venerdì 3 febbraio 2012

L'automatismo acritico del DL Missioni


La Camera dei deputati ha deciso di finanziare robustamente le operazioni di guerra in Afghanistan, marginalizzando le iniziative civili. 

Articolo di: Giuliano Battiston
Foto di http://static.tuttogratis.it
       
Con automatismo acritico, la Camera dei deputati ha deciso di finanziare robustamente le operazioni di guerra in Afghanistan, marginalizzando le iniziative civili. Ieri è stato convertito in legge il Decreto legge del 29 dicembre 2011 (n. 215), relativo a: “proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione, partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione”. Il Decreto stabilisce risorse finanziarie, “umane” e diplomatiche da destinare nell’intero corso del 2012 alle varie aree conflittuali del mondo, e dovrebbe rispondere a una chiara idea di politica estera. Quella di cui il governo Monti, in continuità con il precedente governo, sembra non disporre, vista l’insistenza con cui persegue una visione strategica limitata alla combinazione tra la fedeltà atlantica e i più prosaici interessi economici e commerciali (come dimostrano gli stanziamenti previsti per la Libia, di cui il manifesto si è occupato ieri). Il caso dell’Afghanistan è esemplare, perché racconta della volontà politica di puntare quasi esclusivamente sulle operazioni militari, a scapito della cooperazione allo sviluppo e del processo di stabilizzazione. Per il 2012, la partecipazione del contingente italiano alla missione Isaft-Nato e, in misura molto ridotta, a quella della forza europea Eupol, vale quasi 748 milioni di euro, a cui si aggiungono poco più di 3 milioni per le attività della Guardia di finanza. Per la cooperazione allo sviluppo, sono invece stanziati 34 milioni e 700mila euro, da distribuire tra le attività in Afghanistan e quelle in Pakistan. Numeri che contraddicono da una parte le parole del ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, che pochi giorni fa al Senato aveva promesso la partecipazione dell’Italia agli “sforzi della comunità internazionale per promuovere la pace”. E dall’altra quelle dello stesso presidente del Consiglio Monti: durante la conferenza stampa di presentazione dell’accordo bilaterale firmato con Karzai il 26 gennaio a Roma, Monti aveva promesso un’inversione di rotta, un maggiore impegno dell’Italia nel settore civile ed economico e la contestuale riduzione di quello in ambito militare. Anche l’altra promessa di Monti, l’assistenza italiana nell’addestramento dell’esercito e della polizia afghani, appare già disattesa: il contributo al fondo fiduciario della Nato a sostegno dell’esercito nazionale afghano e al fondo congiunto Nato-Russia “Council”, destinato all’elicotteristica, ammonta a 3 milioni e mezzo di euro. Una cifra inferiore a quella auspicata dal governo Karzai, che negli ultimi mesi ha insistito molto con i partner occidentali affinché destinassero maggiori risorse all’addestramento e all’equipaggiamento delle forze locali, ancora impreparate ad assumersi la responsabilità della sicurezza in molte aree del paese. Con l’approvazione della legge sul rifinanziamento delle missioni estere, il governo dei presunti “tecnici” ha perso l’occasione per segnalare una discontinuità rispetto al passato, oltre che per assumere un ruolo di primo piano nella complicata fase con cui, da qui al 2014, verrà restituita sovranità all’Afghanistan, perlomeno formalmente. Alla Conferenza internazionale di Bonn del 5 dicembre 2011, tutte le cancellerie occidentali hanno assicurato un sostegno di lunga durata al governo afghano, soprattutto in ambito civile, anche dopo il ritiro delle truppe. Sono in pochi, però, e tra questi in particolare quello danese, i governi che alle dichiarazioni hanno fatto seguire azioni conseguenti. L’Italia non è tra questi, come denuncia tra gli altri Giulio Marcon, portavoce della campagna Sbilanciamoci! – che insieme a Tavola della pace e Rete italiana per il disarmo ha lanciato un mese di mobilitazioni “per dire no agli F35” -, secondo il quale “in Afghanistan si continuano a spendere ingenti risorse per una vera e propria missione di guerra, mentre bisognerebbe investire in iniziative di pace e di cooperazione”.
Fonte: http://www.lettera22.it/

Rassegna Settegiorni


GIOVANE ARTISTA IL BAREGGESE, CLASSE 1982, È DIVENTATO UN'ICONA DELLA MUSICA ELETTRONICA 
BAREGGIO. Si chiama Ivan Laconi , in arte Ejay Ivan Lac , vive a Bareggio ed è una star ...




