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giovedì 5 settembre 2013
FEMMINICIDIO, PROBLEMA MONDIALE
Non sono poveri o ricchi, bianchi o neri. Non abitano né a Nord né al Sud. Non hanno nazione o credo. Gli uomini che odiano le donne, secondo i dati dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), seguono la globalizzazione e sono una delle merci distribuite più equamente sul Pianeta.
Lo dimostra lo studio dell'Oms datato giugno 2013. Si tratta del primo rapporto che sintetizza tutte le indagini sugli abusi sulle donne realizzate nel mondo, mettendo insieme le informazioni relative ai maltrattamenti da parte del partner, la cosiddetta intimate partner violence, con i casi di violenza sessuale. Ebbene, Il 30% delle donne interpellate in merito ha dichiarato di aver subìto abusi all'interno di una relazione.
Il picco massimo si registra nei Paesi del Sud Est asiatico, dove ben il 37,7% delle intervistate ha dichiarato ai ricercatori dell'Oms di essere stata vittima del partner.
Ma anche nei Paesi ad alto reddito il 23% delle donne (quasi una su quattro) ha sperimentato la violenza del proprio compagno. Italia compresa. L'utimo caso è quello di Marilia Rodrigues Martins, la brasiliana di 29 anni, uccisa dal suo amante datore di lavoro perchè incinta. Le statistiche italiane - le più aggiornate sono ferme al 2011 - parlano di una prevalenza dei delitti nel Nord Italia dove si verifica la metà (49,9%) dei femminicidi, ben più che al Sud (30,7%) e al Centro (19,4%). I dati sono quelli di uno studio dell'Eures in collaborazione con l'Ansa, che ha analizzato i femminicidi tra il 2000 e il 2011, periodo nel quale si sono verificati 728 casi. Ma nel 2012 sono state 150 le donne uccise.142 le denunce per stalking e maltrattamento, secondo i dati diffusi dal ministro dell'Interno Angelino Alfano ad agosto 2013. E spesso qui si annidano gli omicidi.
Gli abuser si nascondono nella maggior parte dei casi tra i familiari o conoscenti più stretti, e spesso sono insospettabili. Come è possibile? Lo abbiamo chiesto al Dottor Lundy Bancroft, che ha pubblicato con VallardiUomini che maltrattano le donne. L'autore, che ha lavorato per oltre 15 anni nei programmi di recupero per uomini violenti, è riuscito a decifrare la mentalità e gli atteggiamenti tipici degli uomini che maltrattano le proprie compagne, rovesciando la prospettiva secondo la quale la violenza sulle donne sarebbe solo un "problema femminile".
DOMANDA: Dottor Bancroft, lei ha iniziato a occuparsi di violenza domestica nel 1987 e da allora ha trattato più di 2000 casi come counsellor. Secondo lei che cos'è che rende violento un uomo?
RISPOSTA: La principale causa della violenza degli uomini sulle donne risiede in un certo sistema di pensiero, che ritiene legittimo l'esercizio della forza e dell'aggressività come mezzo per "educare" le proprie compagne al rispetto e all'obbedienza. Questa mentalità si radica infatti nell'idea che le donne esistano solo per soddisfare l'uomo. Gli uomini maltrattanti insomma credono che le partner debbano sempre sorridere, obbedire e servire e che non debbano avere idee e pensieri propri. Le spaventano e le sminuiscono solo per mantenere il ruolo dominante nella coppia.
D: Da quali atteggiamenti una donna può riconoscere un uomo violento?
R: Di solito all'inizio della relazione l'abuser si distingue per il suo atteggiamento affascinante e affabulatorio. Successivamente, però, prende il predominio un comportamento di controllo: l'uomo inizia a criticare continuamente la compagna, anche per i più lievi difetti, e diventa nervoso e intrattabile per ogni piccola cosa, spingendo così la partner ad agire sempre come lui vuole per tenerlo calmo. Il mio consiglio è di stare lontane anche dagli uomini gelosi e possessivi. La gelosia, specie se molto accentuata, non è un sentimento che rivela quanto il proprio compagno sia innamorato, bensì il contrario: si lega infatti a una pericolosa idea di possesso, che è tipica della mentalità da "padrone" dell'uomo abusante.
D:Cosa consiglierebbe alle donne per evitare di diventare vittima di abusi?
R: Il messaggio più importante, che vorrei arrivasse a tutte le donne, è che gli uomini maltrattanti sono totalmente responsabili delle loro azioni: non sono gli atteggiamenti o i comportamenti femminili che determinano l'esercizio della violenza, bensì il bisogno dell'uomo di affermare il proprio predominio all'interno della relazione. Analogamente, un uomo può essere depresso o ubriaco, venire da un'infanzia difficile, credere che la partner abbia una relazione con un altro uomo o che non riesca a comprenderlo, ma resta comunque responsabile di ogni forma di violenza verbale e fisica che decide di esercitare, e per questo non va mai giustificato. Spesso le vittime della violenza sono anche vittime di un senso di vergogna, per quanto del tutto immotivato.
D: In che senso?
