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mercoledì 6 novembre 2013

Siria, la pace che nessuno vuole

Ieri, e per la terza volta quest'anno, le forze armate di Israele hanno colpito sul territorio della Siria. Il governo Netanyahu aveva avvertito che non avrebbe tollerato alcun trasferimento di armi, chimiche o "tradizionali", dalla Siria agli Hezbollah del Libano e ha mantenuto la parola: ieri i jet israeliani sono arrivati dal mare per colpire, nei pressi del porto di Latakia, una batteria mobile di missili anti-nave di fabbricazione russa.

L'episodio fa capire quanto intricata sia diventata la situazione della Siria e intorno alla Siria e quanto ancora lontane siano le prospettive di pace, nonostante che gli ispettori Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) abbiano annunciato che tutti gli impianti per la produzione di armi chimiche dell'esercito di Assad sono stati neutralizzati.

In Siria, a dispetto di due anni e mezzo di guerra civile e di 120 mila morti (metà dei quali civili), il regime di Bashar al Assad non pare intenzionato a cedere. Il fronte dell'opposizione democratica, peraltro, è più diviso che mai: ogni volta che si parla di trattative, questo o quel "fronte" si dissocia, mandando a monte qualunque prospettiva di tregua e facendo probabilmente un gran favore ad Assad. In ogni caso, l'opposizione è del tutto incapace di tenere a bada i gruppi armati che si ispirano ad Al Qaeda e che utilizzano senza scrupoli una strategia del terrore non dissimile da quella dei gruppi filo-governativi: solo qualche giorno fa un'autobomba è esplosa a Damasco uccidendo 50 civili.

Intorno alla Siria, si sono attenuati ma non placati i "giochi" per la supremazia in Medio Oriente. Di Israele si è detto, colpisce la Siria per tenere a bada il Libano e le formazioni armate degli sciiti. Arabia Saudita e Qatar continuano a finanziare l'insurrezione contro Assad, anche per mettere in crisi l'Iran che invece l'appoggia, trovandosi però a rivaleggiare con la Turchia di Erdogan, che ha impugnato la bandiera della rivolta sunnita proprio per contendere all'Arabia Saudita la palma di Paese leader della regione.

Tutti costoro speravano nell'intervento armato che gli Usa hanno prima minacciato e poi revocato. Intervento che ora, con gli impianti chimici di Assad fuori uso, si allontana a dismisura. Cosa di cui sta cercando di approfittare il nuovo presidente iraniano Rohani, che ha preso a parlare con Obama in un inedito dialogo diplomatico che riguarda anche lo sviluppo dell'energia nucleare in Iran.

Spettatori interessati e ormai quasi disperati sono Libano e Giordania, vasi di coccio tra tanti vasi di ferro. In Libano si sono ormai installati più di 800 mila profughi siriani (quelli, almeno, ufficialmente registrati) e il conflitto del Paese confinante è sempre in procinto di trasferirsi anche dalle parti di Beirut, come i frequenti scontri tra sunniti e sciiti dimostrano. In Giordania i profughi siriani sono 1 milione e 300, più di un sesto della popolazione autoctona, e il Paese è sull'orlo del collasso.

Servirebbe con urgenza una solida tregua, se non una pace, per provare a rammendare almeno alcuni degli strappi più vistosi. Ma nessuno dei Paesi citati sembra volerla, perché tutti sperano di volgere in qualche modo la situazione a proprio favore. Un'illusione. Gli unici che possono pensare di guadagnarci qualcosa sono Israele (perché la crisi siriana di fatto tiene bloccati i suoi più temibili avversare, l'Iran e gli Hezbollah del Libano), Assad (perché pochi mesi fa era minacciato addirittura dagli Usa e ora non più) e la Russia (perché ha sempre sponsorizzato Assad). Di sicuro, quelli che ci rimettono sempre sono i cittadini della Siria.

Fonte: www.famigliacristiana.it

venerdì 6 settembre 2013

LA GUERRA DEI BUGIARDI AL CUBO

DI GIULIETTO CHIESA
lavocedellevoci.it

Con tutta probabilità il 2013 finirà in guerra. Il colpo contro Damasco viene presentato come "limitato", "breve", come un "avvertimento". In realtà è solo un trucco (questa è una storia di trucchi) per cominciare una guerra lunga. Quanto lunga? Infinita. Cioè fino alla fine. La nostra fine, quella di coloro che leggono queste righe.

In realtà è la prosecuzione di una guerra che cominciò l'11 settembre 2001, ma furono in pochi ad accorgersene. E non se ne accorsero perché non avevano capito che l'Impero era entrato in una crisi ormai irreversibile, e che stava cercando di predisporre gli strumenti politici, militari, psicologici per cambiare il corso della storia, e prolungare a tutti i costi (nostri) il suo potere.
Siamo dunque in guerra da dodici anni, ma facciamo fatica a capire come mai le cose vanno sempre peggio e come mai gli eventi accelerano la loro caduta verso il basso.
È perché, di nuovo, non abbiamo capito bene quello che sta succedendo.

Kosovo, Afghanistan, Iraq, "primavere arabe", Libia, colpo di stato in Egitto, erano e sono mosse della stessa partita.
Quella siriana è l'ultima in ordine di tempo, ma non è l'ultima affatto.
Come sa ogni discreto giocatore di scacchi, non si può vincere nessuna partita se non si sa prevedere le mosse successive. Quella dopo sarà l'Iran. E ogni passo in avanti delle pedine sarà più grave del precedente, poiché l'Impero ha perso il controllo e la sua "cura" della crisi è peggio della malattia. Non funziona. E sapete perché? Perché Impero vuole dire crescita infinita. E la crescita infinita è invece "finita".

È finita "l'era dell'abbondanza" ed è cominciata "l'era dell' insufficienza". E, se si poteva convincere, costringere a comprare tutto il comprabile, con il fascino della bellezza e, appunto, dell'abbondanza, è molto difficile convincere la gente a tirare la cinghia. Ci vuole la violenza per ottenere questo risultato. Diciamo dunque che ci stanno facendo entrare nella fase pedagogica in cui dobbiamo imparare a subire la violenza.

Ma c'è grande confusione sotto il cielo. Questo nuovo avvitamento ha un che di stralunato. Anche i Padroni Universali pare siano sotto l'urgenza del tempo. Dunque pasticciano. Le guerre precedenti erano state preparate decisamente meglio. Questa sembra avviarsi nel mezzo di convulsioni gravi. Il Parlamento britannico si ribella e mette alle corde Cameron.
Obama è costretto a fare marcia indietro e a chiedere il parere del Congresso. Lo avrà, io penso, ma sarà utile ricordare che Obama prende una tale decisione contro la volontà di tutto lo staff del proprio Consiglio di Sicurezza. E sapete con quale argomento? Questo, in sintesi: potremmo attaccare senza l'avallo del Congresso, ma dobbiamo sapere che, dopo(la "mossa successiva" di cui ho parlato prima, ndr) quando dovremo andare contro l'Iran, cioè quando dovremo lanciare una nuova guerra di grandi proporzioni non limitata nel tempo e negli obiettivi, allora avremo bisogno diun'autorizzazione formale. Dunque è meglio chiederla anche ora. L'ha riferito il New York Times e io ho una grande fiducia nel New York Times quando annuncia la guerra.
Questa è stata la ragione del rinvio dell'attacco. Che sarà solo di qualche giorno. Le lobbies filoisraeliana e filosaudita che manovrano a Washington avranno facilmente ragione di ogni titubanza.
L'America, quando sono in gioco le sorti dell'Impero, non si divide.
Per ora.
E i sondaggi dicono tutti che il 60% degli americani è pronto a sostenere un attacco contro l'Iran. Dunque si proceda. Singolare, e curioso (ma poiché siamo in pieno delirio possiamo anche ridere un po'), gl'ispiratori principali di questa guerra, e della prossima, sono i fondamentalisti religiosi: i capi sionisti di Israele e i capi wahhabiti dell'Arabia Saudita. Entrambi decisi a stroncare la serpe sciita di Teheran.