ASSOCIAZIONI PIÙ DI 80 ISCRITTI E GRANDE SUCCESSO PER LA MOSTRA SULLA GIORNATA DELLA MEMORIA 
BAREGGIO. L'Anpi di Bareggio cresce. Sia in termini di iscritti sia, soprattutto, di seguito da parte della popolazione. Il presidente ...



VIA MATTEOTTI IN COLLABORAZIONE CON AFOL, ECCO UN'OCCASIONE PER TROVARE UN IMPIEGO 
BAREGGIO. E' stato riaperto, nella sede municipale di via Matteotti, lo Sportello per il lavoro, con accesso diretto al giovedì dalle ...



PARTITO DEMOCRATICO IN PAESE MOLTI DANNO PER PROBABILE UNA SUA CANDIDATURA ALLE PRIMARIE DEL CENTROSINISTRA 
BAREGGIO. «Io candidato? E' presto per parlarne». A differenza del suo segretario di partito Giancarlo Lonati , che ha già  ...



LA REPLICA FRANCO BIFFI, INDIPENDENTE DI MAGGIORANZA, COMMENTA LE ULTIME ESTERNAZIONI SUL PARCHEGGIO DI VIA DIAZ 
BAREGGIO. «Meglio essere ricordato come il sindaco che ha consegnato il parcheggio di via Diaz che non essere ricordati affatto o ...





PROMOZIONE G I BLUES BATTUTI DAL CERTOSA. CV GIÀ  FERMO PER NEVE DOMENICA SCORSA 
Bareggio. C'era attesa è andata disillusa. Il nuovo Bareggio assomiglia tanto a quello vecchio, almeno nei risultati. Quello che doveva essere ...



RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO DA GIULIANO COLOMBO 
BAREGGIO. Area ex cartiera, riceviamo e pubblichiamo la riflessione di Giuliano Colombo , coordinatore della lista civica «Voi con noi».


MARTEDÌ 7 FEBBRAIO 
BAREGGIO. Martedì 7 febbraio nuova seduta del consiglio comunale. Appuntamento alle 21 nella sala consiliare di via Marietti per un'adunanza dedicata ...



giovedì 2 febbraio 2012

“Giornata della memoria: se comprendere è impossibile, conoscere e’ necessario”


IL FILM “THIS IS ENGLAND” E LA MOSTRA “SHOAH E PORRAJMOS IL RAZZISMO” GLI EVENTI PATROCINATI DALL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE E PROMOSSI DALLE ASSOCIAZIONI PER COMMEMORARE LE VITTIME DELLA SHOÀ
Bareggio La Repubblica Italiana ha proclamato il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giornata della Memoria”. Questa è la frase scelta dall’Amministrazione Comunale per i manifesti istituzionali che hanno lo scopo di ricordare lo sterminio del popolo ebraico durante la seconda Guerra Mondiale.

La Giornata della Memoria è stata infatti istituita con legge nell’anno 2000, in particolare l’art. 2 della legge prevede che in occasione di questa Giornata siano organizzate cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.
In occasione di questa giornata l’Assessorato alla Cultura e Identità Locale propone in collaborazione con l’Associazione Cin Teatro S. Luigi un film a tema, l’appuntamento è in via IV novembre n. 42, alle ore 21.25.