R: L'uomo violento vuole che la compagna si senta impotente e fa di tutto per isolarla, per allontanarla dagli amici e dalla famiglia, proprio per poter esercitare al meglio il controllo e la manipolazione, per questo consiglio alle donne di non nascondersi e di cercare aiuto, perché non hanno alcun motivo di vergognarsi. Il sostegno della società è importante: ogni donna deve sapere che può trovare una rete, che sia familiare, amicale o giuridica, pronta a difenderla.
D: Molti studi rivelano che i bambini che crescono in un ambiente violento da grandi tendono ad avere un atteggiamento simile a quello del padre. Lei cosa ne pensa?
R: Penso che sia vero. Soprattutto i maschi, una volta adulti, sono portati a ricalcare questo atteggiamento verso le donne. Ma più in generale ogni bambino, che sia maschio o femmina, rischia di sviluppare disturbi psicologici a causa delle continue violenze a cui assiste. Le donne con figli sono quelle che vivono la situazione più critica e, paradossalmente, dalla quale è più difficile uscire.
D:Lei sosteneva che le donne non devono sentirsi sole. L'aiuto e il supporto che amici e parenti possono dare penso siano fondamentali, ma molto spesso è difficile per una donna affrontare un argomento così spinoso con una sorella, un'amica o un parente, non crede?
R: Certo, è complicato; per questo non bisogna mai farle pressioni - c'è già il compagno violento che fa pressioni per dirigere e controllare la sua vita - ma bisogna dimostrarle comunque la nostra vicinanza, con le parole e con i comportamenti. Credo che la chiave sia il rispetto, proprio quello che il partner non ha nei suoi confronti. Dimostrando rispetto per i suoi sentimenti, e dandole il giusto supporto, riuscirà a reagire alla paura e a spezzare il filo della sottomissione.
Lundy Bancroft ha un'esperienza ventennale nella gestione dei casi di violenza domestica. Consulente giudiziario e co-direttore di Emerge, la prima organizzazione negli Stati Uniti a offrire programmi di riabilitazione per uomini violenti, è un autore affermato di libri sul maltrattamento e l'abuso all'interno della famiglia.
di Redazione Cadoinpiedi.it
Lo dimostra lo studio dell'Oms datato giugno 2013. Si tratta del primo rapporto che sintetizza tutte le indagini sugli abusi sulle donne realizzate nel mondo, mettendo insieme le informazioni relative ai maltrattamenti da parte del partner, la cosiddetta intimate partner violence, con i casi di violenza sessuale. Ebbene, Il 30% delle donne interpellate in merito ha dichiarato di aver subìto abusi all'interno di una relazione.
Il picco massimo si registra nei Paesi del Sud Est asiatico, dove ben il 37,7% delle intervistate ha dichiarato ai ricercatori dell'Oms di essere stata vittima del partner.
Ma anche nei Paesi ad alto reddito il 23% delle donne (quasi una su quattro) ha sperimentato la violenza del proprio compagno. Italia compresa. L'utimo caso è quello di Marilia Rodrigues Martins, la brasiliana di 29 anni, uccisa dal suo amante datore di lavoro perchè incinta. Le statistiche italiane - le più aggiornate sono ferme al 2011 - parlano di una prevalenza dei delitti nel Nord Italia dove si verifica la metà (49,9%) dei femminicidi, ben più che al Sud (30,7%) e al Centro (19,4%). I dati sono quelli di uno studio dell'Eures in collaborazione con l'Ansa, che ha analizzato i femminicidi tra il 2000 e il 2011, periodo nel quale si sono verificati 728 casi. Ma nel 2012 sono state 150 le donne uccise.142 le denunce per stalking e maltrattamento, secondo i dati diffusi dal ministro dell'Interno Angelino Alfano ad agosto 2013. E spesso qui si annidano gli omicidi.
Gli abuser si nascondono nella maggior parte dei casi tra i familiari o conoscenti più stretti, e spesso sono insospettabili. Come è possibile? Lo abbiamo chiesto al Dottor Lundy Bancroft, che ha pubblicato con VallardiUomini che maltrattano le donne. L'autore, che ha lavorato per oltre 15 anni nei programmi di recupero per uomini violenti, è riuscito a decifrare la mentalità e gli atteggiamenti tipici degli uomini che maltrattano le proprie compagne, rovesciando la prospettiva secondo la quale la violenza sulle donne sarebbe solo un "problema femminile".
DOMANDA: Dottor Bancroft, lei ha iniziato a occuparsi di violenza domestica nel 1987 e da allora ha trattato più di 2000 casi come counsellor. Secondo lei che cos'è che rende violento un uomo?
RISPOSTA: La principale causa della violenza degli uomini sulle donne risiede in un certo sistema di pensiero, che ritiene legittimo l'esercizio della forza e dell'aggressività come mezzo per "educare" le proprie compagne al rispetto e all'obbedienza. Questa mentalità si radica infatti nell'idea che le donne esistano solo per soddisfare l'uomo. Gli uomini maltrattanti insomma credono che le partner debbano sempre sorridere, obbedire e servire e che non debbano avere idee e pensieri propri. Le spaventano e le sminuiscono solo per mantenere il ruolo dominante nella coppia.
D: Da quali atteggiamenti una donna può riconoscere un uomo violento?
