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Ecco come la creatività può trasformare tutto in arte, persino i rifiuti. InFranciacorta, a Castello Quistini si possono ammirare decine di oggetti unici tra giardini di rose e ortensie. Sappiamo bene che in questi anni fare la raccolta differenziata e riciclare carta e plastica è diventato un dovere per tutti i cittadini.Ridurre gli sprechi e riuscire a differenziare i nostri rifiuti per la difesa del nostro ambiente ci richiede a volte un po’ di impegno e qualche piccola difficoltà ad abituarci ma mai come oggi l’ecosistema ha bisogno della nostra attenzione e della nostra cura.
Negli ultimi anni ha preso piede la tendenza a trasformare in curiose opere d’arte i più comuni materiali di scarto; saldandoli e fondendoli tra loro nascono forme e figure nuove e dal silenzio delle discariche prendono vita sempre più spesso vere e proprie opere d’arte. E’ proprio quello che succede a Castello Quistini grazie alle abili mani di Marco Mazza, proprietario del palazzo e progettista dello splendido giardino botanico in cui, nascosti tra i cespugli spuntanoanimali realizzati con lamiere arrugginite o vecchie batterie d’auto, piastre e barattoli di ferro.
Il riciclaggio creativo - spiega Marco Mazza, aiuta anche a prestare maggiore attenzione ai nostri rifiuti. E’ strabiliante quando l’abitudine a realizzare divertenti opere come queste aiuti poi a osservare i nostri scarti con occhi diversi: oggetti non più utilizzati scoprono nuove dimensioni.” Dai nostri scarti nascono così animali come l’aragosta, lumache giganti, tartarughe e anatre, ma anche figure scolpite nel legno che nel bellissimo giardino botanico di Castello Quistini accompagnano il visitatore in un percorso tra giardini, storia e arte. Il palazzo, i suoi giardini e le curiose opere d’arte sono visitabili tutte le domeniche e festivi dalle 10,00 alle 12,00 e dalle 15,00 alle 18,00.
Quanta fretta per la riforma delle Forze Armate. Potrebbe arrivare al voto della Camera il 4 (oggi) o il 5 dicembre il disegno di legge che ridisegna l’intero nostro apparato della Difesa.Attraverso un iter, però, con tempi da record e un testo che delega, di fatto, ogni decisione al ministro della Difesa, l’ammiraglioGiampaolo di Paola. Ossia, la Difesa decide come riformare se stessa. Le associazioni per la pace e il disarmo sono insorte, e la società civile lancia un appello al Parlamento perché non passi una norma che apre la strada all’acquisto di nuovi e costosi armamenti, che verrebbero decisi senza un vero controllo del Parlamento. «I deputati della Commissione Difesa hanno battuto ogni record»,dice Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace. «In soli 75 minuti hanno approvato il disegno di legge. Hanno preso il testo uscito dal Senato e in quattro e quattr’otto lo hanno passato all’Aula di Montecitorio che lo ha già iscritto all’ordine del giorno per il 4 o 5 dicembre. Tempo totale dedicato? Otto ore e 40 minuti. In pratica una sola giornata di lavoro per fare quella riforma delle Forze Armate che non hanno fatto negli ultimi 20 anni».
«Come mai tanta fretta?», si chiede ironicamente Lotti. «Avete mai visto i parlamentari precipitarsi in questo modo dinanzi al dramma della povertà, della disoccupazione, dell’esclusione sociale, della corruzione o delle mafie? No. Queste cose si fanno solo per gli F35 e per la potente lobby del complesso militare-industriale».
Già, come mai tanta fretta? Come mai il Parlamento rinuncia alle proprie prerogative in una materia tanto delicata delegando la realizzazione delle norme attuative al ministro?