«Venerdì 27 gennaio, per celebrare il Giorno della memoria – commenta Emilio Cozzi critico, giornalista e relatore del Cineforum di Bareggio - il cineforum di Bareggio proporrà This Is England (ore 21:15, presso il cineteatro San Luigi di via IV Novembre, 42). Uscita nel 2006 ma tardivamente distribuita in Italia, la pellicola è scritta e diretta da Shane Meadows, regista britannico da più parti considerato uno dei migliori dell’ultima generazione. Forse il migliore.
This Is England racconta anzitutto di una mancanza. Quella del protagonista, Shaun (Thomas Turgoose), dodicenne della suburbia inglese cui la guerra delle Falkland ha ucciso il padre. Racconta anche di un’appartenenza, meglio, di un desiderio di appartenenza. Shaun lo soddisferà abbracciando l’ideologia nazionalista e razzista del National Front.

Di primo acchito – continua Cozzi - la scelta del film, ambientato nel 1983 e lontano dall’evocazione diretta dell’Olocausto, sembrerebbe poco pertinente. Anche alla luce del fatto che, il 13 gennaio, il cineforum ha salutato il nuovo anno proiettando This Must Be the Place, l’ottimo film di Paolo Sorrentino narrativamente più prossimo alla tragedia ricordata il 27 gennaio.

Eppure il grande cinema stupisce anche, se non soprattutto, quando non racconta. Sono i suoi segni e i suoi sensi a espandere una storia che sembrerebbe dire tutt’altro. Da questo punto di vista e pur non parlando esplicitamente di Shoah, This Is England è forse il film che meglio di ogni altra pellicola stagionale è riuscito a svelare con profondità brutale ma sentita l’essenza di un odio vergognoso e virulento. Una furia che nella propria illogicità trova, per paradosso, linfa imperitura.
Ecco perché, per celebrare il Giorno della memoria – conclude Cozzi - un film ambientato in Inghilterra 40 anni dopo l’Olocausto assurge a gesto non solo opportuno, ma ancor più significativo. Vi si aspetta al cinema».

La mostra “Shoah e Porrajmos il razzismo” promossa dall’A.N.P.I. e patrocinata dall’Assessorato alla Cultura e Identità Locale è visitabile fino al 28 gennaio prossimo, presso la sala riunioni della Biblioteca Civica di via Marietti, negli orari di apertura della Biblioteca Civica e la domenica dalle ore 9.30 alle ore 12.00.

Nel giugno del 2009 il Comune ha partecipato ad Auschwitz alla Conferenza Europea sul tema: “I gemellaggi come veicolo per la pace e la salvaguardia dei diritti umani”, organizzata dalla sezione italiana dell’AICCRE (Associazione Italiana del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa) in collaborazione con l’Associazione Città Polacche e la partecipazione dei comuni tedeschi e francesi. In quell’occasione è stata deposta una pietra della memoria con il nome di Bareggio, la pietra ha contribuito a formare l’edificazione del Tumulo della Memoria e della Riconciliazione, innalzato nei pressi del campo di sterminio.
«La riscoperta del significato istituzionale delle ricorrenze – commenta il Sindaco e titolare dell’Assessorato alla Cultura, Monica Gibillini – fa parte dei nostri progetti di mandato, per richiamare l’attenzione della cittadinanza a questi momenti, così da approfondirne il significato.
Nel libro “Bareggio un secolo di storia” si leggono le storie di alcuni bareggesi deportati nei lager in Germania, testimonianza di una tragedia che ha toccato direttamente anche la nostra comunità.
Tutte le iniziative intraprese esprimono il nostro desiderio profondo di fare memoria del valore della pace – conclude il Sindaco Gibillini - conquistata dall’attuale civiltà europea, senza dimenticare la storia affinché episodi come quello dell’olocausto non accadano più. L’auspicio è che queste ricorrenze istituzionali possano sensibilizzare il senso di pace e di giustizia quali desideri autentici del cuore dell’uomo”.


