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giovedì 25 luglio 2013

25 luglio 1943. La caduta di Mussolini

Oggi, a 70 anni di distanza la passione per “l’uomo fatale” non è stata ancora ripudiata.

Articolo di: Nicola Tranfaglia - Articolo21.org
       
Sono  passati sette decenni da quella calda giornata del 25 luglio 1943 in cui il cavalier Benito Mussolini di Predappio  dovette lasciare il potere e, fatto arrestare dal re Vittorio Emanuele III di Savoia Carignano, esser portato nelle isole vicino a Roma, prima di andare alla prigione stabilita  per lui al Gran Sasso. L’Italia era in guerra, alleata alla Germania di Hitler e al Giappone di Hiro Hito contro la Francia divisa e in parte  filonazista e l’Inghilterra di Churchill ma anche gli Stati Uniti di Roosevelt, e  le cose andavano male. Qualche mese dopo l’Italia di Vittorio Emanuele III e  Pietro Badoglio avrebbe dovuto chiedere l’armistizio alle potenze alleate di fronte alla sconfitta che si stava profilando. Insomma, a dirlo in poche parole il mondo era diviso in due, i fascismi avevano conquistato buona parte dell’Europa ed era stata la vittoria in Africa e l’ingresso in guerra degli Stati Uniti nel ’41-42  e poi dell’Unione Sovietica di Stalin a modificare  gli equilibri del conflitto e a dare finalmente speranze a tutti quelli che sparsi, nei vari continenti, avevano identificato nel fascismo l’agente della dittatura e degli antisemitismi contro i quali lottare.

Ma oggi sappiamo, dopo decenni di ricerche storiche, che l’antisemitismo era presente non soltanto nei fascismi ma anche nel comunismo staliniano e che il governo dittatoriale e antidemocratico era presente senza dubbio nella dittatura sovietica. Dunque  siamo più che mai antifascisti ma ci battiamo perché razzismi e antisemitismi come dittature antidemocratiche lascino il posto in tutto il mondo (siamo ancora lontani da un simile risultato!) a governi retti da costituzioni  democratiche applicate realmente nei vari paesi. La notte del 24 luglio 1943 si riunisce a Roma, a palazzo Venezia  il Gran Consiglio del Fascismo, era molto tempo che l’organo massimo del regime non si riuniva, Mussolini decideva tutto da solo ma quella notte occorreva decidere sullo sbarco avvenuto quindici giorni prima in Sicilia che aveva portato la guerra in casa e un gruppo di gerarchi capitanato da Dino Grandi  voleva che il duce si mettesse da parte e lasciasse il potere al sovrano di fronte all’imminente invasione angloame- ricana. Una dura  lotta per il potere in un regime che era al tramonto ma che in Italia resisteva grazie a un forte apparato repressivo, ai media del tutto asserviti, agli oppositori ridotti a migliaia  nelle carceri o al confino oppure obbligati a stare chiusi in casa nascosti e lontani dalle masse. C’erano alcune cellule operaie e contadine dei partiti socialisti e comunisti o del movimento di Giustizia e Libertà ma erano pochi e dispersi in un territorio misero e disperato. Il dittatore non si fida degli alleati nazisti,  come dei suoi gerarchi preoccupati, e vive alla giornata. In questa situazione Grandi, ex squadrista ma poi ministro degli Esteri e ambasciatore degli Esteri, prepara un ordine del giorno che chiede a Mussolini di lasciare il governo e affidare al re – con il quale ha fissato da molti anni una sorta di diarchia – il comando delle forze armate e i rapporti con gli alleati e con i nemici. Mussolini non può accettare ma in quella notte ottiene soltanto cinque voti contro i diciannove che hanno votato con Grandi (tra i quali c’è anche Galeazzo Ciano, marito di Edda Mussolini e fino al qualche mese prima ministro degli Esteri del regime). La tragedia si consuma in una lunga notte e all’alba il romagnolo va dal re che gli impone le dimissioni e dà disposizioni perché sia arrestato uscendo dall’udienza e trasportato nelle isole.

Uno scherzo da prete da parte di un re che è stato per quasi vent’anni (dal delitto Matteotti del giugno 1924 in poi ad essere indulgenti) complice e compagno del regime fascista ma Mussolini avrebbe potuto aspettarselo, come dirà, infatti, quando farà per venti mesi il “re travicello” della Repubblica sociale italiana (prima di essere fucilato dai partigiani a Giulino di  Mezzegra il 25 aprile 1945), costruita dai nazisti per l’ultima parte della seconda  guerra mondiale.

Del resto quel che agli italiani può servire ancora oggi, nel ricordo del 25 luglio 1943, è la passione ripudiata, dopo vent’anni abbondanti, per un uomo fatale. Non dimenticando che la passione per l’uomo fatale si è riprodotta il 27 marzo 1994 per l’uomo di Arcore e rischia di sopravvivere ancora nelle prossime elezioni politiche se il PD non  metterà la testa a partito, non costruirà un’alternativa con le altre forze a sinistra piuttosto che perseguire uno pseudo-compromesso con i luogotenenti dell’ineffabile Cavaliere .