Dunque la guerra imperiale è ora sotto l'egida di una specie di, congiunta, guerra di religione. Suggerisco di non sottovalutarne il significato, specie agli ottimisti (che abbondano sempre): quando Dio entra in questa sindrome, la legge di Murphy ("se le cose possono andare peggio, vuol dire che finiranno peggio") diventa inesorabile.
Il fatto è che gli Stati Uniti non hanno più una linea che sia la loro. Dell'Impero rappresentavano il braccio statuale armato. Ma come stato dovrebbero anche sottostare a certe regole. Almeno ad alcune. E qui viene il problema perché anche in Occidente cominciano a manifestarsi incrinature, che prima non c'erano. I Masters of The Universe vogliono andare allo scontro con il resto del mondo, perché sono consapevoli che ogni alternativa di pace e di cooperazione dev'essere esclusa, in quanto sancisce la fine dell'Impero.
Ma il resto del mondo non è virtuale: c'è la Cina, e anche la Russia. Ci sono sei miliardi d'individui che vogliono vivere e non solo sopravvivere.
E' qui che frana l'America, che non è più in grado di gestire le convulsioni.
Diciamo che stiamo osservando una crisi di egemonia. C'è una gran confusione. Ci sono diversi attori, ormai potenti, che parlano. Perfino la Bonino, ministro degli esteri di un paese inesistente, osa fare dei distinguo. Non s'era mai vista una cosa del genere.
Il Papa di Roma (lunga vita a Papa Luciani!) sembra un pezzo anomalo di una macchina che cammina a stento. Vede la terza guerra mondiale e, per giunta, lo dice senza neanche chiedere l'autorizzazione di Washington. A differenza del Beato Giovanni Paolo II, non ha da rendere conto del miliarduccio di dollari che ricevette per versarlo a Solidarność. E dunque parla. E digiuna: che disastro d'immagine per Obama. Che andrà in guerra, ma con l'Occidente spaccato, con al seguito solo il burattino Hollande, che è stato eletto con i voti di sinistra. Si procederà a vista, o la va o la spacca. Poi ci si affaccerà sui confini dell'Iran.

Ma bisogna guardarsi dai sempliciotti che sognano una reazione militare immediata di Mosca, tanto meno di Pechino.Non ci sarà nessuna reazione militare. Mosca e Pechino rispondono e risponderanno asimmetricamente. Non sono sciocchi e vogliono aspettare seduti sulla riva del fiume . Lo scontro vero - che nessuno oggi può sapere quali dimensioni e forme assumerà, anche perché nessuno sa con precisione quali armi saranno messe in funzione - è ancora in preparazione e richiederà un certo periodo di tempo, molte verifiche sul campo, molto studio di mosse e contromosse reciproche.

Ma l'accelerazione si vede e si sente. Avete presente come si muove una valanga? Avete presente che tra il 1929 e il 1939 (inizio della seconda guerra mondiale) ci furono dieci anni? Avete presente che l'esplosione della finanza mondiale cominciò nel 2008? Aggiungete dieci anni e farà 2018.
Lo so che la storia non si ripete mai. Ma la stupidità umana (specie quella delle élites dirigenti) è una costante universale.
E, se osserviamo l'impazzimento generale che contraddistingue perfino i mentitori, i gatekeepers, dovremmo essere molto preoccupati. Perché si può mentire in modo credibile, raccattando argomenti dai rigattieri del buon senso. Ma qui siamo di fronte a portavoce che non solo si contraddicono, ma mentono senza argomenti. Bugiardi senza idee, che ripetono a pappagallo ciò che viene detto loro di comunicare.
Tutto il mainstream, dai Ferrara, ai Cazzullo, agli Zucconi, ai De Bortoli, ai Lerner, alle Botteri , danno per acquisito (cioè che Assad ha usato armi chimiche) senza nemmeno soffermarsi un istante sulle prove: che mancano inesorabilmente. E mancheranno anche dopo, sicché la menzogna è già lì, tutta nuda. Eppure non la vedono e la ripetono con sguardi ebeti, incuranti di ogni vergogna, forti dell'impunità che viene loro garantita, insieme agli stipendi che prendono a fine mese. Preoccupante perché già ci annuncia come strilleranno al primo bombardamento sull'Iran. Titolano già ora affibbiando a Bashar frasi che non ha detto, minacce che non ha proferito. Figuriamoci cosa diranno contro gli ayatollah!

Siamo in un acquitrino miasmatico pieno di flatulenze insopportabili che dimostrano lesioni cerebrali e intestinali ormai irrimediabili. Attenzione che questi ci stanno preparando la guerra in casa. E lo faranno fino a che non andremo a stanarli nei loro studi elettronici e non li costringeremo - com'è nostro diritto - a dirci perché hanno mentito sapendo di mentire. E poi li licenzieremo, perché fanno il mestiere senza autorizzazione deontologica.

Infatti abbiamo le prove - noi le abbiamo, le prove - che mentono. Perché basterebbe che andassero a leggere le notizie che pullulano nel web, verificabili, provate, certe, per scoprire che la guerra si fa per cause completamente diverse da quelle, presuntamente umanitarie, che loro invocano.
Ci sono, tra loro, quelli - come Giuliano Ferrara, ex agente informatore della CIA - che, con simpatica e totale improntitudine, ci comunicano perfino che le ragioni umanitarie sono un inutile orpello per indorare la brutalità degl'interessi dell'Impero. Meglio lui, nella sua tracotanza, che i giornalisti e direttori televisivi vigliacchi che, con le loro unte parole, svitano le spolette che uccideranno i civili siriani.

Dunque non ci resta che prepararci. Questo significa dire, chiaro e tondo, che la pace è l'unico modo per sopravvivere. Il che significa che dobbiamo costruire di nuovo un immenso movimento pacifista, italiano, europeo, mondiale.
Dobbiamo preparare ogni forma di resistenza alla guerra . Questa è una parola d'ordine che raccoglie il consenso della stragrande maggioranza. Lo sappiamo. Qui si va con la corrente, non contro la corrente. Solo che bisogna remare in tanti.

E ancora una piccola notazione. L'avvitamento della crisi ha messo in ombra l'Europa e anche tante chiacchiere sull'euro e sulla sovranità monetaria. Si vede che l'accento è altrove. L'Europa, questa penosa Europa, non è il centro della crisi. La crisi - vista nella sua accezione immediata, quella che si sta bruciando nel panico di questi mesi - è finanziaria e mondiale, ma è anche energetica e mondiale, ma anche climatica e mondiale. È questo il contesto dentro cui, volenti o nolenti, saremo chiamati a batterci. È evidente che crisi finanziaria e militare non si elideranno vicendevolmente, ma si sommeranno in modo devastante, straripando in crisi politiche, in governi che cadranno, in fantocci che risorgeranno come zombie. Le Costituzioni saranno stracciate. Tutto ciò nell'arco di una manciata di mesi. È questione di attualità. Lo richiamo perché, ancora una volta, dobbiamo ricordare, anche a noi stessi, che avevamo ragione noi, che venivamo definiti catastrofisti. Ancora oggi mi sento ripetere, talvolta, che il nostro compito è "dare speranze". Certo la speranza è bella, ma penso sempre di più che, se lo facessimo, faremmo un errore grave. È più che mai il momento della verità, visto che siamo nell'era della menzogna.