R: Di solito all'inizio della relazione l'abuser si distingue per il suo atteggiamento affascinante e affabulatorio. Successivamente, però, prende il predominio un comportamento di controllo: l'uomo inizia a criticare continuamente la compagna, anche per i più lievi difetti, e diventa nervoso e intrattabile per ogni piccola cosa, spingendo così la partner ad agire sempre come lui vuole per tenerlo calmo. Il mio consiglio è di stare lontane anche dagli uomini gelosi e possessivi. La gelosia, specie se molto accentuata, non è un sentimento che rivela quanto il proprio compagno sia innamorato, bensì il contrario: si lega infatti a una pericolosa idea di possesso, che è tipica della mentalità da "padrone" dell'uomo abusante.
D:Cosa consiglierebbe alle donne per evitare di diventare vittima di abusi?
R: Il messaggio più importante, che vorrei arrivasse a tutte le donne, è che gli uomini maltrattanti sono totalmente responsabili delle loro azioni: non sono gli atteggiamenti o i comportamenti femminili che determinano l'esercizio della violenza, bensì il bisogno dell'uomo di affermare il proprio predominio all'interno della relazione. Analogamente, un uomo può essere depresso o ubriaco, venire da un'infanzia difficile, credere che la partner abbia una relazione con un altro uomo o che non riesca a comprenderlo, ma resta comunque responsabile di ogni forma di violenza verbale e fisica che decide di esercitare, e per questo non va mai giustificato. Spesso le vittime della violenza sono anche vittime di un senso di vergogna, per quanto del tutto immotivato.
D: In che senso?
R: L'uomo violento vuole che la compagna si senta impotente e fa di tutto per isolarla, per allontanarla dagli amici e dalla famiglia, proprio per poter esercitare al meglio il controllo e la manipolazione, per questo consiglio alle donne di non nascondersi e di cercare aiuto, perché non hanno alcun motivo di vergognarsi. Il sostegno della società è importante: ogni donna deve sapere che può trovare una rete, che sia familiare, amicale o giuridica, pronta a difenderla.
D: Molti studi rivelano che i bambini che crescono in un ambiente violento da grandi tendono ad avere un atteggiamento simile a quello del padre. Lei cosa ne pensa?
R: Penso che sia vero. Soprattutto i maschi, una volta adulti, sono portati a ricalcare questo atteggiamento verso le donne. Ma più in generale ogni bambino, che sia maschio o femmina, rischia di sviluppare disturbi psicologici a causa delle continue violenze a cui assiste. Le donne con figli sono quelle che vivono la situazione più critica e, paradossalmente, dalla quale è più difficile uscire.
D:Lei sosteneva che le donne non devono sentirsi sole. L'aiuto e il supporto che amici e parenti possono dare penso siano fondamentali, ma molto spesso è difficile per una donna affrontare un argomento così spinoso con una sorella, un'amica o un parente, non crede?
R: Certo, è complicato; per questo non bisogna mai farle pressioni - c'è già il compagno violento che fa pressioni per dirigere e controllare la sua vita - ma bisogna dimostrarle comunque la nostra vicinanza, con le parole e con i comportamenti. Credo che la chiave sia il rispetto, proprio quello che il partner non ha nei suoi confronti. Dimostrando rispetto per i suoi sentimenti, e dandole il giusto supporto, riuscirà a reagire alla paura e a spezzare il filo della sottomissione.
Lundy Bancroft ha un'esperienza ventennale nella gestione dei casi di violenza domestica. Consulente giudiziario e co-direttore di Emerge, la prima organizzazione negli Stati Uniti a offrire programmi di riabilitazione per uomini violenti, è un autore affermato di libri sul maltrattamento e l'abuso all'interno della famiglia.
di Redazione Cadoinpiedi.it
mercoledì 4 settembre 2013
Giornata di digiuno, l’appello del Presidente Guasticchi
Il Presidente della Provincia di Perugia, Marco Vinicio Guasticchi, nella sua veste di Presidente del coordinamento nazionale degli Enti locali per la Pace ha scritto ai presidenti delle Regioni, ai sindaci e agli assessori alla pace, diritti umani e cooperazione internazionale, invitandoli ad aderire alla giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Medio Oriente proclamata da Papa Francesco per il 7 settembre prossimo. Con Guasticchi anche l'assessore provinciale Domenico De Marinis, delegato alle politiche di coordinameo degli Enti locali per la pace e di tutela e salvaguardia dei diritti umani. "L'invito del Santo Padre - spiega Guasticchi - è rivolto tutti i credenti, ma anche a tutti gli uomini e le donne di buona volontà e alle istituzioni. Un appello che non può rimanere inascoltato. Del resto nessuna comunità locale, neanche la più mite e laboriosa, può dimenticare di avere vissuto momenti e periodi di acuta crisi e di scontri bellici - aggiunge Guasticchi -. Pagine drammatiche scritte nella memoria storica, consegnate agli archivi, incise nelle pietre delle città oggi solo un po' annerite dai violenti incendi di secoli fa: girando per i nostri borghi, l'antica vicenda della guerra ci si ripropone come una lezione non pedante, ma come monito vivo, avvertimento, esortazione a cercare di non ripetere le tragedie dei nostri antenati. Così, il nostro impegno di oggi per preservare il mondo dalla possibilità, sempre riemergente come vediamo in questi giorni, di conflitti di incerta estensione territoriale lo dobbiamo coltivare senz'altro verso i nostri figli, ma, nello spirito che lega le nostre pacifiche comunità locali, lo dobbiamo in qualche modo dedicare a quanti ci hanno precedeuto e non sempre hanno potuto farlo in condizioni di pace. Questa traccia, questo collegamento fra le generazioni - conclude Guasticchi - non potrà che permetterci un'adesione ancora più convinta alla manifestazione del senso di responsabilità individuale per la pace alla quale siamo chiamati dal forte richiamo pronunciato, con tono fermo e con cuore purissimo, la scorsa domenica da Papa Francesco".
