magistrati.


Cado in piedi

Accendere le luci sugli ultimi. Imperativo categorico per il mondo dell’informazione

Apprezzare le diversità, rispettarle senza rinunciare alla propria identità,  considerare le sofferenze nel profondo, accogliere i deboli, comprendere che il mondo si indirizza verso un cambiamento di giustizia se si parte dagli ultimi. E se le differenze sono queste ben vengano. Poche settimane del Pontificato di Francesco riportano la luce sul segno della speranza che non tutto sia perduto per il futuro dell’uomo nel nostro tempo. Nel tempo degli egoismi, delle sopraffazioni imperanti, del dominio dei mercati finanziari  c’è altro. Tanto altro che il nuovo Vescovo di Roma – come preferisce chiamarsi il nuovo Papa arrivato dai confini (dalla fine del mondo”) – quasi a simboleggiare la novità di una Chiesa che si apre totalmente all’unità dei cristiani e al dialogo interreligioso, sta evidenziando con parole semplici quanto profonde e soprattutto con gesti di una pedagogia di un nuovo umanesimo pacifico e solidale.

La Pasqua è giunta nel mezzo delle polemiche politiche e degli scontri tra belligeranti in varie parti del mondo. La Pasqua essenziale è quella che non ha effetti speciali, ma parole e gesti di immediata percezione senza ombra di dubbi, che Francesco ha reso chiari nella lavanda dei piedi del giovedì santo fra i giovani carcerati di Casal del Marmo – con un atto di umiltà e riguardo per la persona o senza pari, senza distinzioni per razza o per religione – e ricordando che il Buon Pastore – colui che la responsabilità – si carica sulle spalle la pecora e ne porta l’odore, va nelle periferie dove c’è sofferenza, cerca e porta verità. Vale per i credenti, ma questo indirizzo ha una sua straordinaria potenza nella valutazione dell’impegno di chi è chiamato a responsabilità pubbliche.

Nel tempo degli egoismi esasperati e delle povertà che crescono ogni giorno, della distruzione dei beni naturali, della spinta alla cancellazione di quelli pubblici (dall’acqua da concedere a pagamento per i profitti di pochi, all’informazione libera e plurale da mettere sotto controllo o comunque da condizionare pesantemente e con ogni mezzo), fiducia e speranza si possono alimentare ad accendere le luci sulle cose che non vano e meritano di essere. Per un interesse generale prima che richiede sacrifici e impegni che vadano oltre l’orizzonte del proprio interesse temporaneo.

Per il mondo dell’informazione – colpito dalla crisi economica, dalle conseguenze di un processo di trasformazione tumultuosa, profittevole ancora per pochissimi, messa in discussione da sconvolgimento sociali e  valoriali profondi – accendere le luci sugli ultimi, sui lavoratori, sui migranti, sulla tratta delle persone, sulle periferie e sui propri limiti (su quelli di un modello di facile presa e rapido consumo) è un imperativo categorico. Per la sopravvivenza e per la rinascita di un’idea di informazione come bene pubblico, essenziale affinché ogni persona sia cittadino, non suddito o semplice consumatore da sedurre e spogliare, nella comunità, nel Paese in cui vive.

Non ci vuole molto ma ce n’è bisogno, per essere se stessi e per riuscire a comprendere meglio gli altri, per provare a vivere meglio nella dimensione comunitaria, vita di tutti i giorni e i problemi del lavoro.

In queste settimane troppe invettive hanno o raggiunto giornali e giornalisti. Il profeta della novità politica italiana, il leader del terzo partito, Beppe Grillo, e i pochi “cittadini” del suo gruppo abilitati a parlare, si sono qualificati per ripetuti insulti ai giornalisti e ai media, fino a irridere ai precari, “frustrati”.  Cose vecchie, già viste da altri leader in passato, figlie di concezioni elitarie, quando non autoritarie, pericolose, comunque lontane da uno sguardo vero a chi più è ha bisogno di attenzione perché sfruttato o maltrattato.