Giulietto Chiesa
Fonte: http://megachip.globalist.it
Link: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=85755&typeb=0&Giulietto-Chiesa-la-guerra-dei-bugiardi-al-cubo-
6.08.2103

martedì 3 settembre 2013

Le armi leggere anche italiane hanno alimentato il conflitto in Siria causando oltre 93mila morti

L’Osservatorio OPAL di Brescia denuncia l’ipocrisia della comunità internazionale che, dopo due anni di guerra civile in Siria con oltre 93mila morti e due milioni di sfollati, si accinge ora ad un intervento militare nel paese. Dovevano essere fermate prima anche le esportazioni di armi leggere che l’Italia – in particolar modo dalla Provincia di Brescia – e diversi stati europei hanno continuato ad inviare nei paesi confinanti con la Siria. Le armi leggere sono le vere “armi di distruzione di massa” che hanno alimentato il conflitto.
Fonte: OPAL - Rete Disarmo - 28 agosto 2013
L’attacco con armi chimiche da parte dell’esercito di Bashar al Assad sui quartieri orientali di Damasco di mercoledì 21 agosto avrebbe “sconvolto la coscienza del mondo” tanto da indurre adesso diverse nazioni ai preparativi per un intervento militare nella regione. “Se l’impiego – tuttora da dimostrare – di armi chimiche è un crimine contro l’umanità, non possiamo dimenticare che finora la comunità internazionale non ha saputo nemmeno imporre un embargo delle forniture di armi verso la Siria” – evidenzia il comunicato di OPAL, l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere con sede a Brescia. “Come ha ripetutamente detto l’ex segretario Generale dell’Onu Kofi Annan,le armi leggere sono le vere armi di distruzione di massa che alimentano i conflitti” – sottolinea la nota di OPAL.
Siria armi leggereSecondo un rapporto presentato a Ginevra lo scorso giugno dall’Alto Commissario per i diritti umani (qui in .pdf), i due anni di guerra civile in Siria hanno causato oltre 93mila morti – tra cui almeno 6.500 minori – e due milioni di sfollati di cui la metà sono bambini. Anche l’Unione Europea, che pure ha stabilito alcune misure di embargo di armi già dal maggio 2011, ha continuato a permettere l’invio di “materiali militari non letali” alla Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione e nel maggio scorso ha allentato le misure di embargo di armi verso la Siria.
«È positivo – commenta Piergiulio Biatta, presidente di OPAL – che il ministro degli Esteri, Emma Bonino, abbia dichiarato che l’Italia non prenderà parte a interventi militari al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu e che occorre invece adoperarsi per una soluzione politica del conflitto in Siria. Ma non si può non ricordare quanto è successo nel caso della Libia, dove l’intervento militare è andato ben oltre i termini della risoluzione dell’Onu che chiedeva di stabilire una no fly zone e imponeva l’embargo di armi.[1]
Se l’Unione Europea ha posto già dal maggio 2011 l’embargo sull’invio delle cosiddette “armi leggere” (fucili, mitragliatori, pistole ecc.) alla Siria, le forniture di queste armi ai paesi confinanti sono invece aumentate proprio nel 2011. Lo spiega Giorgio Beretta, analista di OPAL (Si vedano anche le Tabelle 1-6 a fine comunicato). «Tranne quelle verso la Giordania e il Libano, le esportazioni dei paesi dell’Unione Europea di fucili, carabine, pistole e mitragliatrici sia automatiche che semiautomatiche verso le nazioni confinanti con la Siria sono raddoppiate o addirittura triplicate tra il 2010 e il 2011. Lo documentano i rapporti ufficiali dell’Unione Europea: la Turchia è passata dai poco più di 2,1 milioni di euro di importazioni di armi leggere europee del 2010 agli oltre 7,3 milioni del 2011; Israele da 6,6 milioni di euro ad oltre 11 milioni di euro e addirittura l’Iraq da meno 3,9 milioni di euro del 2010 a quasi 15 milioni nel 2011. Il rapporto dell’Unione Europea relativo alle esportazioni del 2012 non è stato ancora pubblicato, ma diverse relazioni nazionali degli stati membri confermano l’incremento delle esportazioni di queste armi verso i paesi confinanti con la Siria», conclude Beretta.
Per quel che riguarda l'Italia, l’Osservatorio OPAL rileva una strana – e alquanto sospetta – anomalia nei dati che riguardano le forniture di armi leggere ai paesi confinanti con la Siria. Secondo i Rapporti ufficiali dell’Unione europea non vi sarebbe stata alcuna autorizzazione all’esportazione di armi leggere (categoria ML 1) verso questi paesi nel biennio 2010-2011. Ma un attento esame dei dati resi disponibili dall’ISTAT riguardo alle esportazioni di “armi e munizioni” (categoria CH 254) evidenzia le crescenti esportazioni di queste armi dalla provincia di Brescia proprio verso i paesi confinanti con la Siria.
Logo OpalPassando infatti in rassegna le tabelle dell’ISTAT (si veda Tabella 7) si nota che dalla Provincia di Brescia sono state esportate “armi e munizioni” (categoria CH 254) nel triennio dal 2010 al 2012 verso Cipro per un valore complessivo di oltre 3,2 milioni di euro, verso la Giordaniaper quasi 4 milioni di euro, verso Israele per oltre 6,8 milioni di euro, verso la Turchia per oltre 79,4 milioni di euro e addirittura verso il Libano (tuttora sottoposto a misure di embargo di armi) per oltre 2,3 milioni di euro.
«A meno che non si voglia credere che tutte queste armi siano di tipo sportivo, per la caccia o per la difesa personale – commenta Carlo Tombola, coordinatore scientifico di OPAL – dovrebbero in qualche modo figurare nelle relazioni dell’Unione Europea. La normativa comunitaria, infatti, richiede che tutte le esportazioni di armi automatiche e semiautomatiche e relativo munizionamento destinate non solo ai militari ma anche a corpi di polizia e forze di sicurezza vengano puntualmente comunicate dagli stati membri. È quanto mai grave che l’Italia – che è uno dei maggiori produttori mondiali di queste armi – continui a comunicare all’Unione Europea cifre che non trovano riscontro né nelle relazioni governative inviate al parlamento né nei dati sulle esportazioni di armi forniti dall’ISTAT».
L’Osservatorio OPAL nei prossimi giorni solleciterà un’interrogazione parlamentare al Ministro degli Esteri, che è il diretto responsabile sia delle autorizzazioni all’esportazione di armi sia delle comunicazioni con l’Unione Europea, chiedendo di spiegare queste anomalie.
Con la POSIZIONE COMUNE 2008/944/PESC del Consiglio dell’Unione Europea che definisce “Norme comuni per il controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari”, gli Stati membri si sono impegnati a “impedire l’esportazione di tecnologia e attrezzature militari che possano essere utilizzate per la repressione interna o l’aggressione internazionale o contribuire all’instabilità regionale” e in particolare a “rifiutare (di concedere) le licenze di esportazione qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna” (Art. 1. c. 2, a.).
«Le continue esportazioni di armi leggere verso i paesi confinanti con la Siria – conclude Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo di cui OPAL è membro – evidenziano che gli stati membri dell’UE sono ancora lontani dall’applicare le norme che di comune accordo hanno deciso di adottare per promuovere la pace e la sicurezza. Come hanno dimostrato i casi della forniture di armi alla Libia, all’Egitto e oggi alla Siria, la mancata osservanza delle normative comunitarie sull’export di armi finisce con l’alimentare tensioni e conflitti con il conseguente carico di vittime e di profughi».

Rete Italiana Disarmo

venerdì 2 agosto 2013

Al Ministro della guerra dico questo

Apprendiamo dal Ministro della Difesa Mario Mauro che lo Stato ha già speso tre miliardi e mezzo “per adeguare” la portaerei Cavour ad accogliere i futuri F35, e per questo motivo non si può certo rinunciare al programma di acquisto.
Più che una notizia questo è un vero scoop, considerato il fatto che dal Parlamento si alzano voci di sdegno e di sconcerto. Pare, infatti, che deputati e senatori non ne sapessero nulla. Almeno non fino all’audizione al Senato di Mauro.
E allora io mi chiedo come sia possibile, e lo faccio ponendo al Ministro alcune semplici e direttedomande.
Sa, signor Ministro, la situazione in cui versano gli enti locali e conseguentemente le comunità amministrate? Ha una vaga idea del disagio sociale che attraversa il Paese da Nord a Sud in questo momento? Può sforzarsi di immaginare quante cose avremmo potuto fare con quei tre miliardi e mezzo di euro per rispondere alle esigenze delle famiglie?
Voglio raccontarle una storia, caro Ministro. Nel nostro comune siamo arrivati al paradosso di avere in cassa, disponibili, un milione e mezzo di euro. Che stanno lì a marcire per via di quello stramaledetto patto di stabilità che ci impedisce di usarli. Non possiamo pagare chi ha già fattoopere e interventi nel territorio e aspetta da mesi ciò che gli spetta. Non possiamo progettare un fico secco per il futuro. Non possiamo, nemmeno, intervenire per mantenere le opere, i servizi e le strutture utilizzate dai nostri cittadini.
Siamo fermi, paralizzati, e lei capisce bene che un Paese in queste condizioni non può andare avanti per molto tempo. La cosa che più ci indigna, di tutta questa faccenda, è che i vincoli che ci sputate addosso, dall’alto dei vostri palazzi romani, non valgono per voi.
Ci imponete sacrifici e tagli mentre voi vi permettete di calpestare la Costituzione e fare acquisti scellerati come quello degli F35. Non vi siete nemmeno presi la briga di inserire dei criteri di premialità per i comuni virtuosi.
Perché, veda, caro Ministro. Io sono d’accordo nel dire che a livello locale di sprechi ce ne sono stati e ce ne sono a volontà. E quindi ben venga il patto di stabilità e tutto il resto che ogni giorno ci imponete per ridurre la spesa pubblica (che nel frattempo continua a salire…). Abbiate però il coraggio di distinguere, e valorizzare con maggiori risorse, chi non getta denaro pubblico da chi imbroglia le carte.
La sua dichiarazione è uno schiaffo a tutti quei sindaci che ogni giorno fanno salti mortali per attivare una borsa lavoro, chiudere una buca in una strada, sostituire la lampada di un lampione bruciato da troppo tempo.
Se nessuno sarà in grado, democraticamente, di fermarvi per ciò che state facendo, abbiate almeno la decenza di tacere. La prossima volta.
Tratto dal blog di Marco Boschini su “Il Fatto Quotidiano“