«Perché manca pochissimo alla fine della legislatura e l’ammiraglio Di Paola pretende di scrivere lo stesso anche i decreti attuativi. Si teme il risultato delle prossime elezioni e il Parlamento si fa da parte», insiste il coordinatore della Tavola della Pace. «I militari pretendono di decidere da soli come riorganizzare le forze armate. Non so voi, ma io lo considero uno scandalo insopportabile. A nulla sono valsi gli inviti a precisare e migliorare il testo della delega. A nulla sono valsi i nostri appelli al buon senso e le nostre osservazioni puntuali».
In commissione Difesa l’unica opposizione è venuta dall’Italia dei Valori. Cosa succederà in aula? Tutti i partiti, destra e sinistra, saranno d’accordo? La Rete Italiana Disarmo punta il dito su alcuni aspetti inquietanti del disegno di legge: «Quella che serve a comprare nuovi, sofisticati, inutili e soprattutto costosi armamenti», dice il coordinatore Francesco Vignarca. Se sarà votata, questa legge salverà «da qualsiasi possibile blocco le decine di acquisizioni di sistemi d’arma già in corso (una su tutte i costosissimi e problematici F35), per la gioia dell’industria bellica che così si vede confermati fondi presenti e futuri».
Contestatissima la delega al ministro per le norme attuative:«Non permette un controllo completo da parte parlamentare», aggiunge Vignarca, «perché la decisione finale su molti aspetti, che possono sembrare di dettaglio ma non lo sono, alla fine spetterà al Governo. Anzi, il ministro-ammiraglio Di Paola riuscirà nel suo intento (dimostrato fin dal suo insediamento) di ridisegnare le Forze Armate secondo la sua prospettiva. E ottenendo un risultato impossibile ad altri: in tempi di spending-review un militare riformerà il comparto militare, come non è dato fare per gli insegnanti e gli studenti sulla scuola, o per i pensionati sulle pensioni, o per medici e pazienti sulla sanità».
«Tale solerzia non si è vista nemmeno in altre questioni riguardanti gli armamenti», spiega Giorgio Beretta, analista di Rete Disarmo e Opal, «tanto è vero che, nonostante nostre numerose sollecitazioni, da anni le Camere non discutono i dati sull’export militare italiano. Eppure le nostre armi finiscono nei luoghi più caldi della terra alimentando conflitti cruenti e sanguinosi. Non sarebbe il caso di capire se tali vendite siano davvero allineate alle nostre intenzioni e alla nostra politica estera, oltre che al diritto internazionale e ai diritti umani di molte popolazioni del globo?».
Secondo il Rapporto 2013 della campagna Sbilanciamoci in tre anni, il ministero della Difesa aumenterà del 5,3% le proprie risorse, pari a più di un miliardo di euro. «L’aumento», scrive Sbilanciamoci, «è superiore ai tagli previsti dalla Spending Review per il ministero: 236,1 milioni nel 2013, 176,4 milioni nel 2014 e 269,5 milioni di euro nel 2015».
«Come a dire», sottolinea Beretta, «i sacrifici facciamoli fare alle famiglie, alla scuola, agli enti locali. Proprio in questi giorni le amministrazioni cittadine si sono lamentate della situazione disastrosa, chiedendo tagli all’acquisto di armi e di F35 per dare nuova linfa alle casse dei Comuni sempre più povere».
Come se non bastasse, il disegno di legge prevede che l’intervento dei militari in caso di calamità naturali dovrà essere retribuito. Massimo Paolicelli, presidente dell’Associazione Obiettori Nonviolenti nota che «gli stessi enti locali dovranno pagare per eventuali interventi che le Forze Armate andranno a fare in casi di emergenza o come supporto di protezione civile. In pratica comuni, province e regioni dovranno pregare che non succeda nulla di grave o problematico al proprio territorio, per non dover rischiare di chiedere un aiuto a pagamento a un altro organo dello Stato».
A tutto questo la società civile non ci sta. «Occorre denunciare quello che sta succedendo e accrescere la pressione su tutti i deputati che si dovranno pronunciare, uno dopo l’altro», dice Flavio Lotti. Le associazioni invitano tutti a mandare mail ai deputati e al sito della Camera sottoscrivendo l’appello predisposto sul sito della Tavola della Pace: www.perlapace.it.