"La Provincia di Perugia, che grazie al linguaggio della pace ha dialogato e dialoga con le istanze politiche dell'intero pianeta in nome di quell'apertura di orizzonte che, sul suo territorio, è resa possibile dalla santità di Francesco d'Assisi e dalla modernità di Aldo Capitini - evidenzia De Marinis - si rende interprete della profonda venatura religiosa e civile che contraddistingue le parole del Pontefice ed è certa che, con la forza del gesto semplice e umile che andiamo apprendendo da Papa Francesco, tutti i figli di questa terra umbra sapranno ricollegare e riportare a unità il loro senso di pace, le azioni da intraprendere, le parole da spendere, la solidarietà da esprimere, rendendosi partecipi, nelle forme che il momento presente richiede, di quell'argine mondiale contro la guerra che in questa regione ha radici solidissime, frutto di antichi dolori e di mai spente speranze".
Fonte: www.provincia.perugia.it
"La Provincia di Perugia, che grazie al linguaggio della pace ha dialogato e dialoga con le istanze politiche dell'intero pianeta in nome di quell'apertura di orizzonte che, sul suo territorio, è resa possibile dalla santità di Francesco d'Assisi e dalla modernità di Aldo Capitini - evidenzia De Marinis - si rende interprete della profonda venatura religiosa e civile che contraddistingue le parole del Pontefice ed è certa che, con la forza del gesto semplice e umile che andiamo apprendendo da Papa Francesco, tutti i figli di questa terra umbra sapranno ricollegare e riportare a unità il loro senso di pace, le azioni da intraprendere, le parole da spendere, la solidarietà da esprimere, rendendosi partecipi, nelle forme che il momento presente richiede, di quell'argine mondiale contro la guerra che in questa regione ha radici solidissime, frutto di antichi dolori e di mai spente speranze".
Fonte: www.provincia.perugia.it
martedì 3 settembre 2013
Le armi leggere anche italiane hanno alimentato il conflitto in Siria causando oltre 93mila morti
L’Osservatorio OPAL di Brescia denuncia l’ipocrisia della comunità internazionale che, dopo due anni di guerra civile in Siria con oltre 93mila morti e due milioni di sfollati, si accinge ora ad un intervento militare nel paese. Dovevano essere fermate prima anche le esportazioni di armi leggere che l’Italia – in particolar modo dalla Provincia di Brescia – e diversi stati europei hanno continuato ad inviare nei paesi confinanti con la Siria. Le armi leggere sono le vere “armi di distruzione di massa” che hanno alimentato il conflitto.
Fonte: OPAL - Rete Disarmo - 28 agosto 2013
L’attacco con armi chimiche da parte dell’esercito di Bashar al Assad sui quartieri orientali di Damasco di mercoledì 21 agosto avrebbe “sconvolto la coscienza del mondo” tanto da indurre adesso diverse nazioni ai preparativi per un intervento militare nella regione. “Se l’impiego – tuttora da dimostrare – di armi chimiche è un crimine contro l’umanità, non possiamo dimenticare che finora la comunità internazionale non ha saputo nemmeno imporre un embargo delle forniture di armi verso la Siria” – evidenzia il comunicato di OPAL, l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere con sede a Brescia. “Come ha ripetutamente detto l’ex segretario Generale dell’Onu Kofi Annan,le armi leggere sono le vere armi di distruzione di massa che alimentano i conflitti” – sottolinea la nota di OPAL.
Secondo un rapporto presentato a Ginevra lo scorso giugno dall’Alto Commissario per i diritti umani (qui in .pdf), i due anni di guerra civile in Siria hanno causato oltre 93mila morti – tra cui almeno 6.500 minori – e due milioni di sfollati di cui la metà sono bambini. Anche l’Unione Europea, che pure ha stabilito alcune misure di embargo di armi già dal maggio 2011, ha continuato a permettere l’invio di “materiali militari non letali” alla Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione e nel maggio scorso ha allentato le misure di embargo di armi verso la Siria.