Fonte: www.articolo21.org

giovedì 30 maggio 2013

Addio Franca QdS

Dopo la morte di Don Gallo, a pochi giorni di distanza, ci lascia anche Franca Rame.
A noi resta l’esempio di una donna libera e forte, come ne nascono raramente. La sua carriera teatrale è stata sempre all’insegna dell’impegno civile, “Morte accidentale di un anarchico”, ispirata alla vicenda di Pinelli (portata in scena insieme al marito Dario Fo), è forse la sua piéce più famosa e più coraggiosa.
La sua carriera nella politica di palazzo fu invece piuttosto breve: lasciò il Senato perché per lei era inconcepibile vendere la coscienza per tenersi stretta una poltrona a suon di voti. Il mondo va proprio al contrario…
Addio Franca, da tutti noi ragazzi di Qualcosa di Sinistra.
Questo il testo completo della sua lettera di dimissioni:
Gentile Presidente Marini,
con questa lettera Le presento le mie dimissioni irrevocabili dal Senato della Repubblica, che Lei autorevolmente rappresenta e presiede. Una scelta sofferta, ma convinta, che mi ha provocato molta ansia e anche malessere fisico, rispetto la quale mi pare doveroso da parte mia riepilogare qui le ragioni.
In verità basterebbero poche parole, prendendole a prestito da Leonardo Sciascia: «Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza, ma si è come si è». Il grande scrittore siciliano è, in effetti, persona che sento molto vicina, (eravamo cari amici) sia per il suo impegno culturale e sociale di tutta la vita, sia perché a sua volta, nel 1983, a fine legislatura decise di lasciare la Camera dei Deputati per tornare al suo lavoro di scrittore.
Le mie motivazioni, forse, non sono dissimili dalle sue. Del resto, io mi sono sentita “prestata” temporaneamente alla politica istituzionale, mentre l’intera mia vita ho inteso spenderla nella battaglia culturale e in quella sociale, nella politica fatta dai movimenti, da cittadina e da donna impegnata. E questo era ed è il mandato di cui mi sono sentita investita dagli elettori: portare un contributo, una voce, un’esperienza, che provenendo dalla società venisse ascoltata e magari a tratti recepita dalle istituzioni parlamentari.
Dopo 19 mesi debbo constatare, con rispetto, ma anche con qualche amarezza, che quelle istituzioni mi sono sembrate impermeabili e refrattarie a ogni sguardo, proposta e sollecitazione esterna, cioè non proveniente da chi è espressione organica di un partito o di un gruppo di interesse organizzato.
Nel marzo del 2006, l’Italia dei Valori mi propose di candidarmi come senatrice alle elezioni. Ho riflettuto per un mese prima di sciogliere la mia riserva, mossa da opposti sentimenti, ma alla fine ho maturato la convinzione che per contribuire a ridurre i danni prodotti al Paese dal governo retto da Silvio Berlusconi e dall’accentramento di poteri da lui rappresentato, ogni democratico dovesse impegnarsi in prima persona nell’attività politica. Ho infine accettato, ringraziando l’On. Di Pietro per l’opportunità che mi aveva offerto, pensando, senza presunzione, che forse avrei potuto ricondurre alle urne, qualcuna o qualcuno dei molti sfiduciati dalla politica. Ecco così che il 12 aprile 2006 mi sono ritrovata a far parte, alla mia giovane età (!!), del Senato della Repubblica carica d’entusiasmo, decisa a impegnarmi in un programma di rinnovamento e progresso civile, seguendo le proposte portate avanti durante la campagna elettorale dell’Unione, soprattutto quella di riuscire a porre fine all’enorme e assurdo spreco di denaro pubblico.
Ho così impegnato la mia indennità parlamentare per lavorare in questa direzione, anche organizzando (giugno 2006) un convegno con un gruppo di professionisti tra i più valenti, al fine di tracciare le linee di un progetto in grado di tagliare miliardi di euro di spese dello Stato nel settore dei consumi energetici, delle disfunzioni della macchina giudiziaria e dell’organizzazione dei servizi. A questo convegno ho invitato Senatori della commissione ambiente e altri che ritenevo sensibili ai temi in discussione.
Non ne è venuto uno.
Ho inoltre presentato un disegno di legge (4 luglio 2006) con cui chiedevo che i funzionari pubblici, condannati penalmente, venissero immediatamente licenziati, trovando su questo terreno l’adesione di parlamentari impegnati nella stessa direzione, quali i Senatori Formisano, Giambrone, Caforio, D’Ambrosio, Casson, Bulgarelli, Villecco Calipari, Russo Spena e molti altri, compresi numerosi deputati. E’ nato così il progetto delle “10 leggi per cambiare l’Italia”. Ho anche acquistato spazi su alcuni quotidiani e sul web, per comunicare i punti essenziali di questo progetto. Ma anche questa iniziativa non ha suscitato interesse nei dirigenti dei partiti del centro sinistra. Nei quasi due anni trascorsi in Senato, ho presentato diverse interrogazioni.
Tutte rimaste senza risposta.
Ho presentato numerosi emendamenti, ma non sono stati quasi mai accolti. Questa, per la verità, è la sorte che capita a quasi tutti i Senatori. In seguito a una inchiesta da me condotta sul precariato in Parlamento, sei mesi fa mi sono impegnata nella stesura di un disegno di legge (presentato 18 luglio) in difesa dei diritti dei collaboratori dei parlamentari: illegalità, evasione contributiva e sfruttamento proprio all’interno della istituzione parlamentare! Mi sono contemporaneamente impegnata su questioni drammatiche e impellenti, quali la necessità che il ministero della Difesa riconoscesse lo status di “vittime di guerra” ai reduci dei conflitti nei Balcani, Iraq e Afghanistan, avvelenati dai residui dell’esplosione dei proiettili all’uranio impoverito.
Quanti sono i militari deceduti? Mistero.
Quanti gli ammalati ignorati senza assistenza medica né sostegno economico? Mistero. Le cifre che si conoscono sono molto contraddittorie.
Quello che si sa con certezza è che ci sono famiglie che per curare il figlio si sono dissanguate e alla morte del congiunto non avevano nemmeno i mezzi per pagare la tomba.
Anche per questa tragica campagna d’informazione ho acquistato spazi su quotidiani e web. Grazie ad alcuni media e a “Striscia la notizia” di Antonio Ricci, il problema è stato portato per quattro volte al grande pubblico: giovani reduci dei Balcani gravemente colpiti, raccontavano la tragedia che stavano vivendo. Dopo tanto insistere, finalmente il Ministro Parisi, se ne sta occupando: speriamo con qualche risultato concreto.
Posso dire serenamente di essermi, dall’inizio del mio mandato ad oggi, impegnata con serietà e certamente senza risparmiarmi. Ma non posso fare a meno di dichiarare che questi 19 mesi passati in Senato sono stati i più duri e faticosi della mia vita.
A volte mi capita di pensare che una vena di follia serpeggi in quest’ambiente ovattato e impregnato di potere, di scontri e trame di dominio. L’agenda dei leader politici è dettata dalla sete spasmodica di visibilità, conquistata gareggiando in polemiche esasperate e strumentali, risse furibonde, sia in Parlamento che in televisione e su i media. E spesso lo spettacolo a cui si assiste non “onora” gli “Onorevoli”.
In Senato, che ho soprannominato “il frigorifero dei sentimenti” non ho trovato senso d’amicizia. Si parla… sì, è vero… ma in superficie. Se non sei all’interno di un partito è assai difficile guadagnarsi la “confidenza”. A volte ho la sensazione che nessuno sappia niente di nessuno…
O meglio, diciamo che io so pochissimo di tutti. In Aula, quotidianamente, in entrambi gli schieramenti (meno a sinistra per via dei numeri risicati), vedi seggi vuoti con il duplicato della tessera da Senatore inserita nell’apposita fessura, con l’intestatario non presente: così risulti sul posto, anche se non voti e non ti vengono trattenuti 258 euro e 35 centesimi per la tua assenza, dando inoltre la possibilità ai “pianisti” di votare anche per te, falsando i risultati. Questo comportamento in un Paese civile, dove le leggi vengono applicate e rispettate, si chiama “truffa”.
La vita del Senatore non è per niente comoda e facile per chi voglia partecipare seriamente ed attivamente ai lavori d’Aula. Oltre l’Aula ci sono le commissioni. Ne ho seguite quattro: Infanzia, Uranio impoverito, Lavori pubblici e comunicazione, Vigilanza Rai. A volte te ne capitano tre contemporaneamente e devi essere presente ad ognuna o perché è necessario il numero legale o perché si deve votare. E’ la pazzia organizzata!