giovedì 13 giugno 2013

CHI E’ EROE IN AFGHANISTAN ?

DI MASSIMO FINI
ilgazzettino.it 

Il ragazzino di undici anni che ha gettato la bomba a mano nel Lince uccidendo il capitano Giuseppe La Rosa è stato definito dal principale portavoce del Mullah Omar, Oari Yousef Ahmadi, «un piccolo eroe coraggioso». La Tv italiana lo ha qualificato «un bambino che porta sulle sue fragili spalle il peso di un vile assassinio». 

Vorrei sapere chi è 'eroe' in Afghanistan? 

Gli americani che teleguidano i droni da diecimila chilometri di distanza, da Nellis nel Nevada, fanno carneficine, di guerriglieri e non, e poi la sera tornano tranquillamente a casa per cena? O i piloti dei caccia, che senza correre alcun rischio perchè il nemico non ha nè aviazione nè contraerea, per stanare i guerriglieri hanno raso al suolo una cinquantina di scuole (il 20% elementari) hanno falcidiato decine di matrimoni, sposi compresi, confondendoli con raduni degli insorti o, per rimanere a episodi più recenti, hanno ucciso, in due differenti occasioni, diciotto bambine che stavano raccogliendo legna nel bosco scambiandole per dei Talebani? 

Sulla guerra all'Afghanistan, la più infame, la più atroce, la più ingiustificata che mi sia dato ricordare, la stampa occidentale, per nascondere la vergogna, si è abituata a una 'disinformatia' che nemmeno l'Urss aveva raggiunto. Vittorio Zucconi su La Repubblica e Fiamma Nirenstein su Il Giornale scrivono che i Talebani apprestano particolari campi per i bambini, dove li indottrinano, li plagiano e li addestrano alla 'guerra santa'. Falso. Il Mullah Omar ha vietato di utilizzare i piccoli. Ma è chiaro che quando tu hai visto i tuoi genitori uccisi dai missili della Nato non hai bisogno di alcuna propaganda per odiare chi te li ha portati via e imbracciare le armi appena ne hai la capacità, senza che nessuno te lo imponga. 

C'è un costante ribaltamento dei fatti. Scrive Nirenstein: «Non vogliamo spingerci a spiegare ai talebani, per carità, la differenza fra un oppressore e una mano tesa per un futuro migliore». Chi è l'oppressore? Chi è il liberatore? Chi da dodici anni occupa il tuo Paese o chi cerca, ad armi impari, di cacciarlo? Il generale Giorgio Battisti, comandante di Stato Maggiore della missione Isaf (che, sia detto di passata, è quello stesso Battisti che quando nel 2003 fu mandato a guidare la base di Khost, sostituendo gli americani, si affrettò ad accordarsi col comandante locale dei Talebani, Pacha Khan, per una 'non belligeranza') afferma: «Siamo riusciti a restituire tranquillità e speranza al popolo afgano dopo 34 anni di guerra». Ma come si fa a dire queste cose senza vergognarsi? La sicurezza e la tranquillità l'avevano portata proprio i Talebani, sconfiggendo in due anni, dal '94 al '96, i 'signori della guerra' che spadroneggiavano nel più pieno arbitrio, cacciandoli oltreconfine, eliminando, con metodi spicci, le innumerevoli bande di predoni, disarmando la popolazione, e riportando la legge e l'ordine nel Paese, sia pur un duro ordine e una dura legge. Oggi l'Afghanistan, secondo la stessa Onu, «E' il Paese più pericoloso del mondo».

Tutti, in Occidente, dicono, anche se sottovoce, che la questione afgana è 'irredimibile', «una guerra che non si può vincere». E perchè mai il più potente, tecnologico, robotico esercito del mondo, in dodici anni non è riuscito a sconfiggere «un gruppo di criminali e terroristi» come li definisce Battisti? Perchè non sono un pugno di criminali nè di terroristi, ma insorti per la liberazione del proprio Paese che hanno, con tutta evidenza, l'appoggio, sempre crescente, della maggioranza della popolazione. E quel Military Advisor Team, a cui Giuseppe La Rosa era aggregato, che ha il compito di addestrare i soldati e i poliziotti dell'esercito 'regolare' afgano, non fa che preparare il terreno per una guerra civile: fra gli insorti e coloro che, attorno al corrottissimo governo del Quisling Karzai, si sono venduti alle potenze straniere. La sola speranza è che l'imbelle, improvvisato, demotivato esercito di Karzai si squagli nel giro di poche settimane. In caso contrario l'occupazione degli occidentali avrà ottenuto il formidabile risultato di far tornare indietro di tre lustri l'orologio della storia afgana. Al 1996 quando i Talebani l'avevano finalmente pacificato.

Massimo Fini
Fonte: http://www.ilgazzettino.it/
11.06.2013

giovedì 4 aprile 2013

Trattato sulle armi: primo passo positivo


L’organismo di coordinamento delle associazioni che operano nel mondo del disarmo è stato protagonista fin dal 2003 della campagna Control Arms, che ieri ha ottenuto questo storico risultato. E’ positivo che finalmente si avranno regole comuni sui trasferimenti di armi, ma alcune ombre sul testo approvato permangono e andranno risolte e migliorate in futuro

L'approvazione avvenuta ieri in sede ONU del testo di Trattato sul commercio di armamenti è un passo sicuramente importante per tutte quelle associazioni a livello internazionale, tra cui la Rete Italiana per il Disarmo, che da dieci anni si battono regolamentare i trasferimenti di armamenti. Non è un caso che solo dopo un percorso lungo, diversi momenti di discussione e anni dubbi, in particolare da parte degli Stati Uniti, si sia arrivati a questa approvazione solamente grazie a una forte pressione internazionale.

Certamente il Trattato approvato non copre tutte le problematiche che esistono nel commercio di armi, ma già il fatto di aver previsto delle regole mondiali comuni in un commercio che oggi è regolamentato meno di quello delle banane è importante. La Rete Italiana per il Disarmo plaude quindi al coraggio e dalla determinazione di molti Stati che, nonostante il blocco dell'approvazione per consenso della scorsa settimana effettuato da Iran, Corea del Nord e Siria, hanno chiesto ottenuto che il Trattato e il suo testo venissero subito approvati a maggioranza dall'assemblea Generale delle Nazioni Unite. “Sicuramente non ci fermeremo qui, e continueremo a lavorare affinché questa sia solo il primo passo di un cammino ancora più forte di regolamentazione degli armamenti - afferma Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo - per cui il nostro lavoro continuerà sia livello italiano che internazionale. Il trattato entrerà in vigore solo dopo la ratifica dei primi 50 paesi, e sarebbe un segno molto importante e forte poter annoverare l’Italia tra i primi paesi a portarne a termine la ratifica, anche per valorizzare la grande tradizione di trasparenza su questi aspetti che il nostro paese possiede”. Control arms

Non a caso lo stesso Segretario ONU Ban Ki-moon, nel commentare il voto all’Assemblea Generale, ha affermato ”Mi congratulo con i membri della società civile per il ruolo fondamentale che hanno giocato dalla nascita di questo processo, attraverso i loro contributi di esperti e il loro sostegno entusiasta”. La soddisfazione è dunque condivisa anche a livello internazionale: gli attivisti della campagna Control Arms hanno definito l’approvazione “l'alba di una nuova era, perché questo voto invia un segnale chiaro ai trafficanti di armi e a chi viola i diritti umani: il loro tempo è scaduto”. E ancora "Se si pensa al grande interesse economico e il potere politico in gioco per i grandi produttori ed esportatori di armi, si coglie come questo Trattato sia un omaggio per la società civile che da tempo sostiene l'idea che con meno armi si possano salvare vite umane e ridurne le sofferenze” ha affermato Widney Brown, Senior Director per  Amnesty International.