Non c'è un attimo di tregua nel documentario probatorio di Emad Burnat e Guy Davidi, “5 telecamere distrutte”, che ripercorre lo scontro nel villaggio palestinese della Cisgiordania Bil'in.
I soldati arrivano nel cuore della notte. Tirano calci, rompono, distruggono. Fanno irruzione in una casa svegliando bruscamente gli abitanti, inclusi bambini e neonati. Un ufficiale tira fuori un documento dettagliato e proclama: “Questa casa viene dichiarata 'zona militare chiusa'”. Legge l'ordine – in ebraico e a voce alta – alla famiglia in pigiama, ancora intontita dal sonno.
Questo giovane uomo ha completato con successo il suo addestramento da ufficiale. Forse crede persino, nel profondo, che qualcuno debba pur fare questo sporco lavoro. E legge ad alta voce il comando unicamente per giustificare il fatto che al capofamiglia, Emad Burnat, sia stato vietato di filmare l'evento con la sua videocamera.
Non ci sono momenti di respiro né di tregua nel documentario probatorio di Emad Burnat e Guy Davidi, “5 telecamere distrutte”, che è stato proiettato, tra gli altri posti, alla Cineteca di Tel Aviv lo scorso week end, dopo aver collezionato una serie di di premi internazionali ed essere stato trasmesso su Canale 8.
Questo documentario dovrebbe far vergognare ogni Israeliano che abbia un po' di dignità di essere tale. Dovrebbe essere mostrato durante le lezioni di educazione civica e di storia. Gli Israeliani dovrebbero essere messi a conoscenza dì ciò che viene fatto in nome del loro popolo ogni giorno ed ogni notte in questo apparente periodo di non belligeranza. Persino in un villaggio cisgiordano come Bil'in, che ha fatto della nonviolenza la sua bandiera.
I soldati – gli amici dei nostri figli, i figli dei nostri amici – fanno irruzione nelle case per portare via bambini piccoli, sospettati di avere lanciato dei sassi. Non c'è altro modo di descrivere ciò che accade. Arrestano anche dozzine di organizzatori della manifestazione di protesta che si svolge ogni settimana a Bil'in. E questo accade ogni notte.
Sono stato spesso in questo villaggio, ai suoi cortei e ai suoi funerali. Una volta o due mi sono unito alle manifestazioni del venerdì contro il muro di separazione che è stato costruito nel suo territorio in modo da permettere a Modi'in Ilit e a Kiryat Sefer di sorgere sui suoi oliveti. Ho respirato il gas lacrimogeno ed il fetido gas “moffetta”. Ho visto i proiettili di gomma che feriscono e a volte uccidono, e la violenza dei soldati e della polizia nei confronti dei cittadini che manifestano.
Ma ciò che ho visto in questo film mi ha scioccato molto di più di quanto mi sia accaduto nel corso di queste rapide visite. I condomini di Modi'in Ilit stanno fagocitando il villaggio, proprio come sta facendo il muro issato qui, sulla loro terra. Gli abitanti hanno deciso di lottare per le loro proprietà e per la loro esistenza. Con un misto tra ingenuità, determinazione e coraggio – e, di tanto in tanto, un eccesso di teatralità - i residenti si ingegnano con ogni stratagemma, con l'aiuto di un manipolo di Israeliani e di volontari internazionali.
E questa lotta ha portato ad una vittoria parziale: sulla sua scia, infatti, la Corte Suprema di Giustizia ha ordinato lo smantellamento del muro e la sua ricollocazione in un altro posto. Persino la Corte Suprema, che in genere accetta in automatico le posizioni dell'ordine costituito, si è resa conto che lì si stava commettendo un crimine. Insieme a Bil'in e, in larga misura, seguendo il suo esempio, altri villaggi hanno dato inizio ad una rivolta popolare - che ancora oggi ha luogo ogni venerdì – contro il muro, a mezz'ora di auto dalle nostre case.