«È positivo – commenta Piergiulio Biatta, presidente di OPAL – che il ministro degli Esteri, Emma Bonino, abbia dichiarato che l’Italia non prenderà parte a interventi militari al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu e che occorre invece adoperarsi per una soluzione politica del conflitto in Siria. Ma non si può non ricordare quanto è successo nel caso della Libia, dove l’intervento militare è andato ben oltre i termini della risoluzione dell’Onu che chiedeva di stabilire una no fly zone e imponeva l’embargo di armi.[1]
Se l’Unione Europea ha posto già dal maggio 2011 l’embargo sull’invio delle cosiddette “armi leggere” (fucili, mitragliatori, pistole ecc.) alla Siria, le forniture di queste armi ai paesi confinanti sono invece aumentate proprio nel 2011. Lo spiega Giorgio Beretta, analista di OPAL (Si vedano anche le Tabelle 1-6 a fine comunicato). «Tranne quelle verso la Giordania e il Libano, le esportazioni dei paesi dell’Unione Europea di fucili, carabine, pistole e mitragliatrici sia automatiche che semiautomatiche verso le nazioni confinanti con la Siria sono raddoppiate o addirittura triplicate tra il 2010 e il 2011. Lo documentano i rapporti ufficiali dell’Unione Europea: la Turchia è passata dai poco più di 2,1 milioni di euro di importazioni di armi leggere europee del 2010 agli oltre 7,3 milioni del 2011; Israele da 6,6 milioni di euro ad oltre 11 milioni di euro e addirittura l’Iraq da meno 3,9 milioni di euro del 2010 a quasi 15 milioni nel 2011. Il rapporto dell’Unione Europea relativo alle esportazioni del 2012 non è stato ancora pubblicato, ma diverse relazioni nazionali degli stati membri confermano l’incremento delle esportazioni di queste armi verso i paesi confinanti con la Siria», conclude Beretta.
Per quel che riguarda l'Italia, l’Osservatorio OPAL rileva una strana – e alquanto sospetta – anomalia nei dati che riguardano le forniture di armi leggere ai paesi confinanti con la Siria. Secondo i Rapporti ufficiali dell’Unione europea non vi sarebbe stata alcuna autorizzazione all’esportazione di armi leggere (categoria ML 1) verso questi paesi nel biennio 2010-2011. Ma un attento esame dei dati resi disponibili dall’ISTAT riguardo alle esportazioni di “armi e munizioni” (categoria CH 254) evidenzia le crescenti esportazioni di queste armi dalla provincia di Brescia proprio verso i paesi confinanti con la Siria.
Passando infatti in rassegna le tabelle dell’ISTAT (si veda Tabella 7) si nota che dalla Provincia di Brescia sono state esportate “armi e munizioni” (categoria CH 254) nel triennio dal 2010 al 2012 verso Cipro per un valore complessivo di oltre 3,2 milioni di euro, verso la Giordaniaper quasi 4 milioni di euro, verso Israele per oltre 6,8 milioni di euro, verso la Turchia per oltre 79,4 milioni di euro e addirittura verso il Libano (tuttora sottoposto a misure di embargo di armi) per oltre 2,3 milioni di euro.
«A meno che non si voglia credere che tutte queste armi siano di tipo sportivo, per la caccia o per la difesa personale – commenta Carlo Tombola, coordinatore scientifico di OPAL – dovrebbero in qualche modo figurare nelle relazioni dell’Unione Europea. La normativa comunitaria, infatti, richiede che tutte le esportazioni di armi automatiche e semiautomatiche e relativo munizionamento destinate non solo ai militari ma anche a corpi di polizia e forze di sicurezza vengano puntualmente comunicate dagli stati membri. È quanto mai grave che l’Italia – che è uno dei maggiori produttori mondiali di queste armi – continui a comunicare all’Unione Europea cifre che non trovano riscontro né nelle relazioni governative inviate al parlamento né nei dati sulle esportazioni di armi forniti dall’ISTAT».
L’Osservatorio OPAL nei prossimi giorni solleciterà un’interrogazione parlamentare al Ministro degli Esteri, che è il diretto responsabile sia delle autorizzazioni all’esportazione di armi sia delle comunicazioni con l’Unione Europea, chiedendo di spiegare queste anomalie.
Con la POSIZIONE COMUNE 2008/944/PESC del Consiglio dell’Unione Europea che definisce “Norme comuni per il controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari”, gli Stati membri si sono impegnati a “impedire l’esportazione di tecnologia e attrezzature militari che possano essere utilizzate per la repressione interna o l’aggressione internazionale o contribuire all’instabilità regionale” e in particolare a “rifiutare (di concedere) le licenze di esportazione qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna” (Art. 1. c. 2, a.).
«Le continue esportazioni di armi leggere verso i paesi confinanti con la Siria – conclude Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo di cui OPAL è membro – evidenziano che gli stati membri dell’UE sono ancora lontani dall’applicare le norme che di comune accordo hanno deciso di adottare per promuovere la pace e la sicurezza. Come hanno dimostrato i casi della forniture di armi alla Libia, all’Egitto e oggi alla Siria, la mancata osservanza delle normative comunitarie sull’export di armi finisce con l’alimentare tensioni e conflitti con il conseguente carico di vittime e di profughi».