Dopo sei anni di negoziati diplomatici e più di 10 anni di campagna della società civile internazionale l’approvazione è infatti stata raggiunta con una maggioranza schiacciante (154 voti SI - NO 3 voti, 23 astenuti).

Control Arms approvazione Trattato Il Trattato sancisce nel nuovo diritto internazionale un insieme di regole chiare per tutti i trasferimenti globali di armi e munizioni anche se mantiene sicuramente dei lati problematici, se si entra nel merito delle decisioni prese “Come avevamo già messo in evidenza, il Trattato rappresenta un compromesso al ribasso voluto da diversi paesi (tra cui Stati Uniti, Russia, India e Cina) – sottolinea Maurizio Simoncelli vicepresidente dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disamo – e sono molte ancora le lacune che la bozza di Trattato non è riuscita a colmare, malgrado il testo presentato l’ultimo giorno di lavori abbia fatto dei passi in avanti. Le superpotenze mondiali hanno mostrato l’incapacità di fare passi in avanti decisi. L’adozione non sarà sufficiente a creare un regime di controlli effettivi e stringenti su tutte le armi”.

Infatti il Trattato riguarda solo i principali sistemi d’arma (carri armati, veicolo corazzati da combattimento, sistemi di artiglieria di grosso calibro, aerei da combattimento, elicotteri d’attacco, navi da guerra e sottomarini, missili e missili lanciatori) più le armi leggere e di piccolo calibro. Permane una serie di limitate forme di controllo sulle munizioni e sulle componenti di armi, mentre restano fuori sia le armi da fuoco che non hanno un esclusivo uso militare e tutte le armi elettroniche, radar, satelliti ecc., sia i trasferimenti di armi all'interno di accordi governativi e programmi di assistenza e cooperazione militare (poiché esso riguarda solo il commercio di armi). “Ora il lavoro delle organizzazioni della società civile si sposta su un proseguimento di mobilitazione affinché il Trattato entri in vigore, soprattutto monitorandone l’attuazione che ne faranno i singoli Paesi e il Segretariato che il testo approvato ha creato” conclude Simoncelli.

Intanto comunque è positivo che si siano iniziate a prevedere regole internazionali condivise: “Con l'approvazione di questo Trattato viene chiaramente sconfitto chi per interessi politici o economici è sempre stato contrario ad una regolamentazione del commercio delle armi. – sottolinea Giorgio Beretta ricercatore di Rete Disarmo - Tra gli oppositori al Trattato oltre a diversi governi autoritari e dittatoriali figurano infatti anche diverse lobbies tra cui soprattutto la National Rifle Association degli Stati Uniti di cui uno dei maggiori sponsor è la ditta Beretta USA. A questi signori oggi il mondo ha detto che le armi non sono né un "diritto costitituzionale" né un "simbolo della democrazia": sono invece una merce che per troppo tempo è stata venduta e trafficata con la complicità degli stessi produttori".

Il lavoro dunque continua anche e soprattutto a livello italiano ed europeo, e la Rete Disarmo in questi giorni ha già richiesto al Governo che vengano diffusi i dati sull’export militare italiano (il termine di pubblicazione è già scaduto) e che si chiariscano le differenze con i dati trasmessi in sede europea come sottolineato nelle scorse settimane dalla nostra Rete.

“La trasparenza è un elemento fondamentale in questo ambito, forse ancora più delle stesse regole. Il nostro auspicio è quindi che si costruisca un serio e preciso meccanismo di rendicontazione da parte di tutti gli stati, sotto l’egida di questo Trattato” conclude Francesco Vignarca.

mercoledì 20 marzo 2013

Distrutta e confiscata dai soldati israeliani la Tenda di Michele vicino al villaggio di At-Tuwani


Pubblichiamo il Comunicato Stampa diffuso ieri da Operazione Colomba: il Comitato Popolare delle Colline a Sud di Hebron lotta per una vita dignitosa per gli scolari Palestinesi.

Articolo di: Operazione Colomba
Foto di http://www.operazionecolomba.it
       
Il Comitato Popolare delle Colline a Sud di Hebron lotta per una vita dignitosa per gli scolari Palestinesi

At-Tuwani – Il 16 e il 17 marzo, il Comitato Popolare delle Colline a Sud di Hebron ha costruito una tenda vicino al villaggio di At-Tuwani per fornire un riparo a venti scolari, che devono aspettare all'aperto la scorta militare israeliana necessaria per proteggerli dalla violenza dei coloni lungo la strada da e per la scuola.

Le forze israeliane hanno già abbattuto per due volte la tenda e confiscato i materiali di costruzione. L'azione è stata organizzata in cooperazione con la scuola di At-Tuwani.

I bambini, dai 6 ai 16 anni, provenienti da i villaggi delle colline a sud di Hebron di Tuba e Maghayir Al Abeed, necessitano di una scorta militare israeliana, che li protegga dagli attacchi dei coloni lungo il percorso da e per la scuola, nel vicino villaggio di At-Tuwani. Ogni giorno devono attendere la scorta per ritornare a casa sulla collina di Khelly. Dall'inizio del corrente anno scolastico, la scorta militare ha ritardato per più di cinque minuti circa il 50% dei pomeriggi (54 su 70). In totale i bambini sono stati costretti ad aspettare per la scorta, con qualsiasi tempo meteorologico, per più di 21 ore.

Sabato mattina alcuni attivisti per la pace palestinesi, israeliani e internazionali hanno montato una tenda vicino al villaggio di At-Tuwani per fornire un riparo ai bambini. L'esercito, la Border Police e gli agenti di polizia israeliani sono immediatamente arrivati sul posto e hanno tentato di allontanare gli attivisti. Poco dopo mezzogiorno l'esercito ha dichiarato l'area 'zona militare chiusa' per 24 ore e ha ordinato l'evacuazione. Un attivista internazionale è stato arrestato. Dopo circa un'ora la tenda è stata abbattuta dall'esercito e dalla polizia israeliana.

Alle 10:30 di domenica mattina i bambini della scuola di At-Tuwani, provenienti da sette villaggi delle colline a sud di Hebron, hanno marciato verso l'area con lo scopo di ricostruire la tenda. I bambini sono entrati nell'area militare chiusa e si sono frapposti tra i soldati e le persone che stavano ricostruendo la tenda, in solidarietà con i loro compagni di scuola di Tuba e Maghayir Al Abeed. Le forze israeliane, dopo aver allontanato tutti i presenti, hanno di nuovo smantellato la tenda, questa volta confiscando i materiali da costruzione.
Le comunità palestinesi di quest'area hanno dimostrato ancora una volta di essere fortemente impegnate nel rivendicare i loro diritti e nel resistere all'occupazione israeliana, scegliendo il metodo nonviolento.

Durante la scorsa settimana i coloni dell'avamposto di Havat Ma'on, nelle colline a sud di Hebron, hanno iniziato una nuova costruzione illegale. Nonostante le autorità israeliane siano state informate di questo, ad oggi non hanno fatto nulla per fermare questi lavori.