Questo documentario dimostra che, per la gente del luogo, la realtà dell'occupazione è che la lotta nonviolenta non esiste. Per informazione di coloro che predicano la nonviolenza (da parte dei Palestinesi): quando ci sono di mezzo i soldati delle Forze di Difesa Israeliane e la Polizia di Frontiera è sicuro che ci sarà violenza. Basterà che venga lanciata una pietra, che vi sia uno scontro verbale e, nonostante gli appelli degli organizzatori delle manifestazioni, l'arsenale con le armi più potenti del mondo si spalancherà – per tirare lo spinotto, liberare il gas, il proiettile di gomma, il gas moffetta e a volte il fuoco vivo, e soprattutto per troncare il sogno di una lotta nonviolenta.
Chiunque guarda questo film si rende conto che è davvero difficile guardare il muro, il piano di insediamento e i soldati – e tutti che gridano “violenza” - e restare pacifici. Quasi impossibile.
Le telecamere di Burnat sono state distrutte cinque volte. Tre volte dai soldati, una volta in un incidente stradale sul lato opposto del muro divisorio, e una volta dai coloni violenti e ultra-ortodossi – la gioventù della cima della collina– che hanno fatto irruzione nelle case nonostante la corte l'avesse proibito. “Non hai il permesso di stare qui”, dice un colono ultra-ortodosso ad un abitante del luogo mente prende possesso della terra che gli ha sottratto.
La verità è che le telecamere di Burnat sono state danneggiate molte più volte; il film descrive solo gli episodi in cui l'attrezzatura veniva resa del tutto inutilizzabile. Le parti danneggiate delle telecamere vengono usate come prova.
Ma qui si è rotto qualcosa di molto più profondo. Le telecamere distrutte hanno squarciato una realtà. Hanno documentato fatti che la maggior parte degli Israeliani non conosceva. Hanno fornito una descrizione realistica di qualcosa che la maggior parte di loro preferisce ignorare. Così facendo hanno anche dimostrato che, in un luogo dove quasi non ci sono più giornalisti, esistono però degli importanti registi di documentari come Burnat e Davidi.
Da quando la maggior parte dei mezzi di comunicazione locali ha deciso di non riportare più alcuna notizia riguardo all'occupazione, film come “5 telecamere distrutte”, “La legge da queste parti” di Ra'anan Alexandrowicz e “Un giorno dopo la pace” di Mir Laufer e Erez Laufer – tutti frutto degli ultimi mesi – stanno adempiendo a quello che dovrebbe essere il ruolo dei media in maniera eccellente.
Chiunque un giorno volesse farsi un'idea di cosa è accaduto qui in questi maledetti decenni farebbe fatica a trovare qualcosa negli archivi dei giornali e delle televisioni. Troverebbe invece del materiale nell'archivio dei film documentario, che sta salvando l'onore di Israele.
“5 telecamere distrutte” è già stato trasmesso in molti paesi, nell'ambito di festival e di messaggi pubblicitari. Davidi e Burnat hanno documentato la routine dell'occupazione. Il ritratto che emerge delle Forze di Difesa Israeliane e della Polizia di Frontiera è pessimo. Anche usando un eufemismo non si può che descriverle come reparti d'assalto.
La voce di Burnat, che accompagna il film, è una delle più sobrie che abbiate mai sentito a proposito dell'occupazione, senza ombra di odio e senza demagogia. Ed è così anche nella realtà. Andate a vedere questo film e fatevi una vostra idea.
Ci sono stati altri film su Bil'in ma questo, essendo una produzione su scala relativamente piccola, ha un taglio molto personale. La moglie di Burnat, che vorrebbe tenerlo lontano dalle telecamere e dal pericolo, ed il suo giovane figlio, che in questa realtà è cresciuto, compaiono insieme ai leader della lotta. Nel film si vede la morte di una sola persona: Bassem Abu-Rahma, un giovane uomo pieno di fascino, benvoluto dai bambini che lo chiamavano “L'elefante”. L'inutile vittima di un presunto attentato da parte di un soldato nell'aprile del 2009.