Se queste riunioni si facessero via web si ridurrebbero i tempi e si potrebbe arrivare velocemente alle conclusioni, ma l’era del computer non ha ancora toccato i vertici dello Stato! E tutto questo attivismo produce un effetto paradossale: la lentezza. Si va lenti… “lenti” in tutti i sensi. Nel nostro Parlamento l’idea del tempo è quella che probabilmente hanno gli immortali: si ragiona in termini di ere geologiche, non certo sulla base della durata della vita umana e degli impellenti bisogni della gente.
Oltretutto mi sento complice di una indegnità democratica. Stiamo aspettando da 19 mesi, che vengano mantenute le promesse fatte in campagna elettorale. Non è stata ancora varata, ad esempio, la legge sul conflitto d’interessi, e ritengo questo ritardo gravissimo. Non è stata liberata la Rai dai partiti, non è stato fissato un antitrust sulle televisioni, mentre in compenso tutte le leggi del governo Berlusconi, assai criticate anche all’estero, sono in vigore, il falso in bilancio continua a essere depenalizzato, la ex Cirielli continua a falcidiare migliaia di processi.
Contemporaneamente il governo ha bloccato il processo sul sequestro di Abu Omar sollevando due conflitti d’attribuzione davanti alla Corte costituzionale. E ha creato i presupposti perché al Pubblico Ministero Luigi De Magistris vengano tolte le indagini su politici di destra e di sinistra e il Giudice Clementina Forleo venga fatta passare per esaltata e bizzarra. Nonostante gli impegni programmatici sulla legge Bossi-Fini e sui Centri di permanenza temporanea, che sarebbe più appropriato definire centri di detenzione, dove sono negati i diritti più elementari, non ci sono novità.
Ora stiamo aspettando anche in Senato il disegno di legge che vieta ai giornali di pubblicare le intercettazioni e gli atti d‘indagini giudiziarie, già votato alla Camera da 447 deputati, con soli 7 astenuti e nessun contrario. Come andrà in Senato? In tante occasioni ho fatto prevalere, sui miei orientamenti personali la lealtà al governo e allo schieramento in cui sono stata eletta, ma questa volta non potrei che votare contro.
Il Paese si trova in gran difficoltà economica: disoccupazione, precarietà, caro vita, caro affitti, caro tutto… pane compreso. Che dire della lontananza sconvolgente che c’è tra il governo e i reali problemi della popolazione? E che dire dei 1030 morti sul lavoro nel solo 2007 (cifra peraltro destinata a crescere con la stabilizzazione dei dati Inail) Ben venga il disegno di legge del ministro Damiano e il nuovo Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro. Non è mai troppo tardi. Solo un po’…
Che dire dell’indulto di “tre anni” approvato con una maggioranza di 2/3 del Senato, con l’appoggio di UDC, Forza Italia e AN? Era certamente indispensabile alleggerire il disumano e incivile affollamento delle carceri, ma con un criterio che rispondesse davvero al problema nella sua essenza, con un progetto di riforma strutturale del sistema penitenziario, con il coinvolgimento delle innumerevoli associazioni del volontariato privato-sociale, che storicamente operano sul territorio nazionale e locale. A migliaia si sono trovati per strada e molti senza un soldo né una casa, né tanto meno un lavoro. Dodici donne italiane e straniere furono dimesse dal carcere di Vigevano a notte fonda in piena e desolata campagna!
La notte stessa e nei mesi a seguire, circa il 20% degli scarcerati è ritornata in cella. Sono anni che le carceri scoppiano… nessuno ha mai mosso un dito. Di colpo arriva l’indulto! E’ difficile non sospettare che il vero obiettivo di questa legge proposta dal governo, fosse soprattutto quello di salvare, in fretta e furia, dalla galera importanti e noti personaggi incriminati, industriali e grandi finanzieri, e soprattutto politici di destra e qualcuno anche di sinistra… Che dire dei deputati e senatori condannati e inquisiti che ogni giorno legiferano e votano come niente fosse? Che dire di una finanziaria insoddisfacente alla quale siamo stati obbligati a dare la fiducia, altrimenti non avrebbe avuto i voti per passare?
Che dire del consenso dato dal governo Prodi nel 2006 e riconfermato, “di persona” dal Presidente Napolitano a Bush nel 2007, per la costruzione della più grande base americana d’Europa a Vicenza? Gli impegni presi da Berlusconi sono stati mantenuti. I vicentini hanno diritto di manifestare in centinaia di migliaia, con la solidarietà di molti italiani, ma non di ottenere attenzione e rispetto delle proprie ragioni. Che dire del costante ricatto, realizzato da questo o quel onorevole, di far cadere il governo per cercare di ottenere privilegi o cariche? Quante volte, per non farlo cadere, ‘sto benedetto governo, ho dovuto subire il ricatto e votare contro la mia coscienza? Troppe. Tanto da chiedermi spesso: “Cosa sono diventata? La vota rosso-vota verde?”
La prima volta che ho sentito forte la necessità di allontanarmi da questa politica svuotata di socialità, è stato proprio con il rifinanziamento delle missioni italiane “di pace” all’estero. Ero decisa a votare contro, ma per senso di responsabilità, e non mi è stato facile, mi sono dovuta ancora una volta piegare. E non mi è piaciuto proprio. Credo che il mio malessere verso queste scelte sia ampiamente condiviso dai molti cittadini che hanno voluto questo governo, e giorno dopo giorno hanno sentito la delusione crescere, a seguito di decisioni sempre più distanti da loro, decisioni che li hanno alla fine, allontanati dalla politica.
In queste condizioni non mi sento di continuare a restare in Senato dando, con la mia presenza un sostegno a un governo che non ha soddisfatto le speranze mie e soprattutto quelle di tutti coloro che mi hanno voluta in Parlamento e votata. La prego quindi signor Presidente di mettere all’ordine del giorno dell’Assemblea le mie irrevocabili dimissioni.
Non intendo abbandonare la politica, voglio tornare a farla per dire ciò che penso, senza ingessature e vincoli, senza dovermi preoccupare di maggioranze, governo e alchimie di potere in cui non mi riconosco. Non ho mai pensato al mio contributo come fondamentale, pure ritengo che stare in Parlamento debba corrispondere non solo a un onore e a un privilegio ma soprattutto a un dovere di servizio, in base al quale ha senso esserci, se si contribuisce davvero a legiferare, a incidere e trasformare in meglio la realtà. Ciò, nel mio caso, non è successo, e non per mia volontà, né credo per mia insufficienza.
E’ stato un grande onore, per il rispetto che porto alle Istituzioni fondanti della nostra Repubblica, l’elezione a Senatrice, fatto per il quale ringrazio prima di tutto le donne e gli uomini che mi hanno votata, ma, proprio per non deludere le loro aspettative e tradire il mandato ricevuto, vorrei tornare a dire ciò che penso, essere irriverente col potere come lo sono sempre stata, senza dovermi mordere in continuazione la lingua, come mi è capitato troppo spesso in Senato.
Mi scuso per la lunga lettera, signor Presidente, ma sono stata “in silenzio” per ben 19 mesi! Roba da ammalarmi!
Prima di accomiatarmi non posso non ricordare quelle colleghe e colleghi di gran valore intellettuale e politico che ho avuto l’onore di conoscere. Tra questi una particolare gratitudine va ad Antonio Boccia, che fin dall’inizio mi ha tenuta sotto la sua ala protettrice con amichevole affetto, consigliandomi e rincuorandomi nei momenti difficili. Un pensiero particolare al Ministro Di Pietro e i Senatori di Italia dei Valori e a chi ha dimostrato simpatia nei miei riguardi. Rimane il rammarico di non aver potuto frequentare, se non rarissime volte, i colleghi oltre le mura del Senato.
Infine un ringraziamento sentito alla Senatrice Binetti e al Senatore Tomassini che con grande umanità hanno superato le ideologie che ci dividono, per soccorrere uniti, un bimbo di 6 anni in grande difficoltà. Augurandomi che Lei possa comprendere le mie motivazioni, desidero ringraziarLa per la gentilezza e disponibile accoglienza che mi ha accordato.
La saluto con stima sincera