D’altronde quale sarebbe la colpa che provoca questa ira anche in un tempo di riflessione che si vuole serena? Porsi e porre domande, esigere che l’informazione svolga un funzione di controllo dei pubblici poteri e non viceversa, scoprire dove la novità del terzo partito può e vuole indirizzare la propria azione, dopo la protesta espressa da milioni di elettori. C’è bisogno di novità e di cambiamenti profondi, ma non ci sarà vera novità se prevarrà la voglia di mettere il silenziatore all’informazione libera  e di individuare nemici tra i giornalisti immaginando una sorta di regolamento di conti tra occupati (oggi spesso in difficoltà, altro che casta) e giornalisti precari. Le parole hanno un senso e la propaganda, ma anche per i politici, deve avere un tempo limitato.

Ecco la moltitudine di giornalisti professionalmente e intellettualmente onesti non deve mai rinunciare né a porre domande né all’osservazione critica.

Per i giornalisti sono un dono prezioso e insieme un dovere supplementare di responsabilità le parole del Papa giunto dalla “fine del mondo”, che si è rivolto loro chiamandoli “cari amici” (ben sapendo che molti di coloro che stanno seguendo le vicende della sua elezione e della sua nuova missione sono lontani dalla Chiesa e dalla religione cattolica. Un’espressione di rispetto e di gratitudine per il “qualificato servizio”, che ne riconosce rischi e fatiche e ruolo degli operatori dei mass media “indispensabili per narrare al mondo gli eventi della storia contemporanea”.

Riaccendere le luci dell’informazione sui fatti e i problemi profondi della vita delle persone e delle comunità è la vera sfida del nostro tempo.

Fonte: www.articolo21.org

CLAUDICANTE NEMESI

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.it

Che spettacolo l’incontro in streaming fra la delegazione del PD e quella del M5S! Bersani e Letta da una parte, Lombardi e Crimi dall’altra impegnati in una schermaglia già scritta, in una pièce teatrale di dubbio gusto, in un Bagaglino fuori tempo e fuori programma. 

Man mano che il tempo passava, sono stato assalito dalla tristezza: non per questo o quel governo che si sarebbe fatto oppure no, ma per l’incapacità – oramai acclarata dopo quel video – della politica italiana d’interrogarsi sui problemi e di trovare soluzioni. Questo – sia chiaro – senza dare la colpa all’uno od all’altro. 

Da dove cominciamo? Da Bersani, se non altro per anzianità.

Parsifal 

Stupiva, sconcertava, meravigliava al punto di stropicciarsi gli occhi ascoltare Pieluigi Bersani dissertare tranquillamente di reddito di cittadinanza o di nuove regole da imporre in Europa, dopo una campagna elettorale trascorsa nella timidezza estrema per non offendere troppo Monti, non inalberare l’Europa sulla futura politica sociale, tranquillizzare tutti i mercati sulla non “pericolosità” del PD. 

Un PD al cloroformio, pronto ad addormentarsi sul passato: non neghi, ci sono ancora i filmati sul Web dove – intervistato da un perplesso Massimo Giannini – affermava che su lavoro e pensioni non si doveva toccare molto, solo “piccoli particolari” e sempre “nel rispetto della disciplina di bilancio”.

E’ lei che ha invitato, spinto, collaborato attivamente per il successo del M5S! Se Bersani è uguale a Monti, perché tanti – pressati da problemi urgenti e morsicati dalla cosiddetta crisi – sarebbero dovuti andare a votarla? 

Poi, nell’ultimissima settimana (a sondaggi chiusi, ma non per voi) giù con una caterva di promesse che non hanno sortito effetto, perché la gente si chiedeva: perché prima diceva il contrario? Perché glissava? Perché era sempre mellifluo, dubbioso, incerto? Gli elettori sono meno stupidi di quel che si creda.