Rete Italiana Disarmo
«È positivo – commenta Piergiulio Biatta, presidente di OPAL – che il ministro degli Esteri, Emma Bonino, abbia dichiarato che l’Italia non prenderà parte a interventi militari al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu e che occorre invece adoperarsi per una soluzione politica del conflitto in Siria. Ma non si può non ricordare quanto è successo nel caso della Libia, dove l’intervento militare è andato ben oltre i termini della risoluzione dell’Onu che chiedeva di stabilire una no fly zone e imponeva l’embargo di armi.[1]
Se l’Unione Europea ha posto già dal maggio 2011 l’embargo sull’invio delle cosiddette “armi leggere” (fucili, mitragliatori, pistole ecc.) alla Siria, le forniture di queste armi ai paesi confinanti sono invece aumentate proprio nel 2011. Lo spiega Giorgio Beretta, analista di OPAL (Si vedano anche le Tabelle 1-6 a fine comunicato). «Tranne quelle verso la Giordania e il Libano, le esportazioni dei paesi dell’Unione Europea di fucili, carabine, pistole e mitragliatrici sia automatiche che semiautomatiche verso le nazioni confinanti con la Siria sono raddoppiate o addirittura triplicate tra il 2010 e il 2011. Lo documentano i rapporti ufficiali dell’Unione Europea: la Turchia è passata dai poco più di 2,1 milioni di euro di importazioni di armi leggere europee del 2010 agli oltre 7,3 milioni del 2011; Israele da 6,6 milioni di euro ad oltre 11 milioni di euro e addirittura l’Iraq da meno 3,9 milioni di euro del 2010 a quasi 15 milioni nel 2011. Il rapporto dell’Unione Europea relativo alle esportazioni del 2012 non è stato ancora pubblicato, ma diverse relazioni nazionali degli stati membri confermano l’incremento delle esportazioni di queste armi verso i paesi confinanti con la Siria», conclude Beretta.
Per quel che riguarda l'Italia, l’Osservatorio OPAL rileva una strana – e alquanto sospetta – anomalia nei dati che riguardano le forniture di armi leggere ai paesi confinanti con la Siria. Secondo i Rapporti ufficiali dell’Unione europea non vi sarebbe stata alcuna autorizzazione all’esportazione di armi leggere (categoria ML 1) verso questi paesi nel biennio 2010-2011. Ma un attento esame dei dati resi disponibili dall’ISTAT riguardo alle esportazioni di “armi e munizioni” (categoria CH 254) evidenzia le crescenti esportazioni di queste armi dalla provincia di Brescia proprio verso i paesi confinanti con la Siria.
«A meno che non si voglia credere che tutte queste armi siano di tipo sportivo, per la caccia o per la difesa personale – commenta Carlo Tombola, coordinatore scientifico di OPAL – dovrebbero in qualche modo figurare nelle relazioni dell’Unione Europea. La normativa comunitaria, infatti, richiede che tutte le esportazioni di armi automatiche e semiautomatiche e relativo munizionamento destinate non solo ai militari ma anche a corpi di polizia e forze di sicurezza vengano puntualmente comunicate dagli stati membri. È quanto mai grave che l’Italia – che è uno dei maggiori produttori mondiali di queste armi – continui a comunicare all’Unione Europea cifre che non trovano riscontro né nelle relazioni governative inviate al parlamento né nei dati sulle esportazioni di armi forniti dall’ISTAT».
L’Osservatorio OPAL nei prossimi giorni solleciterà un’interrogazione parlamentare al Ministro degli Esteri, che è il diretto responsabile sia delle autorizzazioni all’esportazione di armi sia delle comunicazioni con l’Unione Europea, chiedendo di spiegare queste anomalie.
Con la POSIZIONE COMUNE 2008/944/PESC del Consiglio dell’Unione Europea che definisce “Norme comuni per il controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari”, gli Stati membri si sono impegnati a “impedire l’esportazione di tecnologia e attrezzature militari che possano essere utilizzate per la repressione interna o l’aggressione internazionale o contribuire all’instabilità regionale” e in particolare a “rifiutare (di concedere) le licenze di esportazione qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna” (Art. 1. c. 2, a.).
«Le continue esportazioni di armi leggere verso i paesi confinanti con la Siria – conclude Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo di cui OPAL è membro – evidenziano che gli stati membri dell’UE sono ancora lontani dall’applicare le norme che di comune accordo hanno deciso di adottare per promuovere la pace e la sicurezza. Come hanno dimostrato i casi della forniture di armi alla Libia, all’Egitto e oggi alla Siria, la mancata osservanza delle normative comunitarie sull’export di armi finisce con l’alimentare tensioni e conflitti con il conseguente carico di vittime e di profughi».
Rete Italiana Disarmo
Il 7 settembre ci dobbiamo essere tutti!
Giornata di digiuno e di preghiera per la pace
in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero
in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero
il 7 settembre ci dobbiamo essere tutti!
Quella del 7 settembre sarà una giornata importante. E spero che ci saremo tutti. Ciascuno a suo modo, con il suo credo e le sue convinzioni.
Quella del 7 settembre sarà una giornata importante. E spero che ci saremo tutti. Ciascuno a suo modo, con il suo credo e le sue convinzioni.
Sarà la prima grande manifestazione di pace contro la guerra in Siria e “i drammatici sviluppi che si prospettano.” L’ha indetta ieri con grande forza e coraggio Papa Francesco rompendo il silenzio e l’inazione generale che da lungo tempo circonda questa tragedia. Non c’è spazio per nessun distinguo. Chi vuole sinceramente la pace non può che partecipare.