giovedì 4 aprile 2013

Oggi è la Giornata Mondiale contro le mine

Messaggio del Segretario Generale in Occasione della Giornata Internazionale per la sensibilizzazione sulle Mine e l’Assistenza nell’Azione Contro le Mine, (4 Aprile 2013)

L’eliminazione della minaccia di mine e ordigni bellici inesplosi rappresenta uno sforzo di importanza cruciale per la promozione di pace e sviluppo, per la tutela della vita umana e il sostegno a Paesi in fase di transizione.

Le Nazioni Unite continuano a fornire assistenza ad ampio raggio a milioni di persone in Afghanistan, Cambogia, Colombia, Laos, Libano, Sud Sudan e altrove. Tuttavia, occorre accelerare tale progresso, anche alla luce di nuove frontiere di azione che sono emerse, soprattutto in Siria e Mali, dove cresce l’impatto devastante sul piano umanitario dell’uso di ordigni esplosivi in aree densamente popolate.

Sono incoraggiato dal fatto che 161 Stati Membri hanno aderito alle misure cogenti della Convenzione sulle mine anti-uomo del 1997. Inoltre, 111 Paesi hanno sottoscritto la Convenzione sulle munizioni a grappolo, e 81 hanno firmato il Protocollo V sugli ordigni bellici inesplosi della Convenzione che disciplina certe categorie di armi convenzionali. 127 Stati hanno poi ratificato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità. Chiedo dunque che l’adesione a questi importanti trattati sia universale.

I programme di azione sulle mine delle Nazioni Unite continuano a creare spazi in favore delle attività di soccorso umanitario, le operazioni di pace e le iniziative di sviluppo, consentendo al proprio personale di agire sul terreno e al tempo stesso garantendo a rifugiati e profughi la possibilità di fare ritorno volontariamente a casa. La Strategia 2013-2018 delle Nazioni Unite sull’azione anti-mine delinea una serie di passi verso l’obiettivo di un mondo più sicuro, nel quale individui e comunità possano perseguire il proprio sviluppo socio-economico e i sopravvissuti siano trattati come membri a pieno diritto nelle loro società.

L’impegno delle Nazioni Unite per accrescere la consapevolezza e agire sul tema è globale. In occasione di questa Giornata internazionale, riaffermiamo dunque tale impegno in favore di un mondo libero dalla minaccia di mine e altri ordigni bellici.

Fonte: www.unric.org

martedì 19 marzo 2013

In memoria di Rachel Corrie. 10 anni dopo la sua lotta continua


L'appello dei suoi genitori a 10 anni dal suo assassinio da parte di Israele.

Articolo di: Infopal Agenzia stampa informazione Palestina, Territori palestinesi occupati, Striscia di Gaza
Foto di http://rachelcorriefoundation.org
       















Il 16 marzo 2003, Rachel Corrie, una giovane attivista americana dell’ISM, mentre cercava di impedire la demolizione di case palestinesi nella striscia di Gaza, fu schiacciata a morte da un bulldozer israeliano.


All’indirizzo http://rachelcorriefoundation.org/ un video dei genitori di Rachel a 10 anni dalla morte.

Da una email alla madre:

“Voglio solo scrivere a mia madre per dirle

che sono testimone di questo genocidio quotidiano e subdolo,

che ho veramente paura,

che comincio ad avere dubbi sulla mia fondamentale convinzione nella bontà della natura umana.

Tutto questo deve finire.

Credo sia una buona idea se tutti noi lasciamo ogni altra cosa e se dedichiamo le nostre vite a fare in modo che tutto questo finisca.

Incredulità e orrore sono le cose che provo. Delusione.

Sono delusa che questa sia la realtà di fondo del nostro mondo e che noi, di fatto, ne siamo complici.

Questo non è affatto quello che io ho chiesto quando sono venuta in questo mondo. Questo non è affatto quello che le persone volevano quando sono venute in questo mondo.

Non pensavo che stavo per venire in un mondo dove io potevo vivere nella mia comoda casa ed esistere senza la minima consapevolezza della mia partecipazione in genocidi.

Altre forti esplosioni da qualche parte là fuori.”

Lo scorso anno il soldato alla guida del bulldozer è stato assolto da un tribunale israeliano.

La pulizia etnica in Cisgiordania e il genocidio a Gaza continuano.

“Verrà il tempo in cui i responsabili dei crimini contro l’umanità che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese e altri conflitti in questo passaggio d’epoca, saranno chiamati a rispondere davanti ai tribunali degli uomini o della storia, accompagnati dai loro complici e da quanti in Occidente hanno scelto il silenzio, la viltà e l’opportunismo.”

Fonte: ISM-Italia, www.ism-italia.org , info@ism-italia.org

LA BICICLETTA DI MARCO BIAGI


Questa è la storia di Marco Biagi, ucciso dalle Brigate Rosse partito Comunista Combattente la sera del 19 marzo di undici anni fa


Cos'è la memoria?
La memoria è come un film in bianco e nero.
A volte viene chiuso nei cassetti della Storia.
Ma altre volte torna, ritorna e lascia tracce indelebili.

Questa è la storia di un uomo, un consulente del ministero del Welfare, un esperto di mercato del lavoro, che pedala con la sua bicicletta solo e senza scorta nel centro di Bologna.
Questa è la storia di Marco Biagi, ucciso dalle Brigate Rosse partito Comunista Combattente la sera del 19 marzo di undici anni fa.

Quel giorno, intorno alle 13,30, Marco Biagi prende il treno alla stazione di Bologna e si reca a Modena.Tiene le sue lezioni, esamina incartamenti, legge libri, effettua qualche telefonata, accende il computer e controlla la posta elettronica. Poi alle 18,30 esce dal portone principale dell'Ateneo, si reca allo scalo ferroviario e attende il treno interregionale per Bologna. Un brigatista non ancora identificato avverte con il telefono cellulare Diana Blefari Melazzi, nome di battaglia Maria, staffetta del commando già operativo a Bologna.
19,41. Marco Biagi scende dalla carrozza e cammina lungo il binario 1 del piazzale ovest della stazione di Bologna. Si dirige verso l'uscita, poi volta a destra verso la saletta degli Eurostar.
19,41. Cinzia Banelli, nome di battaglia Sonia, attiva la Sim Card acquistata giorni prima a Roma. E' montata su un cellulare, comprato a Bologna, configurato per computer quindici giorni prima.Cinzia Banelli chiama l'operatore. 
L'impulso viene captato e registrato dalla cella telefonica bis di via Mentana che copre gran parte del centro città, compresa l'abitazione di Marco Biagi. L'attivazione della scheda viene compiuta pochi minuti prima e a pochi metri dal luogo dell'omicidio. Come per trasmettere un messaggio: siamo noi, quelli delle Brigate Rosse.
Alle 19,53, il professore esce dalla saletta Eurostar con il biglietto per Roma del giorno dopo. Poi cammina a piedi ed esce dalla stazione. Le telecamere della Polizia Ferroviaria sono sempre accese. Quando è sera funzionano con i raggi infrarossi. Così gli uomini non sono più ombre che camminano, i loro contorni restano ben visibili e in primo piano. Biagi é alto, con i capelli argentati. E' inconfondibile, non ci si può sbagliare. Lui attraversa la piazza, attende il verde del semaforo e taglia di traverso la strada. Entra nella Galleria Due Agosto.Lì ritrova la sua bicicletta. E' chiusa con due lucchetti, appoggiata ad un cartello stradale. La sua borsa è poco accanto al manubrio.
Diana Blefari Melazzi, pure lei in bicicletta, si accerta che il professore sia partito. Con la ricetrasmittente, scandisce agli altri componenti del commando il percorso abituale di Marco Biagi. Il suo ultimo tragitto. La sagoma di Biagi viene ripresa più volte dagli impianti televisivi a circuito chiuso di banche, società, istituzioni.