Accanto a Bersani c’era il busto marmoreo di Enrico Letta – noto alpinista, che urla sempre “Monti! Monti! Monti!” – il quale s’è animato solo verso la fine, ripetendo banalità: forse, il rampollo del premiato studio Letta&Letta ha tirato un sospiro di sollievo, pensando che la strada per Renzi è spianata. Allora sì che faremo un bel governo con Monti e...chissà? Magari anche con qualche “spezzone” del PdL...

Già, Renzi. Il buono, l’obbediente, il bello pronto a prendere il posto di Rutelli per le giovani e sognanti iscritte del PD: ma Renzi è l’esponente della destra del PD, avete letto il suo programma per le primarie? Trasuda liberismo ad ogni pagina: sembra un’edizione del bollettino bancario!

Dove, allora, ha sbagliato Bersani? In qualche modo, le ragioni sono le stesse del M5S. 

Circa un anno e mezzo fa, quando c’era già la tiritera dello spread e Monti preparava la squadra dei ministri, subito dopo le dimissioni di Berlusconi vi furono riunioni drammatiche al Quirinale. Napolitano non si fidava di Bersani e di un PD troppo litigioso e preparava una sorta di “golpe costituzionale”, ovvero mettere al governo gente fidata per la BCE ed espressione di quel pensiero: d’altro canto, che il sistema bancario europeo sperimentasse tecniche diverse secondo il caso (Grecia: strangolamento; Italia: governo della BCE; Spagna: vediamo fino a che punto si puniscono da soli; ecc) era arcinoto.

Più volte la BCE ha affermato/smentito che le economie nazionali non sono più in grado di gestirsi da sole – perché c’è quel fastidio delle elezioni, del consenso – e l’unica soluzione, dunque, è un governo di tecnici della BCE. Se non altro, siamo la punta di diamante delle loro sperimentazioni, i topi di prima classe.

In quel momento Bersani sarebbe dovuto rimanere su posizioni più istituzionali: vogliamo le elezioni – senza farsi spaventare dallo spread, che è governato a manovella – e obbligare Napolitano ad accettare: senza il PD, non ci sarebbero stati i numeri, oppure troppo risicati, e sarebbe toccato alla Lega andare in rovina per Monti, mantenendo al PD le mani libere. E la Lega, con tutto il can can che aveva all’interno per le questioni di corruzione, non poteva permettersi di votare Monti e dare un’altra stangata al loro elettorato.

Perché Bersani ha accettato?

“Per non ereditare un’Italia in macerie” fu la sua giustificazione. Paura? Calcolo?

A parte che oggi le macerie sono ancora più evidenti, il PD ancora credeva che il liberismo avesse delle carte “buone” da giocare: austerità sì, ma anche crescita economica. Non rammentò la lezione di Prodi che per due volte sconfessò quel modo di procedere: per arrivarci morti, meglio non andare da nessuna parte. 

Bersani si comportò, tutto sommato, come chi ancora credeva in questo sistema, pur ammettendo una buona dose d’ingenuità.

Anche quando il governo Monti mostrò tutta la sua inettitudine nel promuovere la crescita economica (o la non volontà, peggio ancora) Bersani s’affidò al “tecnico” Monti per un’alleanza che sarebbe dovuta essere il toccasana per l’Italia: non ascoltò chi lo avvertiva che i mali erano due, Berlusconi e Monti, giacché portatori delle medesime istanze dell’alta borghesia, ossia salvare la ricchezza finanziaria anche a scapito d’affondare l’economia reale, quella delle classi meno abbienti e della piccola borghesia.

Salvo qualche promessa in “zona Cesarini”, così s’arrivò al voto: stupisce la tenuta del PD, giacché il risultato poteva anche essere peggiore.