Maggiori informazioni riguardo alla scorta militare negli anni passati sono disponibili nel report "The Dangerous Road to Education. Palestinian Students Suffer Under Settler Violence and Military Negligence" a questo link: http://goo.gl/CXfi9


Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell'area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell'incidente: http://snipurl.com/26mssog

Video dell'incidente: presto disponibile

Per informazioni:
Operazione Colomba, +972 54 99 25 773


[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell'Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

Fonte: Il Comitato Popolare delle Colline a Sud di Hebron lotta per una vita dignitosa per gli scolari Palestinesi

At-Tuwani – Il 16 e il 17 marzo, il Comitato Popolare delle Colline a Sud di Hebron ha costruito una tenda vicino al villaggio di At-Tuwani per fornire un riparo a venti scolari, che devono aspettare all'aperto la scorta militare israeliana necessaria per proteggerli dalla violenza dei coloni lungo la strada da e per la scuola.

Le forze israeliane hanno già abbattuto per due volte la tenda e confiscato i materiali di costruzione. L'azione è stata organizzata in cooperazione con la scuola di At-Tuwani.

I bambini, dai 6 ai 16 anni, provenienti da i villaggi delle colline a sud di Hebron di Tuba e Maghayir Al Abeed, necessitano di una scorta militare israeliana, che li protegga dagli attacchi dei coloni lungo il percorso da e per la scuola, nel vicino villaggio di At-Tuwani. Ogni giorno devono attendere la scorta per ritornare a casa sulla collina di Khelly. Dall'inizio del corrente anno scolastico, la scorta militare ha ritardato per più di cinque minuti circa il 50% dei pomeriggi (54 su 70). In totale i bambini sono stati costretti ad aspettare per la scorta, con qualsiasi tempo meteorologico, per più di 21 ore.

Sabato mattina alcuni attivisti per la pace palestinesi, israeliani e internazionali hanno montato una tenda vicino al villaggio di At-Tuwani per fornire un riparo ai bambini. L'esercito, la Border Police e gli agenti di polizia israeliani sono immediatamente arrivati sul posto e hanno tentato di allontanare gli attivisti. Poco dopo mezzogiorno l'esercito ha dichiarato l'area 'zona militare chiusa' per 24 ore e ha ordinato l'evacuazione. Un attivista internazionale è stato arrestato. Dopo circa un'ora la tenda è stata abbattuta dall'esercito e dalla polizia israeliana.

Alle 10:30 di domenica mattina i bambini della scuola di At-Tuwani, provenienti da sette villaggi delle colline a sud di Hebron, hanno marciato verso l'area con lo scopo di ricostruire la tenda. I bambini sono entrati nell'area militare chiusa e si sono frapposti tra i soldati e le persone che stavano ricostruendo la tenda, in solidarietà con i loro compagni di scuola di Tuba e Maghayir Al Abeed. Le forze israeliane, dopo aver allontanato tutti i presenti, hanno di nuovo smantellato la tenda, questa volta confiscando i materiali da costruzione.
Le comunità palestinesi di quest'area hanno dimostrato ancora una volta di essere fortemente impegnate nel rivendicare i loro diritti e nel resistere all'occupazione israeliana, scegliendo il metodo nonviolento.

Durante la scorsa settimana i coloni dell'avamposto di Havat Ma'on, nelle colline a sud di Hebron, hanno iniziato una nuova costruzione illegale. Nonostante le autorità israeliane siano state informate di questo, ad oggi non hanno fatto nulla per fermare questi lavori.

Maggiori informazioni riguardo alla scorta militare negli anni passati sono disponibili nel report "The Dangerous Road to Education. Palestinian Students Suffer Under Settler Violence and Military Negligence" a questo link: http://goo.gl/CXfi9


Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell'area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell'incidente: http://snipurl.com/26mssog

Video dell'incidente: presto disponibile

Per informazioni:
Operazione Colomba, +972 54 99 25 773


[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell'Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

Fonte: http://www.operazionecolomba.it

martedì 12 febbraio 2013

Israele, nuove colonie sotto gli occhi di Obama


Tel Aviv annuncia 346 nuove unità abitative nel blocco di Gush Etzion, a pochi giorni dall'annuncio della visita del presidente USA. Netanyahu sfida Washington.

Articolo di: Emma Mancini - nena-news.globalist.it
Foto di Nena News Agency
       
Nuove colonie sotto gli occhi del presidente Obama. Ieri il ministro della Difesa israeliano ha annunciato il via libera alla costruzione di 346 nuove unità abitative per coloni in due insediamenti a Sud-Ovest della Cisgiordania.

L'ultima volta era toccato al vicepresidente Joe Biden: la sua visita ufficiale in Israele nel 2010 era stata segnata dall'avvio di nuovi progetti coloniali, un annuncio che aveva mandato su tutte le furie l'amministrazione di Washington, apertamente sfidata dal governo Netanyahu.

Oggi la preda è ben più succulenta: il presidente Obama. Pochi giorni dopo l'annuncio da parte della Casa Bianca del primo viaggio ufficiale del presidente Usa in Israele e Territori Occupati, Tel Aviv conferma l'intenzione di proseguire con la colonizzazione della Cisgiordania: "Il Ministero della Difesa ha approvato piani per la costruzione di 200 unità abitative a Tekoa e 146 a Nokdim".

Tekoa e Nokdim sono due insediamenti piuttosto piccoli, parte del blocco di colonie di Gush Etzion, tra Gerusalemme, Betlemme e Hebron. Un progetto che segue a quello dello scorso anno, quando venne approvato un precedente piano per la costruzione di altre 523 unità abitative nella stessa area. Obiettivo israeliano è allargare la cintura di colonie tra Gerusalemme e il Sud della Cisgiordania, così da annettere nella pratica una vasta area di territorio palestinese a Sud della Città Santa.

Solo una settimana fa il team di esperti del Consiglio Onu per i Diritti Umani aveva presentato un rapporto durissimo sulle politiche israeliane di colonizzazione, chiedendone l'approvazione definitiva al Consiglio:immediato congelamento dell'espansione coloniale e ritiro di tutti i coloni israeliani residenti nei Territori Occupati. Più che una critica, una vera e propria denuncia che Israele ha però rispedito al mittente, interrompendo definitivamente i rapporti diplomatici con il Consiglio.

Il tutto ad un mese dalla visita del presidente Obama: tra i temi che le due amministrazioni tratteranno, ci saranno sicuramente la minaccia iraniana e la situazione siriana. Ma anche il processo di pace con la controparte palestinese. Da tempo la Casa Bianca, prima sotto George W. Bush e ora sotto Obama, chiede ad Israele il congelamento dell'espansione coloniale come precondizione al dialogo. E seppure si tratti spesso di richieste blande e mai concretamente supportate da azioni diplomatiche o politiche, Israele subisce da qualche mese una maggiore pressione internazionale. Dopo il riconoscimento della Palestina come Stato non membro delle Nazioni Unite e l'annuncio israeliano di implementare il piano di espansione in area E1, appare chiaro a tutti che simili violazioni del diritto internazionale e delle risoluzioni Onu da parte di Tel Aviv non hanno altro scopo se non quello di impedire la creazione di uno Stato di Palestina indipendente e contiguo.

Resta da vedere come si comporterà Obama una volta faccia a faccia con l'alleato (ma non troppo) Netanyahu: butterà sul tavolo solo il nemico Iran o chiederà sforzi politici per riavviare il negoziato con la controparte palestinese? Il tutto alla luce del nuovo contesto politico israeliano: l'atteggiamento del premier israeliano non potrà che essere influenzato dalla coalizione di maggioranza che deciderà di mettere in piedi nelle prossime settimane.
Fonte: http://nena-news.globalist.it

giovedì 15 novembre 2012

Gaza: Sveglia Italia!!!


Il 29 ottobre siamo andati a Sderot. Oggi alziamo la nostra voce contro l’escalation di violenza scatenata dai bombardamenti israeliani e dalla minaccia di una nuova guerra nella Striscia di Gaza.

Gaza: Sveglia Italia!!!
Spegniamo l’incendio ora!
 