Comunque la cosa più terribile di questo film è il racconto di come la vita qui, normalmente, non sia caratterizzata dalla morte. Quelli che rompono le telecamere infrangono le regole del diritto e della democrazia. A quanto pare il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, che si vanta agli occhi del mondo di quanto Israele sia illuminato, non ha visto il documentario. Se così fosse non parlerebbe di lumi.
Chiunque nasconda un lato così oscuro non può poi farsi vanto della facciata luminosa che mette in mostra, con tutto quell'high tech e quella democrazia. Chiunque sia a conoscenza di ciò che sta accadendo a Bil'in e negli altri villaggi si rende conto che uno stato che si comporta in questo modo non può essere considerato democratico o illuminato. Qualcuno deve far vedere questo film a Netanyahu, solo così lui potrà capire...
Questa settimana sono andato a Bil'in con uno dei due registi, Guy Davidi (Burnat era via per un altro viaggio oltreoceano). Un tempo Davidi stava nel villaggio per diversi mesi, ma prima del nostro viaggio non vi aveva messo piede da più di un anno.
Apparentemente nulla è cambiato. Un villaggio palestinese che sonnecchia nel pomeriggio. Ma una cosa è diversa: una vasta collina su cui ci sono degli oliveti è stata liberata. Dove una volta c'era il muro di sicurezza, ora c'è solo un sentiero fangoso. La barriera è stata rimossa e la collina restituita ai suoi proprietari. Gli ulivi stanno morendo perché per anni nessuno si è preso cura di loro, ed il suolo è deturpato dai lavori di sterramento che ci sono stati. Ma in fondo un po' di territorio è stato liberato.
Il recinto di sicurezza è stato rimpiazzato da un alto muro di cemento, che però è stato spostato diverse centinaia di metri verso ovest. Alle sue spalle le gru proseguono nella costruzione di Kyriat Sefer (aka Dvir). Nel territorio liberato si sta già costruendo un piccolo parco giochi per i bambini del villaggio. Solo alcuni resti di pneumatici andati a fuoco e dozzine di cartucce di candelotti di gas lanciati dalle Forze di Difesa Israeliane, rimasti a terra dopo le manifestazioni che continuano a svolgersi ogni settimana, rimangono a testimoniare che la battaglia non è finita. La vittoria non è completa. Ma se ci fosse una giustizia lo sarebbe.
Gideon Levy Fonte: www.haaretz.com Link: http://www.haaretz.com/weekend/twilight-zone/the-documentary-that-should-make-every-decent-israeli-ashamed-1.468409 5.10.2012
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DONAC78
Succede nella Tuscia, la zona dell’Alto Lazio che vede capoluogo Viterbo e che conta oltre 400mila persone
Dal 1 gennaio 128mila abitazioni resteranno senza acqua potabile. La colpa è di un semimetallo chiamatoarsenico, che "arricchisce" le acque di Viterbo città e di altri 27 comuni della zona: da sempre presente in grandi quantità
L'arsenico è dannosissimo per la salute, uccide danneggiando in modo gravissimo il sistema digestivo ed il sistema nervoso, portando l'intossicato alla morte per shock; l'acqua contenente arsenico è cancerogena, essendo questo implicato nella patogenesi di carcinomi alla vescica ed alla mammella.
Negli ultimi 11 anni non si è fatto altro che innalzare i limiti di arsenico nelle acque, in deroga alla normativa. Dal 1 gennaio 2013 ogni deroga sarà scaduta e il problema esploderà:
Il sindaco di Viterbo Giulio Marini ha dichiarato:
"Va detto che questa situazione, comunque, non riguarda solo la Tuscia, è un problema almeno regionale, in parte anche nazionale. L'ultima giunta alla Pisana ha fatto il possibile, mettendo in atto due interventi molto importanti: a Viterbo ha stanziato prima 1,5 milioni di euro per portare i valori dell'arsenico sotto i 20 microgrammi/litro e successivamente ben 7,5 milioni di euro per scendere sotto i 10 microgrammi/litro. Ora io mi chiedo, dove era la precedente giunta dal 2006 in poi? Il problema è presente da anni, cosa hanno fatto loro per sistemare questa situazione? Perché ci si lamenta solo adesso?"