Mario Galesi, nome di battaglia Paolo e Roberto Morandi, nelle BR conosciuto come Luca, sono già sotto l'abitazione di Marco Biagi. Indossano i caschi integrali. Quello di Galesi è color bianco, più scuro quello di Morandi. Attendono il professore sopra un motorino color verde scuro. Cinzia Banelli è ferma sulla sua bicicletta in piazza San Martino. Nadia Desdemona Lioce, nome di battaglia Rosa, pure lei in bicicletta, si trova verso via Zamboni, tra via Valdonica e vicolo Luretta. Diana Blefari Melazzi è posizionata tra vicolo Luretta e via Marsala.

Lorenzo, figlio di Marco Biagi, ha appena finito i compiti e attende il ritorno del padre. Francesco, figlio di Marco Biagi, raggiunge via Valdonica con il suo scooter Malaguti. Lo parcheggia davanti al portone. I brigatisti assistono alla scena. Francesco sale le scale di casa. Va di fretta. Deve prendere la borsa per la partita di basket.

Sono le 20,10. Il freddo di marzo comincia a pungere davvero e la scena dell'omicidio è fulminea. Marco Biagi si trova davanti al portone, posa la borsa di pelle nera, sta per infilare le chiavi nella toppa...Solo una voce acuta giunge alle sue spalle.

"Professore...ehi professore"

Il primo proiettile della pistola semiautomatica di Mario Galesi si conficca sul muro di via Valdonica. Gli altri cinque trafiggono il corpo di Marco Biagi. L'arma è una Makarov marcata Carl Walther 9×17 tipo corto.Il brigatista utilizza la tecnica del sacchetto di plastica fissato in qualche modo sul lato destro della canna, poco sopra il calcio. Ma il meccanismo funziona solo quando l'arma è orizzontale. Galesi invece spara dall'alto verso il basso. Così i bossoli non vengono trattenuti e cadono in terra. Tre di loro vengono ritrovati dagli inquirenti, oltre al proiettile finito sul palazzo.

Mario Galesi e Roberto Morandi fuggono con il motorino verso Piazza San Martino e via Marsala.Cinzia Banelli accende la ricetrasmittente e chiude l'azione:

"Buona notte" 

Dal blog di Daniele Biacchessi 

mercoledì 17 ottobre 2012

Giornata mondiale del rifiuto della miseria

Laddove gli uomini sono condannati a vivere nella miseria, i diritti dell'uomo sono violati. Unirsi per farli rispettare è un dovere sacro. [padre Wresinski]

lunedì 1 ottobre 2012

ACCADDE oggi: Sentenza del processo di Norimberga

Il processo iniziò il 20 novembre 1945 e durò fino al 1 ottobre 1946. Oltre ai 24 accusati (vedi la foto sopra con i nomi) dovevano essere processati anche Adolf Hitler, cancelliere della Germania e principale responsabile di tutti i crimini, Heinrich Himmler, capo della SS e della polizia e Joseph Goebbels, il capo della propaganda nazista, ma questi tre si erano suicidati già una settimana prima della fine della guerra. Nella lista degli accusati dovevano esserci anche Adolf Eichmann e Josef Mengele, due dei massimi responsabili del genocidio degli ebrei, ma entrambi erano riusciti a fuggire in Sudamerica.

I capi di accusa contro gli incriminati erano:
  1. cospirazione per commettere crimini contro la pace,
  2. aver pianificato, iniziato e intrapreso delle guerre d'aggressione,
  3. crimini di guerra,
  4. crimini contro l'umanità.

Un aiuto importante per l'accusa fu la collaborazione di un pentito importante, Erwin von Lahousen, uno dei capi dei servizi segreti di Hitler, che riuscì a smontare molte delle tesi della difesa. Alcuni degli accusati ritennero di non essere colpevoli perché avrebbero solo eseguiti degli ordini ai quali non potevano opporsi. Solo pochi mostrarono pentimenti per le loro azioni durante il nazismo. Una linea di difesa decisamente più aggressiva segui Hermann Göring, uno dei massimi esponenti del regime nazista, che negò al tribunale il diritto di giudicare gli accusati: essendo il processo tenuto dai vincitori della guerra poteva solo essere espressione di vendetta e non di giustizia. Tra l'altro, questa argomentazione viene portata avanti, fino ad oggi, anche dai neonazisti tedeschi.

Alla fine furono emesse le seguenti sentenze:
  12 condanne a morte
  3 ergastoli
  4 condanne a 10, 15 o 20 anni di carcere
  3 assoluzioni


martedì 18 settembre 2012

IL MASSACRO DIMENTICATO

DI ROBERT FISK
independent.co.uk

Sabra e Chatila. Entrai in quel campo, ecco ciò che vidi

Quei ricordi, ovviamente, non si cancellano. Lo sa bene l’uomo che aveva perso la sua famiglia in un precedente massacro e poi vide, impotente, i giovani di Chatila costretti a mettersi in fila e a marciare verso la morte. Ma il tanfo dell’ingiustizia soffoca ancora i campi profughi nei quali esattamente 30 anni fa furono massacrati 1700 palestinesi. Nessuno è stato processato e tanto meno condannato per quel massacro, che persino uno scrittore israeliano paragonò all’assassinio dei partigiani jugoslavi ad opera dei simpatizzanti nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Sabra e Chatila sono un monumento eretto ai criminali che l’hanno fatta franca.

KHAKED ABU Noor era un adolescente, un futuro miliziano ed era partito per le montagne poco prima che i falangisti alleati di Israele facessero irruzione. Si sente in colpa per non aver potuto combattere contro i violentatori e gli assassini? “Il sentimento che ci accomuna è la depressione”, mi risponde. “Abbiamo chiesto giustizia, abbiamo invocato processi internazionali, ma nulla è accaduto.

Nemmeno una sola persona è stata ritenuta colpevole di quell’orrore. Nessuno è finito dinanzi ad un tribunale. Forse per questo abbiamo dovuto soffrire ancora nella guerra del 1986 (per mano dei libanesi sciiti) e forse per questo gli israeliani hanno potuto massacrare moltissimi palestinesi nel 2008-2009 durante l’invasione di Gaza. Se i responsabili del massacro di trenta anni fa fossero stati processati, non ci sarebbero stati i morti di Gaza”. Ha le sue ragioni per pensarla a questo modo. L’11 settembre a Manhattan decine di presidenti e primi ministri hanno fatto la fila per commemorare le vittime dell’attentato criminale al World Trade Center, ma nemmeno un leader occidentale ha avuto il coraggio di far visita alle fosse comuni sudice e spoglie di Sabra e Chatila. Ad onor del vero, va detto che in trenta anni nemmeno un solo leader arabo si è preso la briga di visitare il luogo in cui riposano almeno 600 delle 1700 vittime. I potenti del mondo arabo piangono, a parole, per la sorte dei palestinesi massacrati nei campi, ma nessuno ha voluto affrontare un breve volo per rendere omaggio a questi morti dimenticati.