CittàOggiWeb

Italia, 16mila richieste di mutuo da parte di coppie omosessuali


Nel 2011 sono state più di 16mila le domande di mutuo inviate alle banche da coppie formate da individui dello stesso sesso. Il dato è stato ricavato dal broker Mutui.it, analizzando le richieste di fattibilità di mutuo inviate al sito nel corso dello scorso anno.
Una volta escluse le domande di mutuo cointestato tra persone con legami di parentela, ne emerge un dato significativo. L’indagine mostra che il 65percento di domande presentate da coppie dello stesso sesso riguarda finanziamenti per l’acquisto della prima casa. Fra le coppie omosessuali, l’età media dei due individui al momento della richiesta è di 40 anni, mentre la durata media del finanziamento è di oltre 25 anni. Le coppie formate da due uomini rappresentano la maggioranza del campione analizzato: sono il 58 percento, contro un 42 percento delle coppie femminili.
“Benché quello che abbiamo evidenziato possa definirsi un fenomeno di nicchia”, ha affermato Alberto Genovese, amministratore delegato del sito, “è interessante notare come stia diminuendo il timore delle coppie ad esporsi”.
E

Quel che sappiamo della crisi

Le falle del sistema economico finanziario mondiale si sono intrecciate con l’incompiuta integrazione europea. La soluzione esiste


Nell’ultimo anno si sono intrecciate due crisi: quella del sistema finanziario e monetario mondiale e quella del sistema di integrazione europea. Parte da questa premessa Antonio Tricarico, coordinatore della Campagna per la riforma della Banca mondiale (www.crbm.org), per ricostruire le radici e le conseguenze del periodo che stiamo vivendo.
Qual è stato l’elemento detonatore della crisi?Il “contagio” derivato dalla crisi del debito della Grecia. Nel 2010 è stato proposto un pacchetto di salvataggio significativo in varie forme con misure di austerità che non hanno dato frutti. A metà del 2011 si è cominciato a discutere del default, cioè dell’incapacità “tecnica” di rispettare le condizioni con le quali la Grecia si è indebitata, convincendo le banche, che detengono la parte più consistente del debito, ad accettare di vedere non riconosciuto anche fino al 50% del proprio credito. Questa soluzione, su cui si sta ancora negoziando, ha introdotto la possibilità concreta di andare verso la “ristrutturazione” di parte di debito. Ristrutturare significa raggiungere accordi per modificare le condizioni originarie dei prestiti per alleggerire gli oneri. La Germania non ha voluto che si prendessero altre strade, come il salvataggio con i soldi della Banca centrale europea. La paura che l’insolvibilità si estendesse ad altri Paesi ha provocato il contagio, manifestatosi ad agosto. 
L’indebitamento degli Stati europei sta crescendo a causa della recessione economica: le entrate diminuiscono e i tagli non sono sufficienti. Il sistema bancario detiene almeno la metà del debito pubblico e la crisi lo ha reso più vulnerabile. Le banche continuano a perdere valore e devono fare soldi speculando per non andare in bancarotta. 
La finanza speculativa continua a crescere. 
Ci sono strumenti della finanza che a livello internazionale cercano di fare due cose: generare nuovi titoli su cui speculare per raggiungere maggior profitto e accumulare capitale. Il cuore della finanziarizzazione è commerciare “denaro rischio” o prodotti collegati. I pericoli sono enormi perché questa crisi continua a propagarsi con il rischio di un collasso più sistemico. Gli strumenti finanziari si dividono in due grandi categorie. La prima riguarda i cosiddetti titoli (bond), i quali sono essi stessi commerciabili su mercati secondari. La seconda sono i prodotti “derivati”: sono contratti -a differenza degli altri sono titoli di carta che hanno un valore fissato- il cui valore deriva da quello di un altro titolo di carta. I prodotti derivati sono nati per assicurare il rischio, ma sono talmente commerciati che siamo al paradosso di avere un’economia “assicurata” fino a 12 volte. I Cds (credit default swap) sono l’esasperazione: contratti di assicurazione che scommettono sul fallimento di altri. Nei due mercati ci sono vari attori finanziari fra quelli non bancari. Fra questi gli “hedge fund”, fondi speculativi specializzati in scambi di breve termine, con indebitamento sul lungo termine. 
Qual è il nesso con la crisi economica reale?Le banche stanno perdendo valore e sono sulla soglia della bancarotta. Non riescono a mettere in circolazione la moneta e hanno un tale indebitamento che non possono che avere atteggiamenti iper speculativi e rischiosi per trovare il denaro. Ma nel mercato attuale non riescono a farlo e perdono ancora più valore. Tutto questo comporta che, ad esempio, i prestiti vengano dati difficilmente anche ad aree produttive e ricche come l’Italia del Nord.
L’Italia come ne è stata coinvolta?L’Italia non ha dovuto iniettare capitale pubblico nelle banche come è accaduto in altri Paesi a seguito delle conseguenze scatenate dalla crisi dei mutui subprime, generando un forte debito pubblico. Il processo è stato diverso: si è deciso di tassare poco i patrimoni e non è stata introdotta una seria riforma fiscale. Il macigno del debito, già pesante, si è aggravato con la crisi economica che si è diffusa per tutti in Europa. In assenza di credito gli investimenti sono diminuiti, l’economia ha rallentato, è arrivata la recessione, le entrate degli Stati sono calate ed è cresciuto l’indebitamento. Con un sistema finanziario totalmente fuori controllo, l’integrazione europea ha generato ancora più squilibri economici. Gli operatori finanziari hanno iniziato a speculare intorno alle diversità di un sistema ingabbiato nei parametri di Maastricht, insinuandosi attraverso la crisi del debito. 
Cosa sono i “mercati” e perché generano delle tempeste?Sono camere di scambio di titoli finanziari regolamentati da un luogo fisico che ha alcune regole, come le Borse. Ma la gran parte degli scambi di titoli avviene  fuori dalle Borse stesse. La mole di questi scambi è stratosfericamente più grande rispetto a quella rappresentata dalla transazione di beni e servizi che si vive ogni giorno. È controllata da giganti troppo grandi per fallire e per essere regolamentati da qualsiasi governo. Un oligopolio che si muove come un branco di elefanti in una cristalleria. Per questo ci sono tempeste e non solo singoli attacchi speculativi. Se si pensa che una dozzina fra fondi e grandi banche di investimento controllano più della metà delle transazioni a livello mondiale, si capisce quali conseguenze possono avere i loro movimenti.