Il 29 ottobre siamo andati a Sderot per esprimere tutta la nostra solidarietà e vicinanza agli israeliani che dal 2001 vivono sotto il tiro dei razzi lanciati dalla Striscia di Gaza. Ci siamo andati sfidando le sirene che quel giorno hanno suonato cinque volte e il silenzio mediatico calato da lungo tempo su quella tragedia.
Oggi alziamo la nostra voce contro l’escalation di violenza scatenata dai bombardamenti israeliani e dalla minaccia di una nuova guerra nella Striscia di Gaza. Nessuno stato civile può applicare in questo modo il diritto all’autodifesa. Nessuno stato civile può rivendicare il diritto di ammazzare e distruggere come e quando vuole. Questa politica continua da più di 10 anni senza portare alcun benefico agli israeliani che hanno visto crescere non la propria sicurezza ma il numero e la potenza dei razzi che gli vengono scagliati contro. Qualcuno deve dire basta!
Sveglia!!! L’Italia e l’Europa non possono continuare a sottovalutare questa escalation che minaccia di provocare un nuovo spaventoso incendio a due passi da casa nostra. Non solo perché è contrario ai nostri valori ma perché è contro i nostri interessi. Non ci conviene! Lo scoppio di una nuova guerra a Gaza finirà per aggravare la nostra crisi e annullare i sacrifici che stiamo facendo. Per questo l’Italia e l’Europa devono intervenire immediatamente. Se non ci muoviamo subito ne subiremo le conseguenze.
E’ tempo di cambiare politica!!! Ieri non si è ammazzato solo a Gaza. La guerra in Medio Oriente ha continuato a fare strazio di vite umane in Siria, in Iraq e in Afghanistan. Senza dimenticare lo stillicidio crescente di violenze che non risparmia più nessun paese dell’area. L’assenza dell’Europa è preoccupante. Ma ancora più preoccupante è l’inazione dell’Italia. Noi che siamo i più esposti, noi che pagheremo il prezzo più alto di questa instabilità non ce lo possiamo davvero permettere. Diamo all’Italia una politica di pace!

di Flavio Lotti 
#Gazanowar. Seguici su Twitter

martedì 13 novembre 2012

Ferita Tamimi, la "pasionaria" bimba palestinese. Non è grave.


E' divenuta una celebrità in Israele e nei Territori: prima per essere stata ripresa mentre insegue e rimprovera militari israeliani e poi di nuovo quando in un'ulteriore manifestazione è stata colpita da un proiettile rivestito di gomma.


La piccola pasionaria. A 11 anni, la bambina palestinese Yad Tamimi è divenuta questa settimana una celebrità in Israele e nei Territori: prima per essere stata ripresa mentre, a pugni chiusi, insegue e rimprovera militari israeliani giunti per sedare una manifestazione nel suo villaggio cisgiordano di Nebi Salah. (http://www.youtube.com/watch?v=ax-Jk2iJL0k&feature=player_embedded)
E poi di nuovo ieri quando in un'ulteriore manifestazione è stata colpita da un proiettile rivestito di gomma. La bambina - che secondo la stampa sarebbe figlia di un attivista politico locale, Bassem Tamimi - è rimasta ferita in modo non grave.
A diffondere per primo le immagini della 'pasionaria' palestinese era stato giorni fa il portavoce militare israeliano, nel proprio blog. "Questo filmato - secondo il portavoce militare - mostra genitori palestinesi mentre spingono i loro figli a provocare i soldati di Israele: un aspetto di quelle dimostrazioni di cui in genere non si parla".
Nel filmato la piccola dalle lunghe chiome bionde - che indossa una maglietta col simbolo della pace - viene mostrata mentre si scaglia contro un militare con i pugnetti chiusi. Il soldato la osserva imbarazzato, con un mezzo sorriso. Accompagnata da un'amica, la piccola attivista si dirige allora a muso duro verso altri militari, rimproverandoli in apparenza per l'arresto del fratello Waed.
"Dove lo avete condotto?" vuole sapere. "Sei un traditore, non hai certo un problema ad uccidere bambini, carogna. Ma io non ho paura, non temo nemmeno i figli dei coloni...". Di fronte alla sua prorompente eloquenza i militari si limitano a scambiarsi sguardi impacciati, mentre la scena viene ripresa da numerose telecamere. "Non ridere... lo so che parli arabo" incalza la 'pasionaria'. "Sei un cane, un corrotto".
Secondo il quotidiano israeliano di destra Makor Rishon non è stato un episodio isolato. Il giornale precisa che la piccola si chiama Yad Tamimi e che ripete le proteste private quasi tutte le settimane. Ieri, in una ulteriore manifestazione a Nebi Salah, è stata coinvolta in incidenti in cui è stata colpita da un proiettile rivestito di gomma.
Questa settimana Amnesty International ha peraltro lanciato un appello per la liberazione immediata del padre di Yad, Bassem Tamimi, che la organizzazione definisce "un prigioniero di coscienza". Animatore delle manifestazioni ricorrenti di Nebi Salah (per le quali ha scontato vari periodi di detenzione nel 2011) Bassem Tamimi è stato arrestato di nuovo lo scorso ottobre quando, assieme ad altri attivisti, ha fatto irruzione in Cisgiordania in un supermercato gestito da un israeliano che serve indistintamente i coloni ebrei e i palestinesi della zona.
Fonte: http://www.huffingtonpost.it

venerdì 31 agosto 2012

Guerre dei Balcani, in 14mila mancano ancora all'appello


"Se solo sapessi dove si trova mio figlio Albion, se solo potessi dargli sepoltura e portare un fiore sulla sua tomba, mi sentirei meglio."  (Nesrete Kummova, il cui figlio dovrebbe essere stato trasportato dal Kossovo in Serbia e lì sepolto, nella guerra del 1999)

Oltre 14.000 persone mancano all'appello nei paesi dell'ex Jugoslavia, quasi la metà del totale degli scomparsi del decennio di guerre iniziato nel 1991. Lo denuncia un rapporto di Amnesty International, diffuso alla vigilia della Giornata internazionale degli scomparsi, che si celebra ogni anno il 30 agosto.

Tra il 1991 e il 2001, 34.700 persone scomparvero nei Balcani dopo essere state arrestate o catturate. La maggior parte delle loro famiglie aspetta ancora giustizia.

"Per loro, il capitolo delle sparizioni forzate non è chiuso e rimane una fonte quotidiana di dolore. Attendono ancora di conoscere il destino dei loro cari, continuano a cercare verità, giustizia e riparazione" - ha dichiarato Jezerca Tigani, vicedirettrice del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International.

"Le vittime delle sparizioni forzate nei paesi dell'ex Jugoslavia appartengono a tutti i gruppi etnici. Sono civili e soldati, donne e uomini, bambine e bambini. Le loro famiglie hanno il diritto di sapere la verità sulle circostanze della loro scomparsa, sul loro destino e sullo svolgimento e l'esito delle indagini. Per loro, il primo passo verso la giustizia è vedersi restituiti i corpi dei loro cari per la sepoltura. I governi devono assicurare che le vittime e le loro famiglie abbiano accesso alla giustizia e ricevano, senza ulteriori ritardi, un'adeguata e concreta riparazione per il danno che hanno subito" - ha aggiunto Tigani.

Il rapporto di Amnesty International descrive casi di sparizione forzata in Croazia, Bosnia ed Erzegovina, ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Montenegro, Serbia e Kossovo. Tutti e sei i governi di questi paesi sono venuti meno all'obbligo legale internazionale di indagare e punire questi reati.

Alcuni responsabili, sottolinea Amnesty International, sono stati sottoposti alla giustizia del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia, il cui mandato è però prossimo alla fine. I tribunali nazionali agiscono con lentezza.

"L'assenza di indagini e processi per le sparizioni forzate e i rapimenti resta un problema grave in tutti i Balcani. Il principale ostacolo al contrasto dell'impunità e alla consegna degli autori alla giustizia è la costante mancanza di volontà politica in tutti e sei i paesi" - ha affermato Tigani.

Delle 6406 persone scomparse nella guerra del 1991-1995 in Croazia, è stato possibile stabilire la sorte di 4084 di esse. Oltre 2300, 1735 delle quali di passaporto croato, risultano ancora scomparse. Nell'ultimo biennio è stata chiarita la situazione di soli 215 scomparsi. Oltre 900 resti umani devono essere ancora identificati.

Su una popolazione di tre milioni e 400mila abitanti, alla fine del conflitto della Bosnia ed Erzegovina erano scomparse 30.000 persone. La sorte di almeno 10.500 di loro, in larga parte musulmani bosniaci, resta sconosciuta. Le famiglie di oltre 7000 persone, deliberatamente e arbitrariamente uccise nel genocidio di Srebrenica del 1995, sono ancora in attesa di giustizia e riparazione. Molti dei presunti responsabili vivono fianco a fianco con le loro vittime e i familiari di queste ultime.