Papa Francesco invita tutti a una giornata di preghiera e di digiuno. La preghiera per i credenti. Il digiuno per tutti. Il digiuno è, prima ancora che un atto di rinuncia materiale al cibo, un gesto di vicinanza a tutti quei bambini, quelle donne e quegli uomini che sono precipitati nell’inferno della guerra “in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero”. Vicinanza, condivisione, solidarietà contro lontananza, indifferenza, menefreghismo. Il digiuno è anche un atto politico contro una politica che minaccia di trascinarci in un nuovo conflitto mondiale, che non solo non ha ancora fatto nulla per spegnere l’incendio mediorientale ma ha addirittura contribuito ad alimentarlo. Il digiuno è un gesto di protesta contro l’ingiustizia dilagante e contro l’ipocrisia che l’accompagna e cerca di coprirne i responsabili. Ma il digiuno è anche un atto di “penitenza”, di “autocritica”, di riconoscimento delle proprie responsabilità. Chi digiuna riconosce di non aver fatto abbastanza, di essere in qualche misura “corresponsabile”. Forse non potevamo fare altro ma, di fronte a tragedie così grandi, non ci possiamo autoassolvere.
Il digiuno è anche un atto di proposta. E Papa Francesco ha accompagnato l’indizione di questa giornata con una chiara proposta che non possiamo non condividere. Una proposta che interpella la politica e tutti i suoi massimi responsabili. Eccone i punti essenziali:
1. “Mai più la guerra! Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza!”
2. Ferma condanna dell’uso delle armi chimiche.
3. Appello alle parti in conflitto perché ascoltino la voce della propria coscienza, non si chiudano nei propri interessi e intraprendano con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione.
4. Appello alla Comunità Internazionale perché faccia ogni sforzo per promuovere, senza ulteriore indugio, iniziative chiare per la pace in quella Nazione, basate sul dialogo e sul negoziato, per il bene dell’intera popolazione siriana.
5. Appello affinché non sia risparmiato alcuno sforzo per garantire assistenza umanitaria a chi è colpito da questo terribile conflitto, in particolare agli sfollati nel Paese e ai numerosi profughi nei Paesi vicini.
6. Appello affinché agli operatori umanitari, impegnati ad alleviare le sofferenze della popolazione, sia assicurata la possibilità di prestare il necessario aiuto.
Perché queste proposte non restino inascoltate sarà necessaria una vasta mobilitazione delle coscienze. E ciascuno di noi ha la responsabilità di fare la sua parte. Papa Francesco ci rivolge un appello chiaro e forte: “Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà! Il grido della pace si levi alto perché giunga al cuore di tutti e tutti depongano le armi e si lascino guidare dall’anelito di pace.” Il 7 settembre partecipiamo alla giornata di digiuno e di preghiera, sventoliamo le bandiere arcobaleno, appendiamole alle nostre finestre e facciamo in modo che nessuno possa dire “ma io che c’entro?”.
Flavio Lotti
Coordinatore della Tavola della pace
lunedì 2 settembre 2013
IL DEBITO PUBBLICO ? BASTA SEPPELLIRLO...
DI MARCELLO FOA
blog.ilgiornale.it
Perché non proclamiamo un Giubileo del debito? Sì, proprio come accadeva nell’Antichità, quando molti Sovrani ogni cinquant’anni proclamavano l’annullamento dei debiti. E rimettevano a zero le lancette dell’economia, basandosi sul buon senso. Il creditore in 50 anni non solo era rientrato dall’investimento ma aveva incassato ampi rendimenti; il debitore, invece, e dopo 50 anni non aveva cancellato il proprio pegno, aveva bisogno di nuovo ossigeno per andare avanti.
Perché oggi l’Unione europea non fa altrettanto?
Osserviamo la realtà: oggi il debito pubblico ha assunto dimensioni tale da essere di fatto impagabile e per quante manovre si facciano, anziché diminuire, aumenta. Monti ha massacrato l’Italia con manovre lacrime e sangue, applaudite dalla Ue e dai mercati, ma il debito pubblico anziché scendere è aumentato di 81,5 miliardi. In Grecia, stessa dinamica.
Questo significa che le nostre economie sono condannate alla stagnazione o alla recessione perpetua, senza possibilità di riscatto. A meno che i governi e la Bce non decidano il Giubileo, ovvero un taglio lineare, eccezionale, a fin di bene poniamo di un terzo del totale. Impossibile? Macché, perfettamente logico. In America la Federal Reserve ha di fatto condonato debiti del sistema bancario (ben più ingenti di quelli pubblici europei!), stampando moneta elettronica. Nel 2009 il “*Bank bailout” costò 29 trilioni di dollari e da allora il programma di Quantitative easing (Alleggerimento quantitativo) va avanti con iniezioni pari a 85 miliardi di dollari al mese!
blog.ilgiornale.it
Perché non proclamiamo un Giubileo del debito? Sì, proprio come accadeva nell’Antichità, quando molti Sovrani ogni cinquant’anni proclamavano l’annullamento dei debiti. E rimettevano a zero le lancette dell’economia, basandosi sul buon senso. Il creditore in 50 anni non solo era rientrato dall’investimento ma aveva incassato ampi rendimenti; il debitore, invece, e dopo 50 anni non aveva cancellato il proprio pegno, aveva bisogno di nuovo ossigeno per andare avanti.