E poi chi se la sente di offendere gli israeliani o gli americani?

Per ironia – ma significativa – del destino, il solo Paese che ha svolto una seria indagine ufficiale, pur finita in un nulla di fatto, è stato Israele. L’esercito israeliano lasciò entrare gli assassini nei campi e rimase a guardare senza intervenire mentre le atrocità si consumavano.

La testimonianza più significativa è quella fornita dal sottotenente israeliano Avi Grabowsky. La Commissione Kahan ritenne l’allora ministro della Difesa di Israele, Ariel Sharon, personalmente responsabile per aver consentito ai sanguinari falangisti anti-palestinesi di fare irruzione nei campi “per ripulirli dai terroristi” – rivelatisi inesistenti come le armi di distruzione di massa dell’Iraq 21 anni dopo. Sharon fu costretto a dimettersi, ma in seguito divenne primo ministro fin quando fu colpito da un ictus. Elie Hobeika, il leader della milizia cristiana libanese che guidò gli uomini nei campi – dopo che Sharon aveva detto ai falangisti che i palestinesi avevano appena assassinato il loro capo Bashir Gemayel – fu assassinato qualche anno dopo nella zona est di Beirut. I suoi nemici dissero che era stato ucciso dai siriani, i suoi amici incolparono gli israeliani. Hobeika, che aveva stretto una alleanza con i siriani, aveva appena annunciato che avrebbe “detto tutto” sulle atrocità di Sabra e Chatila dinanzi ad un tribunale belga che voleva processare Sharon.

Naturalmente quanti di noi entrarono nei campi il terzo e ultimo giorno del massacro – il 18 settembre 1982 – hanno i loro ricordi. Io ricordo il vecchio in pigiama disteso a terra supino nella strada principale del campo con accanto il suo innocente bastone da passeggio, le due donne e il bambino uccisi accanto a un cavallo morto, la casa privata nella quale mi nascosi dagli assassini insieme al collega del Washington Post, Loren Jenkins. Nel cortile della casa trovammo il cadavere di una giovane. Alcune donne erano state stuprate prima di essere uccise. 

Ricordo anche la nuvola di mosche, l’odore penetrante della decomposizione. Queste cose le ricordo bene.

ABU MAHER ha 65 anni. La sua famiglia era fuggita da Safad, oggi Israele, e abitava nel campo profughi nei giorni del massacro. Sulle prime non voleva credere alle donne e ai bambini che gli dicevano di scappare. “Una vicina di casa cominciò ad urlare, guardai fuori e vidi mentre la uccisero con un colpo di arma da fuoco alla testa. La figlia tentò di fuggire; gli assassini la inseguirono gridando ‘Ammazziamola, ammazziamola, non ce la lasciamo sfuggire!’. Lanciò un grido verso di me, ma io non potevo fare nulla. Ma riuscì a salvarsi”. Le ripetute visite ai campi, anno dopo anno, hanno creato una sorta di narrazione ricca di stupefacenti particolari. Le indagini condotte da Karsten Tveit della Radio norvegese e da me hanno provato che molti uomini, proprio quelli che Abu Maher vide marciare ancora vivi dopo il massacro iniziale, in seguito furono consegnati dagli israeliani agli assassini falangisti che li tennero prigionieri e Beirut est per diversi giorni e, quando si resero conto che non potevano servirsene per scambiarli con ostaggi cristiani, li giustiziarono e li seppellirono in fosse comuni. Altrettanto atroci e crudeli le argomentazioni a favore del perdono. Perché ricordare alcune centinaia di palestinesi massacrati quando in 19 mesi in Siria furono uccise 25.000 persone? 

I sostenitori di Israele e i critici del mondo musulmano negli ultimi due anni mi hanno scritto insultandomi per aver più volte raccontato il massacro di Sabra e Chatila, come se il mio resoconto di testimone di quelle atrocità fosse soggetto alla prescrizione. Sulla base dei miei interventi su Sabra e Chatila raffrontati con miei articoli sull’oppressione turca, un lettore mi ha scritto che “sono portato a concludere che nel caso di Sabra e Chatila, lei mostra un pregiudizio contro Israele. Giungo a questa conclusione per il numero sproporzionato di citazioni di questa atrocità…”. Ma è possibile esagerare nel ricordare un massacro? 

La dottoressa Bayan al-Hout, vedova dell’ex ambasciatore a Beirut dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), ha scritto la più autorevole e dettagliata ricostruzione dei crimini di guerra di Sabra e Chatila – perché di questo si è trattato – ed è giunta alla conclusione che negli anni seguenti la gente aveva paura a ricordare.

“POI ALCUNI gruppi internazionali hanno cominciato a parlarne. Dobbiamo ricordare: le vittime portano ancora le cicatrici di quei fatti e ne saranno segnati anche coloro che debbono ancora nascere”. Alla fine del libro, al-Hout pone alcuni interrogativi difficili e pericolosi: “Gli assassini sono stati i soli responsabili? Possiamo definire criminali solo gli autori del massacro? Solo chi diede gli ordini può essere considerato responsabile? ”. 

In altre parole, non è forse vero che il Libano aveva un parte di responsabilità a causa dei falangisti, Israele un’altra parte a causa del comportamento del suo esercito, l’Occidente un’altra parte per avere Israele come alleato e gli arabi un’altra parte per avere gli americani come alleati? Al-Hout chiude citando le parole con le quali il rabbino Abraham Heschel si scagliò contro la guerra del Vietnam: “In una società libera alcuni sono colpevoli, ma tutti sono responsabili”. 

Versione originale:

Robert Fisk
Fonte: www.independent.co.uk
Link: http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/the-forgotten-massacre-8139930.html
15.09.2012

Versione italiana:

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
16.09.2012

giovedì 19 luglio 2012

L'assassinio di Borsellino un mistero lungo 20 anni



Roberto Saviano presenta il nuovo libro di Enrico Deaglio sulla strage di via D’Amelio e sui misteri che da sempre la circondano: "Abbiamo pianto quella morte e oggi siamo di nuovo qui a chiederci: perché come, chi è stato?"
di ROBERTO SAVIANO Repubblica


VENT'ANNI FA, dal condominio di via D'Amelio esce un uomo, con la sua famiglia. Fa un gesto che all'epoca deve essere sembrato insignificante: scaccia i bambini che giocano vicino a un'utilitaria parcheggiata. È Salvatore Vitale, abita nello stesso palazzo della madre di Borsellino, sarà poi accusato di essere uno degli esecutori materiali della strage.