di Giulio Sensi e Simona Piccato

mercoledì 1 febbraio 2012

Il sindaco d’Italia


Ieri Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano (Milano) e membro del Comitato direttivo dell’Associazione Comuni Virtuosi, riceverà il Premio Personaggio Ambiente 2011 a Roma, presso Palazzo Valentini in via IV Novembre.
Domenico Finiguerra l’ho conosciuto attraverso una video intervista, abbastanza improbabile nei colori e nel volume, ormai diversi anni fa, in cui parlava di questo comunello di 1.800 abitantialle porte di Milano dove, con assoluta naturalezza e semplicità, gli amministratori avevano scelto di interrompere la folle spirale del consumo di suolo e delle speculazioni edilizie, dicendo, improvvisamente, basta.
A volte accade, se si è abbastanza fortunati e ostinati, di incontrare persone così. Che prima ancora di essere ottimi amministratori e servitori dello Stato (quello Stato che ti fa sentire orgoglioso e fiero una volta tanto) sono persone perbene, piacevoli, con cui vale la pena scambiare idee e riflessioni, ma anche chiacchiere e sorrisi, davanti a un bel bicchiere di vino.
Quella scelta, che oggi è adottata e imitata in tutta Italia ed è diventata portatrice di movimenti, campagne, iniziative pubbliche di ogni sorta e grado, ha squarciato in un momento il muro dell’ipocrisia di gran parte della politica parolaia di destra e di sinistra, che per anni ci aveva ripetuto (e ancora ci ripete) i soliti ritriti ritornelli: “Non si può fare, non è possibile, non possiamo fermare il progresso, dobbiamo costruire per far viaggiare l’economia…”
La scelta di Cassinetta è dunque diventata il simbolo di un possibile cambiamento generale, condivisa con le centinaia di esperienze virtuose che come Associazione dei Comuni Virtuosi abbiamo in questi anni cercato faticosamente di far emergere, coltivare, valorizzare e diffondere. Noi non ci siamo limitati a dire dei no, in questi anni ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo sperimentato, costruito e adottato un paradigma altro di comunità: rifiuti zero, indipendenza energetica, democrazia partecipativa, nuovi stili di vita, mobilità sostenibile.
Domenico è stato ed è per tutti noi un esempio da imitare e un portavoce a cui affidare le nostre convizioni, in questa specie di staffetta del buon senso con la quale cerchiamo di illuminare giorno per giorno ciò che funziona, nonostante tutto, nelle nostre trasandate istituzioni pubbliche.
Un abbraccio dunque al buon Domenico, alla splendida Cassinetta di Lugagnano, con la speranza che sempre più persone, movimenti, reti, vogliano condividere il pezzo di strada che stiamo facendo!
http://www.comunivirtuosi.org