Dunque, l’uomo che si è presentato all’appuntamento, cruciale per la Nazione, con il M5S era lo stesso uomo che credeva nella salvifica Europa, nella fiorente attività delle banche, nella necessità delle missioni “di pace”, nel salvacondotto dell’euro, negli inceneritori, ecc. 

Era inevitabile che non fosse compreso o, se capito, che il dubbio s’insinuasse nei giovani parlamentari del M5S: era già scritto. 

E veniamo alla Lombardi ed a Crimi. 

Noi puffi siam così...

Premesso che, quando si parla di M5S, non si capisce quale sia la linea politica e chi debba farsene carico: Grillo? Casaleggio? Grillo & Casaleggio? I parlamentari? Gli “spin-doctors”? Converrete che è un bel guazzabuglio, addirittura con una Lombardi che sembra una pasdaran su tutto ed un Crimi che, almeno, ascolta attentamente per poi dichiarare qualcosa ed essere subito smentito. E gli altri? Boh...

Il M5S è un movimento, questo è chiaro, ma quando s’affaccia al Parlamento deve darsi le strutture di un partito: on line? Benissimo. C’è da chiedersi perché si sceglierà on line il Presidente della Repubblica e non è stato possibile scegliere se andare al governo col PD: paura che il movimento si sfaldasse? Certo, ma non è chiudendo le finestre che le divergenze s’acquietano: sono solo rimandate, ed alle elezioni si scontano. 

A proposito di elezioni, le ultime hanno decretato la fine dei sondaggi: le società di sondaggi – per capirci meglio – sono le stesse che organizzano (non da noi, ma in Montenegro il referendum per l’indipendenza fu affidato ad una società esterna) “eventi elettorali”. 

Da noi hanno mostrato tutte un M5S fra il 13 ed il 17%, ma sapevano la verità: ci hanno, semplicemente, ingannati e continuano a farlo. Ieri il M5S doveva essere negato, oggi deve stare sugli altari per mostrare il “pericolo”, lo “scompiglio” che porta nella politica italiana, per far capire agli elettori quanto sia più “conveniente” non lasciare la vecchia via. 

Quella che nel dibattito è sembrata una battuta ad effetto – “siamo il prodotto degli ultimi vent’anni” – è falsa e non ha senso: tutti siamo figli del 1861, non scordiamolo mai, perché se l’Italia è giunta a questo punto è perché la natura conservatrice dei grandi apparati non è stata mai scalfita.

Trent’anni dopo l’Unificazione, esattamente 100 anni prima di Tangentopoli (1892), iniziò il primo grande “sacco” di risorse pubbliche: lo scandalo della Banca Romana, che vide coinvolti senatori del Regno e capataz a tutti i livelli, da un’inchiesta – che oggi diremmo “parallela” – scaturì l’affaire della Terni, che produceva acciaio più scadente di quello Krupp al doppio del prezzo. Chi guadagnava? I soliti noti dell’epoca. 

La crisi conseguente fu regolata con le cannonate di Bava Beccarsi e, di rimando, vi fu il regicidio di Umberto I. Poi, tutto precipitò nel gran massacro della guerra, che – benché “vittoriosa” – lasciò l’Italia sul lastrico. E arrivò il Fascismo, con tutto quello che si portò appresso. Nonostante l’insipienza di una Lombardi qualunque: non si affrontano mai problemi complessi con due righe, lo rammenti. Questa è una breve sintesi, ma non contiene nessun commentario. 

Dopo vent’anni di ricostruzione per la guerra fascista, vi fu una generazione che tentò una modernizzazione del Paese, forse più per i diritti civili che per i costi della politica (che, all’epoca, non erano certo questi) e qualcosa ottenne: il divorzio, il presalario per gli universitari (500.000 lire annue, forse 5.000 euro attuali, ma le tasse non erano quelle di oggi!) mentre sul fronte operaio vi furono molte conquiste, dal Sabato festivo al rispetto del corpo umano (la cosiddetta “nocività”), fino ad importanti aumenti salariali.