Vent'anni fa, nello stesso condominio di via D'Amelio, entra Paolo Borsellino: deve portare sua madre dal medico, ma non ne avrà il tempo. Rivediamo la terribile sequenza di immagini: una tranquilla strada in uno dei quartieri cresciuti come erbacce alle pendici del monte Pellegrino, su cui sta appollaiato il Castel Utveggio, sede forse dei servizi segreti e forse luogo da cui sarebbe stato azionato il telecomando della bomba. Un boato tremendo, auto scaraventate in aria, una stradina devastata.

Sulla scena accorre subito una moltitudine di persone, che rende difficile il lavoro di chi dovrebbe fare i rilievi. Così il 19 luglio del 1992 muoiono Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Uno solo si salva: è Antonino Vullo, ferito mentre parcheggiava uno dei veicoli della scorta. Così comincia un mistero che non è stato ancora chiarito.

In questi momenti mi manca Peppe D'Avanzo. Oggi, a vent'anni dalla morte di Paolo Borsellino, credo che nessuno come lui sarebbe stato in grado di ricostruire la storia della nostra Repubblica con altrettanta lucidità. Nessuno come lui sarebbe stato in grado di mettere insieme vent'anni di storia giudiziaria, di inchieste, di false piste, di errori, di successi e collegare tutto al dramma che stiamo vivendo in queste ore. Il dramma di una crisi economica devastante, che non è causata solo da fattori esterni, ma da una cattiva gestione della cosa pubblica divenuta endemica e quasi "incurabile", mentre sul Paese continua ad aggirarsi il fantasma di Berlusconi tentato da una ricandidatura.

Ecco, Peppe avrebbe forse messo insieme tutto questo, restituendoci la complessità in un quadro d'insieme con cui qualcuno avrebbe dissentito, ma che sarebbe comunque stato un modo coraggioso di spiegare il presente attraverso la lente del passato. In quegli anni, negli anni delle stragi, era fin troppo evidente che si stava combattendo una guerra, ma noi che osserviamo e interpretiamo oggi facciamo una fatica immensa a individuare le parti in campo, a capire esattamente quali interessi erano stati lesi e quale ordine precostituito si volesse mantenere con quel terrore.

Le stragi del '92 e del '93 in Italia sono tutt'altro che storia superata, metabolizzata, chiarificata. Se le stragi del '93 erano un tentativo da parte della mafia di contrattare con lo Stato condizioni di vita meno dure nelle carceri, gli effetti sono stati di breve durata. Io ho sempre ritenuto che gli attentati fossero gli ultimi rantoli di una bestia morente, di una bestia che era stata colpita al cuore come mai era accaduto prima.

Di una bestia che aveva sempre agito indisturbata e che invece, con il lavoro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, era stata finalmente smascherata. Nel 1978 era morto Peppino Impastato, nel 1984 Pippo Fava, nel 1990 Rosario Livatino, senza che la società civile italiana, tutta, si fosse sentita davvero colpita al cuore. Falcone e Borsellino avevano compiuto quella rivoluzione civile, anzi, come dicevano loro "culturale" che il nostro paese aspettava, avevano toccato i tasti giusti e l'avevano fatto in un momento in cui le persone, da Milano a Palermo, erano pronte a seguirli.

Oggi, in questo dibattito, si inserisce un libro Il vile agguato. Chi ha ucciso Paolo Borsellino. Una storia di orrore e menzogna (Feltrinelli) di Enrico Deaglio. L'ho letto cercando di rimanere calmo. Di non lasciarmi aggredire dalla rabbia che ti sale leggendo per quanti anni depistaggi, menzogne, falsità, bugie, corruzioni, sono colate come irrefrenabile lava sulla tragedia di Paolo Borsellino. Ma poi mi sono chiesto se in un certo senso non fossimo tutti colpevoli di aver permesso che verità rassicuranti coprissero con un velo di comoda ignoranza la sua morte, mentre gli intitolavamo piazze e scuole.

Ecco cosa si prova a leggere queste pagine: l'assurdità. Non aver raggiunto una verità sui colpevoli della morte di Paolo Borsellino e dei suoi uomini corrode la democrazia italiana, corrode la fiducia, corrode l'empatia sociale, alimenta lo sconforto, la diffidenza che mai come ora è un sentimento dannatamente predominante nel nostro Paese. Quando è morto Falcone avevo 12 anni. Ero a Paestum, dove forse mi avevano già spedito in vacanza. Oppure semplicemente ero lì con tutta la famiglia per il fine settimana.

Un fine settimana di maggio. Ricordo solo che stavo in cucina, che la televisione era accesa e che mia zia d'improvviso si mise davanti alla tv. La coprì tutta con la sua schiena. Noi bambini non capivamo perché non volesse vedere, non capivamo perché volesse oscurare tutto. Giocavamo con una palla di gommapiuma in casa, non stavamo nemmeno guardando la tv, eppure lei si mise davanti, col suo corpo minuto, a coprire lo schermo quadrato di una piccola e vecchia Sony. Aveva le lacrime agli occhi, ci guardava come se non ci vedesse, agitava la testa e ripeteva "No, no, no". Nessuno di noi faceva domande.

I bambini del Sud cresciuti negli anni '80-'90 con faide di mafia, tensioni continue in strada e in casa, polizia e posti di blocco, sanno contenere le domande. Sarebbe stato naturale puntare il ditino verso lo schermo e chiedere spiegazioni. Noi no. Non chiedevamo, sentivamo che era accaduta la solita cosa, quella che quando accadeva se chiedevi qualcosa ti guardavano storto e chiudevano con "Niente, niente". Ricordo di essermi seduto a terra, gambe incrociate all'indiana, come faccio ancora oggi, e mi guardavo intorno. Fuori sentivo che tutte le case dei vicini avevano la tv accesa. Qualcuno la radio. C'era un silenzio irreale. Solo le voci dei bambini.

Il Tg3 confermò l'attentato. C'era una donna con i capelli corti che ne parlava da Palermo e ogni tanto si vedevano immagini incredibili: cemento e terra divelta. Lamiere e tante persone che si aggiravano come in trance tra le macerie. Capii che avevano ucciso un giudice e dei poliziotti. Mi feci coraggio e infransi la regola del bimbo di paese che non deve mai fare domande sul sangue e sui morti ammazzati. Riuscii finalmente ad alzarmi e chiesi: perché? Il 19 luglio dello stesso anno si è ripetuta una scena simile. Sempre a Paestum. Ricordo caldo afa sudore e lacrime. Lacrime per una morte che anche un dodicenne sentiva come annunciata. E oggi siamo ancora qui a chiederci: Perché? Come? Chi?