Perché oggi l’Unione europea non fa altrettanto?
Osserviamo la realtà: oggi il debito pubblico ha assunto dimensioni tale da essere di fatto impagabile e per quante manovre si facciano, anziché diminuire, aumenta. Monti ha massacrato l’Italia con manovre lacrime e sangue, applaudite dalla Ue e dai mercati, ma il debito pubblico anziché scendere è aumentato di 81,5 miliardi. In Grecia, stessa dinamica.
Questo significa che le nostre economie sono condannate alla stagnazione o alla recessione perpetua, senza possibilità di riscatto. A meno che i governi e la Bce non decidano il Giubileo, ovvero un taglio lineare, eccezionale, a fin di bene poniamo di un terzo del totale. Impossibile? Macché, perfettamente logico. In America la Federal Reserve ha di fatto condonato debiti del sistema bancario (ben più ingenti di quelli pubblici europei!), stampando moneta elettronica. Nel 2009 il “*Bank bailout” costò 29 trilioni di dollari e da allora il programma di Quantitative easing (Alleggerimento quantitativo) va avanti con iniezioni pari a 85 miliardi di dollari al mese!
La Bce potrebbe fare lo stesso emettendo euro elettronici per comprare titoli di Stato in scadenza e ritirarli dal mercato, anziché rivenderli all’asta come fa correntemente. Rischi? Praticamente inesistenti. Gli euro virtuali non generebbero inflazione in quanto neppure immessi nell’economia reale ma gli Stati verrebbero sgravati di un terzo del loro debito, dunque potrebbero tagliare le tasse, riprendere gli investimenti… Insomma, potrebbero far ripartire l’economia.
Utopia? Illusione? Forse. E se invece fosse tutto maledettamente semplice?
Quello che avete appena letto è l’articolo che ho scritto per Style, il magazine del Giornale, nel mese di luglio. Pochi giorni fa, navigando in Rete, ho scoperto un articolo molto interessante scritto da un banchiere francese Pierre Pâris e da uno stimato economista, Charles Wyplosz, che insegna a Ginevra dove dirige l’ International Centre for Money and Banking Studies. Il titolo è significativo: Per porre fine alla crisi nella zona euro occorre seppellire per sempre il debito. Lo potete leggere qui in inglese (purtroppo non ho trovato la traduzione in italiano).
La tesi è molto simile alla mia, ma presentata, ovviamente, con maggior competenza e precisione analitica. Il tema ha suscitato un certo fermento online, ma in Italia è stato ignorato praticamente da tutti i media, con qualche lodevoleeccezione. Pâris e Wyplosz propongono, in estrema sintesi, che la Bce compri un quarto dei debiti pubblici dei paesi europei periferici (Francia inclusa) pari a 1.200 miliardi di euro, circa un quarto del loro Pil. Via via che i titoli di Stato di questi paesi vengono a scadenza, la restituzione viene finanziata dalla Bce che in cambio ottiene titoli perpetui con un tasso di interesse zero. Operazione quindi a costo zero per i contribuenti europei. Liberando l’economia e le banche da una parte importante di titoli di Stato, si genera una forte liquidità che può essere usata per rimettere in moto l’economia e generale un circolo virtuoso: più crescita, più occupazione, più entrate fiscali, ulteriore riduzione del debito, pubblico.
Rilancio la domanda: E se fosse tutto maledettamente semplice? Non val la pena di rompere il silenzio? Fate circolare...
Marcello Foa
Fonte: http://blog.ilgiornale.it
Link: http://blog.ilgiornale.it/foa/2013/08/30/il-debito-pubblico-basta-seppellirlo/
30.08.2013
Marcello Foa
Fonte: http://blog.ilgiornale.it
Link: http://blog.ilgiornale.it/foa/2013/08/30/il-debito-pubblico-basta-seppellirlo/
30.08.2013
La tassa laser
Dunque, la TASER. Ci sarebbe da ricoprire il governo di pernacchie e ironia se la situazione degli enti locali non fosse al limite dell’intollerabile. Perché mentre questi signori giocano a soddisfare i capricci elettorali di un pregiudicato, dalle provincie dell’impero si alza lo sdegno, e lo sconforto, di migliaia tra sindaci e consiglieri comunali, assessori e funzionari d’ufficio. Ormai i comuni brancolano nel buio. Non si riesce a spendere, assumere, investire, progettare. Non si sa quante risorse ci sono a disposizione, ogni giorno è buono per leggere di una circolare o di un provvedimento di chicchessia che aggiunge burocrazia e balzelli a una diga già colma. Tutto questo, per i cittadini, si traduce in servizi scadenti e buche per le strade. Scuolabus scassati e assistenti sociali stressate. Meno opportunità e poche risposte, alle sempre più pressanti domande di comunità in crisi d’identità, prima ancora che economica. Ci mancava solo questa tassa laser, ora…
Marco Boschini
Marco Boschini
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