Ancora con molte pecche, la società italiana del dopo ’68 era senz’altro più libertaria e meno “chiusa”: gli italiani presero a viaggiare ed a diventare “internazionali” sotto molti punti di vista, anche nell’osservare i ritardi del proprio paese. E’ rimasto negli annali un importante discorso di Aldo Moro sulla gioventù dell’epoca, che invitava tutti ad ascoltarla perché portatrice di novità da ponderare attentamente. Come finì Moro lo sappiamo.

Il costo del lavoro – a metà anni ’70 – era fra i più alti in Europa mentre oggi – s’informi Grillo – è fra i più bassi del continente: certo, non ai livelli di Cina ed India, ma nessuno in Europa s’avvicina a quegli standard perché, industrialmente, l’Europa può tentare di sopravvivere solo con la ricerca e l’innovazione, l’agricoltura di qualità ed il turismo, non “risparmiando” con i contratti “atipici”.

Vedete, cari parlamentari “grillini”, a volte date l’impressione d’essere saccenti, d’avere una verità rivelata per ogni occasione, senza capire che – spesso – le vostre verità rivelate sono già state soppesate e valutate per quel che erano: giusto il disegno di legge per i risparmi del Parlamento, ma questo non muove di un’unghia il problema dell’economia italiana. 

Vai avanti 30 anni a mazzate economiche sulla popolazione, riduci i consumi, vendi all’estero il meglio dell’industria e del commercio italiano, snatura i contratti, trasforma il rapporto di lavoro in servitù, mantieni al lavoro gente che non ce la fa più: a questo punto, con i risparmi del Parlamento ci compriamo le noccioline. E’ giusto e sacrosanto informare, ma oggi il vostro compito è cambiato: sono ben altre le priorità.

Oggi, andrebbe smontato pezzo per pezzo almeno tutto quello che ha costruito Monti: come farete? 

Perché non avete fatto un nome degno a Napolitano (Zagrebelsky, Rodotà, Crimi, Lombardi, ecc) per provare a far confluire i voti della parte migliore del PD su un governo 5 Stelle? Nessuno vi avrebbe biasimato, né urlato al tradimento: visto che tanto, da soli, non andrete da nessuna parte. E sarebbe stato un “problemuccio” per Re Giorgio, affidarsi a qualche “saggio” eludendo la vostra richiesta. Ma veniamo all’oggi.

Saggiodromo per tutte le tasche

Forse non tutti sono a conoscenza che, durante la Costituente, la figura del Presidente della Repubblica fu ricalcata abbastanza fedelmente su quella del Re, la quale derivava dallo Statuto Albertino. Sembrò la soluzione più adatta: perché il Re non aveva tradito e Mussolini sì: ovviamente, questa frase si presta a mille storiografie, ma accettiamola così. Mussolini era un premier sfiduciato (dal Re) che si era ribellato ed il Re era la “continuità” del Regno d’Italia a Taranto. Lo so che suona male, ma è la spiegazione “costituzionale” che più si adatta a quel torbido periodo: non speculiamoci sopra.

Il fatto importante, dunque, fu che il Presidente rimase il custode della Costituzione: l’evidenza che possa rinviare alle Camere una sola volta una legge stabilisce un equilibrio dei poteri che pende dalla parte parlamentare, non v’è dubbio.

Ciò che non è espressamente vietato dalla Costituzione pare permesso: era nelle prerogative di Napolitano nominare Monti senatore a vita, poi proporlo come Presidente del Consiglio e non c’è nessun vulnus giuridico al proposito, perché il Parlamento diede la fiducia a Monti.

Altra cosa – forse ignorata dalle parti di Grillo, il quale afferma che un governo in carica c’è, ma dovrà “chiedere, da oggi, il permesso al Parlamento per fare decreti” – è che un governo preposto alla sola “normale amministrazione” non è vero che non può legiferare, anche se in Costituzione non c’è nulla che riguardi l’argomento.