"Ora che sono passati vent'anni  -  scrive Deaglio nel suo libro  -  non solo non sappiamo chi l'ha ucciso, ma innumerevoli versioni, continue verità, continuano ad ucciderlo. Borsellino viene continuamente riesumato in uno spettacolo macabro che insulta la sua memoria e noi spettatori. È stato Scarantino. No Spatuzza. È stato Riina; no, i fratelli Graviano. La polizia ha imbeccato Scarantino per proteggere i veri colpevoli. È come piazza Fontana. È stato lo Stato, lo Stato Mafia, la Mafia Stato; il Doppio Stato. È stato Berlusconi, o perlomeno Dell'Utri. Sono stati i servizi. Deviati. No, quelli ufficiali. Sono stati Ciancimino e Provenzano. Sono stati gli industriali del Nord. È stato il ministro Mancino... La sua morte era necessaria alla trattativa. Anzi, era l'essenza della trattativa. (A proposito  -  cos'è che stavano trattando?) È stato un volontario, lucido sacrificio di Borsellino che si è offerto come vittima per salvare la sua famiglia. È stata la prova della potenza infinita di Cosa Nostra a cui nessuno può sfuggire. È stato il Fato, del quale era in balia... "

mercoledì 27 giugno 2012

Strage di Ustica, 32 anni dopo Non è troppo tardi per chiedere la verità


Domani è l’anniversario -trentadue anni dopo- di una delle sciagure più terribili avvenute nella storia dell’Italia repubblicana: quella detta di Usticadall’isola vicino alla quale si inabissò intorno alle nove di sera l’aereo di linea che portava a Palermo da Bologna ottantuno passeggeri, tutti morti nella caduta del velivolo. E’ una storia tremenda e vale la pena ricordarla ai nostri lettori anche perché è tuttora,per molti aspetti, oscura.
Il primo elemento che emerge nel 1990 (dieci anni dopo la sciagura accaduta, come ho già detto, la sera del  27 giugno 1980 nel mar Tirreno nel volo dell’aereo di linea Douglas-DC 9 diretto da Bologna a Palermo)  dalle indagini penali intraprese dal giudice Priore( i primi  dieci anni di indagini di altri giudici si sono svolti senza apparente successo) e dopo la prima inchiesta  da parte della  commissione Stragi nel 1989, presieduta dal repubblicano Gualtieri, è che il sostanziale fallimento, fino a quel momento, delle precedenti indagini fosse dovuto a “depistaggi e inquinamenti operati da soggetti ed entità molteplici.”
Scrive nel capitolo iniziale  la sentenza-ordinanza del giudice Priore: ”Il disastro di Ustica ha scatenato, non solo in Italia, processi di deviazione o comunque di inquinamento delle indagini. Gli interessi dietro l’evento e di contrasto di ogni ricerca sono stati tanti e non solo all’interno del Paese, ma specie presso istituzioni di altri Stati, da ostacolare specialmente attraverso l’occultamento delle prove e il lancio di sempre nuove ipotesi -questo con il chiaro intento di soffocare l’inchiesta- il raggiungimento della comprensione dei fatti…. Non può perciò che affermarsi che l’opera di inquinamento è risultata così imponente da non lasciar dubbi sull’ovvia sua finalità: impedire l’accertamento della verità. E che, va pure osservato, non può esserci alcun dubbio sull’esistenza di un legame tra coloro che sono a conoscenza delle cause che provocarono la sciagura e i soggetti che, a vario titolo, hanno tentato di inquinare il processo, e sono riusciti nell’intento per anni.” 
Le indagini del giudice Priore, che appaiono le più pertinenti e approfondite grazie anche alla quasi totale ricostruzione del relitto dell’aereo e a un notevole impegno di fondi, uomini e mezzi di vari governi, si concludono il 31 agosto del 1999 con una ordinanza di rinvio a giudizio e sentenza istruttoria di proscioglimento che esclude una bomba a bordo e un cedimento strutturale dell’aereo circoscrivendo le cause della sciagura a un evento esterno al DC-9.
I giudizi che si susseguono in corte di Assise nel 2000, di Assise di Appello nel 2005 e della Cassazione nel 2007 si concludono con il proscioglimento dei generali dell’AeronauticaBartolucci e Ferri con formula piena.
Francesco Cossiga, già presidente della Repubblica, presidente del Consiglio al momento della strage, nel febbraio 2007 dichiara che ad abbattere il DC-9 sarebbe stato un missile “a risonanza e non a impatto” lanciato dai francesi. Ma le indagini,intraprese dalla procura della repubblica di Roma, non portano a nessun risultato.
Ancora due anni fa, il 26 luglio del 2010, il presidente della repubblica Napolitano, ha chiesto ” il contributo di tutte le istituzioni per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto è accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni.”
E’ l’augurio che i familiari delle vittime di Ustica e l’opinione pubblica democratica del nostro paese deve fare anche quest’anno sperando che il prossimo parlamento si occupi a fondo dei misteri più terribili ancora irrisolti nella  storia dell’Italia repubblicana.
Leggi anche:
26 giugno 2012

mercoledì 23 maggio 2012

La mafia non è un corpo estraneo


Falcone Borsellino Caponnetto

La mafia non è un corpo estraneo, una banda contro lo Stato, la squadra del male contro quella del bene. La Mafia, purtroppo, è cresciuta con la Repubblica, ha garantito l'ordine - o meglio, una certa idea dell'ordine- e in cambio ha ottenuto potere, si è ingrassata con un modello di sviluppo che confinava al nord le attività produttive e regalava alle borghesie mafiose del sud denaro pubblico in cambio di consenso politico. Dalla strage di Portella della Ginestra -11 morti alla festa del Primo Maggio 1947, per punire il movimento contadino e sue organizzazioni, sindacali e politiche- all'assassinio del "comunista" Pio La Torre e del "democristiano" Piersanti Mattarella, politici siciliani che si erano messi in testa di contestare il contesto e perciò tradivano la Sicilia, la Sicilia "nostra", quella della Mafia.
Giovanni Falcone lo sapeva, lo sapeva Paolo Borsellino. Usare l'indagine finanziaria e sequestrare i patrimoni, perché affondare le mani nella "roba" (insieme ricchezza e controllo del territorio) é la prima ragion d'essere dell'organizzazione mafiosa. Perseguire l'associazione e il concorso in associazione mafiosa. Perché arrestato un killer se ne trova subito un altro, mentre "le menti raffinatissime" - quelle che esigevano le imposte per lo Stato Italiano (i fratelli Salvo), quelle che garantivano comprensione e sostegno nelle sedi dei partiti, nelle caserme, ai piani alti, dove stanno quelli che danno ordini, nelle stanze dei Palazzi di Giustizia - quelle no, non possono rischiare il carcere duro e il 41bis.
Sono morti, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone per non avere accettato di perseguire solo la "mafia militare" arrestandosi davanti alla "mafia trionfante".
Sono morti per aver capito e per non aver voluto dimenticare quel che avevano capito. Ebbe a dire Giovanni Falcone: "la mia generazione pensava che la mafia non ci fosse, o che se anche ci fosse stata - cito a memoria - quello che alla fine voleva non era incompatibile con gli interessi generali". Venivano dalla Kalsa, quartiere di Palermo ad alta intensità di mafia, Falcone e Borsellino, ma grazie alll'autonomia della magistratura, grazie all'obbligatorietà dell'azione penale (che rende responsabile del suo operato ogni singolo magistrato), grazie a maestri come Costa e Chinnici, avevano capito e non volevano dimenticare.
Erano siciliani, non venivano dalla luna, come Giovanni Impastato, figlio di un "uomo d'onore" imparentato con Gaetano Badalamenti, o come Placido Rizzotto, che in guerra e nella resistenza aveva capito di dover rompere le solidarietà mafiose della sua, come di tante famiglie, laggiù a Corleone.
La loro storia è quella di un riscatto. Un riscatto siciliano, una lezione nazionale. E così dovrebbe essere ricordata.
Corradino Mineo