Per un decennio, dalla fine del conflitto del 2001 tra le forze di sicurezza macedoni e l'Esercito albanese di liberazione nazionale, le autorità non hanno indagato in modo efficace sulle sparizioni forzate. Resta un mistero il destino di almeno sei albanesi arrestati dalla polizia alle dipendenze del ministero dell'Interno macedone. I familiari degli scomparsi hanno fatto ricorso contro una legge del parlamento macedone del 2011 che, estendendo le norme della legge d'amnistia del 2002, ha posto fine alle indagini su quattro casi di crimini di guerra trasmessi dal Tribunale penale per l'ex Jugoslavia. Tra questi, la sparizione di 12 macedoni e un bulgaro, presumibilmente ad opera dell'Esercito albanese di liberazione nazionale.

Nel maggio 1992, 83 civili bosniaci in fuga dal conflitto della Bosnia ed Erzegovina, vennero arrestati in Montenegro e respinti alla frontiera per essere poi consegnati alle forze serbo bosniache. Si ritiene che 21 di loro siano stati uccisi in un campo di prigionia della Republika Srpska. La sorte di almeno altri 34 detenuti rimane sconosciuta. Nel marzo 2011, nove ex pubblici ufficiali sono stati prosciolti dall'accusa di crimini di guerra per la sparizione forzata dei profughi bosniaci, sul presupposto che nel 1992 non c'era alcun conflitto armato in Montenegro. Il verdetto è stato annullato in appello quest'anno e il processo è stato riaperto.

Durante la guerra del Kossovo del 1998-99 e nel periodo immediatamente successivo, si registrarono 3600 scomparsi, oltre 3000 dei quali albanesi vittime di sparizione forzata ad opera della polizia, dell'esercito e dei gruppi paramilitari serbi; la restante parte degli scomparsi,  appartenente alle minoranze, soprattutto quella serba e quella rom, si presume sia stata catturata dai gruppi armati albanesi, tra cui l'Esercito di liberazione del Kossovo. Le famiglie di almeno 1797 scomparsi kossovari e serbi aspettano ancora che i corpi dei loro cari siano esumati, identificati e restituiti per la sepoltura. Anche quando ciò avviene, pochi dei responsabili vengono portati di fronte alla giustizia.
29 agosto 2012

lunedì 16 luglio 2012

Afghanistan, l'assordante silenzio delle bombe italiane


La guerra, forse, è anche un fatto di abitudine. Ci si abitua ai morti, dunque anche alle bombe. La notizia che gli Amx italiani hanno bombardato, probabilmente molte volte, la provincia di Farah, riportata una settimana fa dal Sole24Ore, non ha suscitato grandi polemiche. Anzi, nessuna. Un silenzio assordante assai simile a quello che seguì le dichiarazione di Giampaolo Di Paola nel gennaio scorso, quando al ministro ammiraglio in abiti civili riuscì quello che al ministro civile in divisa Ignazio La Russa non era riuscito: nel novembre del 2010 aveva incautamente proposto di armare i nostri aerei in Afghanistan. Allora ci fu una levata di scudi. Adesso nulla.

Abbiamo appreso che non si tratta di giocattolini ma di bombe da 250 chili (500 libbre), ma la vera notizia è il silenzio che ha circondato la vicenda. Scritta da Gianandrea Gaiani (direttore di Analisi Difesa) per il giornale di Confindustria, la notizia gli viene riferita da fonti anonime che obbligano però il generale Luigi Chiapperini, comandante della missione in Afghanistan, a confermarla a una giornalista di Libero che si trova con altri colleghi “embedded” a Camp Arena, la base militare Nato di Herat sotto comando italiano. A Camp Arena si erano ben guardati però dall\'avvisare i colleghi delle operazioni in corso. Ma una volta denudato il re, le conferme piovono come l'acqua: dal comandante della Task Force South, colonnello Francesco Paolo D'Ianni (su Cybernaua.it) a Francesco Tirino, portavoce del contingente italiano in Afghanistan, che candidamente spiega a E-il mensile che le missioni si sarebbero addirittura «moltiplicate» nelle ultime settimane con il «lancio dell’operazione Shrimp Net». Ancora Chiapperini conferma al Giornale «che i bombardamenti sono iniziati subito dopo il 28 gennaio» con il via libera del ministro Di Paola. Mancava solo la voce ufficiale dello Stato maggiore della Difesa (vedi intervista a fianco) su una vicenda a dir poco controversa e che sembra far carta straccia, nel silenzio più assoluto, delle prerogative del parlamento. Tutto comincia il 18 gennaio scorso.

Il protagonista è l\'ammiraglio Di Paola, l'autore di una riforma del sistema di Difesa contro cui è stata scatenata la campagna “Tagliamo le ali alle armi”, forte di 75mila mail inviate ai parlamentari perché si sveglino sulle intenzioni del ministro. Si presenta a una sessione congiunta di Camera e Senato con un linguaggio sibillino: «Intendo far sì che i nostri militari e tutti i loro mezzi schierati in teatro siano forniti delle dotazioni e capacità necessarie a garantire la massima sicurezza possibile del nostro personale e dei nostri amici afgani e alleati...». Nessuno obietta. Qualche giorno dopo però una nota dell'Ansa – è il 28 gennaio – spiega che «le bombe andranno sugli Amx italiani, ma non sui predator». Poi Di Pala va oltre: «Tutti i mezzi che abbiamo verranno utilizzati sulla base di tutte le loro capacità, perché noi abbiamo il dovere oltre che il diritto di difendere i nostri militari, i nostri amici afgani e i nostri alleati ... i predator italiani non hanno queste capacità e quindi non le possono usare». Di Paola si guarda bene dall\'usare la parola “bombe” ma qualcuno se ne accorge lo stesso: la frase non piace al senatore Pd Marco Perduca che (con la radicale Poretti e gli Idv Pedica e Caforio) propone un ordine del giorno che impegni il governo «a rimettere al Parlamento la decisione sull'uso di ordigni bellici a caduta libera o guidata da parte dei velivoli dell\'Aeronautica militare italiana impiegati in Afghanistan». L'Odg però non viene accolto.

Cala il sipario fino a luglio, quando “esplode” la notizia proprio mentre è in corso il vertice di Tokyo sull'Afghanistan. La rete «Afgana» rileva come il governo giochi una partita «bifronte»: a Tokyo l'Italia si spende per la pace e i diritti di donne e società civile mentre a Farah bombarda. Flavio Lotti, della Tavola della pace, che già in gennaio si era infuriato e che, proprio nei giorni scorsi, ha incontrato i responsabili del Pd delle commissioni di esteri e difesa di Camera e Senato, chiede loro ufficialmente di fare un'interrogazione al ministro. «Ma – dice oggi – finora non ho registrato nessuna azione, se non, quel giorno, un discreto imbarazzo. Se è questo quello che facciamo in Afghanistan, credo che sia la goccia che fa traboccare il vaso. Bisogna ritirare immediatamente i nostri soldati anche perché, a quanto pare di capire, questi bombardamenti non sono un novità». Lo dice anche il generale Mini, autore di “Perché siamo così ipocriti sulla guerra?”. «Bombardiamo con gli Amx? Se è per quello, gli elicotteri Mangusta possono fare anche più male. Hanno fatto almeno 300 missioni. Proprio qualche settimana fa un collega mi ha parlato di un\'operazione con 60 “insorti” uccisi. Non erano Amx ma elicotteri».

Secondo Mini «a quanto sembra di capire gli americani hanno fatto la voce grossa con gli alleati. Hanno chiesto di dimostrare unità di intenti. Ecco la risposta: per dimostrare loro che l'Italia c'è». Gli chiediamo cosa ne pensa della voce secondo cui il ministro Di Paola, che ha già un passato Nato alle spalle, concorrerebbe volentieri per la poltrona del dopo Rasmussen. «Se fosse davvero così – risponde - allora altro che venir via presto.... Vorrebbe dire che dovremmo rimanere anche dopo il 2014. Perché un italiano diventi segretario generale della Nato bisogna offrire in cambio qualcosa».
Fonte: http://www.lettera22.it/