Per prassi – sottolineo, per prassi – tutti i governi in “normale amministrazione”, finora, si sono comportati in questo modo: non hanno certo legiferato su nuove materie, ma è stato possibile riprendere in mano “argomenti” sui quali già avevano legiferato. In altre parole, non potranno certo fare una legge per invadere il Burundi, ma potranno “limare” – e quindi decidere (le famose “interpretazioni autentiche”, il nuovo trucco per la retroattività delle norme, ad esempio) – sui decreti precedentemente approvati, quali lavoro, previdenza, finanza, ecc. Praticamente, su quasi tutto: la vicenda dei marò insegna. 

Siccome la materia è nuova – l’Italia non ha mai avuto un periodo di “non-governo” dopo le elezioni come questo – i costituzionalisti s’applicheranno ma dubito, dopo aver stralciato la questione dei rapporti con la mafia di Mancino, che s’allontaneranno dal sentiero tracciato, ovvero appoggiare sempre la presidenza. 

Se non bastasse, Monti continua ad avere in mano i ministeri: ultimamente, il ministro (dimissionario) Profumo ha emanato il nuovo sistema di valutazione (dei docenti) con una semplice circolare interna. Non necessita d’approvazione, anche se tanti hanno gridato allo “sgarbo” istituzionale. Una norma che incide profondamente nella scuola italiana: approvazione? Chi era costui? 

Stanno mobilizzando 40 miliardi per le PMI (dove li prenderanno tutti ‘sti soldi? Mistero) e ditemi se questi non sono atti di un governo in carica.

Su questi atti si potrà pronunciare il Parlamento ma – potete aspettarvelo – ogni cosa finirà alla Corte Costituzionale la quale, dopo anni, qualcosa dirà ed abbiamo già visto da quale parte pende la bilancia.
Prima, però – coscienti che qualche atto potrebbe rimanere “impigliato” nelle reti parlamentari – ecco che scendono in campo i “saggi”: voilà, les jeux sont fait. Chi sono i saggi? A cosa servono i saggi? 

I cosiddetti saggi sono la quintessenza di tutti gli “inciuciatori” mai esistiti: attraverso le loro “fondazioni” (vedi Violante) sono in stretto contatto con tutte le istituzioni nazionali e sopranazionali. Il loro compito?

Ufficialmente trovare la soluzione per un nuovo governo: potrebbe anche bastare riuscire a confezionare maggioranze variabili per qualche provvedimento troppo “forte” per non essere gestito in normale amministrazione o con circolari interne. Lo faranno, nel nome dell’emergenza.

Qualcuno afferma che saranno lì per qualche giorno, al massimo per qualche settimana, ma io ne dubito: se non salterà fuori l’inciucio maximo...chi li farà decadere? Quella di Napolitano mi sembra una semplice “decisione”, un “aiuto” alla politica, non un DPR. E dunque? Se non sono mai esistiti (ufficialmente) chi mai li potrà rimuovere? In Gazzetta Ufficiale non v’è nulla del genere: fra l’altro – se scorrete una G.U. – notate quanto i decreti emanati da Monti siano parte della “normale amministrazione”.

Miserere nobis

La tempesta perfetta è compiuta e la cosiddetta seconda repubblica degli inciuci, delle trattative sotto banco, delle mille corruzioni, dei furbetti del quartierino, ecc potrà continuare a sguazzare nel fango, protetta dalle “istituzioni” europee: mica in Europa sono dei filantropi, è semplicemente un do ut des.

Grillo, salendo al Quirinale, s’è scordato tutto quello che aveva scritto per anni: sono bastati un paio di saluti militari con sbattere di tacchi, un “prego s’accomodi” su una poltrona secentesca e tutto è svanito, come per incanto. E Morfeo? Non lo scriverò più, lo giuro. 