Senza rinnovabili le auto elettriche aumentano l’inquinamento


Alessandro Grandi
Auto elettriche e a motore a scoppio. Il problema inquinamento ambientale è sempre d’attualità. Produrre energia con fonti rinnovabili sarebbe la soluzione ideale per alimentare le batterie delle auto elettriche? Ne abbiamo discusso con Andrea Borali di Greenpeace.
“Il vecchio adagio che cita ‘il diavolo sta nei dettagli’ è vero soprattutto per quanto riguarda questo argomento delicato” dice Andrea Boraschi responsabile campagne Energia e Clima di Greenpeace.
“Purtroppo – continua Boraschi – molti dei meccanismi di creazione di un mercato energetico sostenibile, sottostanno alle concessioni che la politica ‘dona’ alle grandi lobby legate alle fonti fossili. E’ così ad esempio, per tutti i meccanismi di finanza che insistono sul mercato delle emissioni di Co2, per cui il cosiddetto ‘emission trading scheme‘ è una cosa che nominalmente prevede che ogni tonnellata di Co2 emessa corrisponda a un costo che deve sostenere l’azienda che lo emette. Poi, sappiamo che esistono dei crediti di emissioni che vengono regolarmente regalati dai governi per varie ragioni, come supporto per l’economia, per non limitare le produzioni e così via.
E anche la mobilità è interessata a questi crediti?
“Il rapporto uscito dice che la vendita di un’auto elettrica garantisce a un’azienda automobilistica tanti crediti quanti ne servono a coprire la vendite di tre auto particolarmente inquinanti. Quindi, in realtà quella che potrebbe essere una forma di mobilità buona facilmente si trasforma, a causa di questo bug giuridico e normativo, in un incentivo non all’abbattimento delle emissioni ma a un loro aumento”.
E in merito alla produzione dell’energia elettriche che andrebbe poi ad alimentare le vetture ci sono problemi?
“Questa è un’altra grande questione. Esiste una vera e propria discrasia temporale. Oggi il mercato automobilistico sarebbe pronto per produrre flotte importanti di auto elettriche. La tecnologia è matura, ce lo consente. Per contro, non abbiamo un sistema di produzione di elettricità che sia sufficientemente sostenibile tanto da supportare anche questo eventuale incremento. Per esempio, se per assurdo trasformassimo tutto il parco auto di cui disponiamo in auto elettriche, avremmo un aggravio estremamente pesante sulla produzione di elettricità che ancora oggi avviene in misura minoritaria attraverso le fonti rinnovabili. Tutto questo significa in realtà, che si andrebbe a sostituire il petrolio, con altre fonti che però sarebbero in prevalenza carbone, gas e nucleare.
Quindi sostanzialmente si produrrebbe energia elettrica da fonti inquinanti?
Abbiamo fatto una stima: un aumento delle auto elettriche pari al 10 percento del totale delle auto vendute potrebbe portare a un aumento complessivo delle emissioni di Co2 del 20 percento. Le cause? Per prima cosa i supercrediti che i veicoli elettrici consentono ai produttori di accumulare rispetto alla vendita di auto altamente inquinanti. In secondo luogo per le modalità attraverso cui si pensa di alimentare la batteria di questi veicoli.
E la soluzione ideale quale potrebbe essere per Greenpeace?
Innanzitutto, chiunque si pone davanti a un ragionamento di strategia per il settore della mobilità pensa che deve essere potenziato il trasporto pubblico e limitato quanto più possibile il trasporto su gomma, per il resto oggi appare preferibile l’opzione che vada verso normative che vadano a colpire le emissioni dei motori a benzina.
E