L’obiettivo di Napolitano è stato raggiunto – lo aveva detto per tempo che “bisognava continuare nel solco tracciato da Monti” – e lo ha realizzato. Nell’orizzonte fumoso della politica, i parvenu del M5S hanno confuso il Lupo con Cappuccetto Rosso e, ora, il Lupo se li è mangiati. Napolitano il peggior presidente della storia repubblicana? Forse, ma in quanto a furbizia sta alla pari con Andreotti.

Alla fine della storia, non sarebbe stato meglio fare un nome a Napolitano, oppure fare un’alleanza col PD o, ancora – facendo un nome – sfruttare la possibilità che il PD votasse un governo M5S? 

Che ingenui. 

Adesso – scendendo dai massimi sistemi – diteci cosa faranno gli esodati, i ragazzi a 500 euro il mese nei call center, gli anziani a 65 anni a lavorare sulla strada, eccetera, eccetera, eccetera...ditecelo, con un PD che prenderà inevitabilmente la deriva renziana ed il Cavaliere, ancora una volta, salvato.

Farete funzionare il Parlamento? Già, e quante leggi v’approveranno? Nessuna, perché il PD senza Bersani tornerà nelle mani delle sue mille correnti: il poveretto, per quanto colpevole sia per il suo passato, chiedeva aiuto per cercare di dare un diverso indirizzo alla Patria, per uscire dal “Piano di Rinascita Democratica” di messer Licio Gelli. Ora, ci torneremo dentro fino al collo: ricordate che in Italia i progressisti sono forse in maggioranza, ma i conservatori sono più organizzati e coesi. 

Secondo Beppe Grillo, chi ha votato M5S per avere un governo in alleanza ha “sbagliato voto”: dopo essere stato un “compagno che sbagliava” non me ne cruccio di certo, ma adesso – per favore – state zitti e beatevi del nulla incombente che avete dato una mano a generare.

Sbagliavo? Lo terrò presente, Grillo, grazie. 

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.it
Link: http://carlobertani.blogspot.it/2013/04/claudicante-nemesi.html
1.04.2013

martedì 2 aprile 2013

Tesoro, mi si sono ristretti i tecnici


di Pierpaolo Farina
Su MicroMega, Gianfranco Ragusa si domanda: “Cos’altro deve fare, il Presidente Napolitano, per essere messo in stato di accusa?” Buona domanda. Ma nel paese in cui da 20 anni ci si chiede cos’altro ancora deve fare Silvio Berlusconi per non essere più votato da almeno un terzo degli italiani, piuttosto inutile: finché sui principali quotidiani del paese e sulla rete ci sarà chi argomenterà con tesi insostenibili, ma verosimili quanto basta, che commissariare il Parlamento con 10 personalità scelte non si sa in base a che criterio, ampliando i poteri di un governo dimissionario che costituzionalmente può occuparsi solo degli affari correnti e non ha la fiducia dell’attuale Parlamento, è cosa buona e giusta, queste domande sono superflue.
Il Movimento Cinque Stelle, dopo essersi messo all’angolo da solo (e se lo dice Marco Travaglio, ci fidiamo), loda il metodo (per nulla democratico), ma si lamenta che ora a fare da “balia della democrazia” ci siano persone come Luciano Violante e Gaetano Quagliarello, simboli dell’inciucio che si vuole portare avanti (e chissà come mai, infatti, Bersani non era informato, mentre D’Alema sì).
Andando contro qualsiasi prassi costituzionale, Giorgio Napolitano ha de facto creato un pericolosissimo precedente per la democrazia italiana, che, statene certi, qualora diventasse Capo dello Stato qualcuno che “dia garanzie” a Berlusconi sulla giustizia rischiano di essere l’antipasto al regime che verrà. Non si è mai visto un Capo dello Stato, infatti, andare oltre le proprie prerogative costituzionali, contando sul fatto che il maggior partito rappresentato in Parlamento si schiera a prescindere con lui, perché fino a prima della sua elezione era anche il suo partito di provenienza.
Partito che prima si è trinariciutamente schierato ventre a terra con chi ha impostato una campagna elettorale sul “giaguaro da smacchiare”, anzichè sui problemi del paese, poi lo ha scaricato, quasi dimenticandosi di averlo sostenuto pubblicamente fino al giorno prima. Poi si chiedono ancora perché mai Beppe Grillo abbia pescato parecchi voti a sinistra e in totale il 25%.
Il risultato finale è che anche i tecnici di Monti sono stati commissariati da altrettanti tecnici, definiti non si sa bene perché “saggi” (se lo fossero davvero stati, non avrebbero mai accettato la nomina): abbiamo quindi dei tecnici “ristretti”, che in ultima analisi non si sa bene se considerarli una Bicamerale bonsaisenza D’Alema e Berlusconi dentro (ma con i loro emissari Violante e Quagliariello), oppure no.
Che fossero tempi bui per la democrazia italiana si era capito. Ma se la Costituzione italiana non viene difesa nemmeno dal suo principale garante, dove andremo a finire?
QdS

Due migranti morti a Lampedusa


Lampedusa, 500 sbarchi in 48 ore. Due migranti morti su una motovedetta. Il sindaco dell’isola: «E’ emergenza»

Articolo di: La Stampa
Foto di www.tmnews.it
       
Sono morti per ipotermia due dei 90 immigrati soccorsi ieri sera nel Canale di Sicilia. Dopo l’intervento della nave della Marina Cassiopea e dei mezzi delle Capitanerie di Porto, i migranti sono stati fatti salire su una motovedetta della Guardia Costiera che si è diretta verso il porto di Lampedusa. Due di loro, però, non ce l’hanno fatta e sono morti prima ancora di arrivare al porto dell’isola.  

L’imbarcazione con a bordo i 90 immigrati, tutti uomini di origine subsahariana, era stata avvistata dalla nave Jolly Grigio nel pomeriggio di ieri a 65 miglia da Lampedusa. Sul posto erano state dirottate la nave Cassiopea della Marina e le motovedette della Guardia Costiera. Agli immigrati sono stati distribuiti generi di conforto e coperte termiche. Una decina di persone è stata trovata in gravi condizioni dai soccorritori anche perché l’imbarcazione aveva già cominciato ad imbarcare acqua, i due migranti sono morti quando la motovedetta era ormai a poche miglia dal porto ed ogni tentativo di soccorrerle si è rivelato inutile.  

 
Nelle ultime 48 ore sono quasi 500 i migranti approdati a Lampedusa dopo essere stati soccorsi dalle motovedette della Guardia costiera e dalla nave Cassiopea della Marina militare. Complessivamente negli ultimi due giorni sono stati registrati 5 sbarchi mentre un sesto barcone è stato soccorso dalla marina maltese. 

Gli ultimi due interventi si sono conclusi intorno alle 3:30 di notte, con l’arrivo a Lampedusa prima di 106 immigrati, tra i quali sei donne, poi di altri 90 comprese le due vittime decedute quasi certamente a causa dell’ipotermia. Le condizioni meteo nel Canale di Sicilia sono proibitive, con mare forza 5 e forte vento da nordovest. Tutti i migranti dopo essere giunti a Lampedusa sono stati trasferiti nel Centro di prima accoglienza di contrada Imbriacola. «Siamo di nuovo in emergenza» ha commentato il sindaco dell’isola Giusi Nicolini che ha sollecitato il trasferimento in tempi brevi dei migranti.«Ricordiamoci che il Centro attualmente conta solamente 300 posti disponibili e non più gli oltre 800 di prima. Mi batterò - conclude - affinché venga rispettata la regola della breve permanenza all’interno del Cpsa di coloro i quali arrivano a Lampedusa». 

Fonte: www.lastampa.it