Il problema è effettivamente macroscopico e risolverlo entro un mese, dopo gli ultimi 11 anni, senza una giunta regionale e ad elezioni imminenti, è quantomeno impensabile.
Il 27 novembre scorso sedici consiglieri comunali sui venti assegnati al Comune di Bareggio hanno rassegnato le dimissioni. Giuseppa Massa, vice Prefetto Aggiunto, assicurerà la continuità amministrativa Bareggio, 30 novembre 2012 - Il 27 novembre scorso sedici consiglieri comunali sui venti assegnati al Comune diBareggio hanno rassegnato le dimissioni, presentandole al protocollo dell’Ente. Tali dimissioni sono irrevocabili, non necessitano di presa d’atto e sono immediatamente efficaci. Il Prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi, ha proposto al Ministero dell’Interno che il Consiglio Comunale di Bareggio venga sciolto con Decreto del Presidente della Repubblica e nel frattempo, per assicurare la continuità amministrativa, con proprio decreto ha sospeso il predetto Consiglio e nominato il Vice Prefetto Aggiunto, Giuseppa Massa, Commissario per la provvisoria gestione dell’Ente. Il Giorno
Bareggio Dopo le dimissioni presentate dai consiglieri comunali Monica Gibillini esprime il suo pensiero in merito a quanto accaduto:
Le dimissioni rassegnate dai consiglieri di PDL, PD, Lega e Io Amo Bareggio, della Lega Nord e del Partito Democratico portano al commissariamento del Comune a pochi mesi dalla scadenza del mandato impedendo di realizzare interventi concreti per la nostra comunità: Casa dell’Acqua, investimenti sulla fognatura (via Vigevano e via Trieste), sviluppo del progetto sull’ area ex Cartiera e scelte urbanistiche che riguardano tutto il territorio. La decadenza dalla carica di Sindaco per effetto delle dimissioni dei consiglieri opererà con la nomina del Commissario da parte della Prefettura.
Quali ragioni e motivazioni giustificano, soprattutto da parte della maggioranza, la rinuncia a queste opere? Nelle lettere di dimissioni dei consiglieri non sono indicati i motivi, ma è chiaro che alla fine hanno prevalso soltanto logiche e convenienze politiche concentrate esclusivamente sulla prossima scadenza elettorale e questo la dice lunga sulla considerazione che i partiti e le forze politiche bareggesi dimostrano nei confronti del bene comune. Le dimissioni dei 5 assessori avvenute nella mattina del 27 novembre u.s. e precedenti quelle dei consiglieri, alcune delle quali adducendo i soliti motivi di carattere personale che nulla centrano con le decisioni concrete per Bareggio, hanno impedito alla Giunta Comunale convocata per il 27 novembre stesso di deliberare l’avvio della revisione del Piano di Governo del Territorio (ex Piano Regolatore) nonché di esaminare l’aggiornamento sull’area ex Cartiera. In particolare su quest’ultimo punto nel mese di luglio forte è stata la divergenza tra me e gli assessori, la delibera con la relazione che riassume le posizioni di ciascun componente la Giunta è pubblicata nella sezione atti amministrativi sul sito del Comune al seguente link http://www.comune.bareggio.mi. it/upload/bareggio/albopretorio_allegati/20120092g_12904_2928.pdf
Già nel 2010 le principali divergenze all’interno della maggioranza erano emerse a proposito di temi urbanistici, quali il Piano Attuativo di via S. Ambrogio, e ancora tra fine 2010 e inizio 2011 sull’area ex Cartiera, dove una decisione non è mai stata presa. Per parte mia nella seduta di Giunta del 31 luglio scorso ho espresso tutta la mia difficoltà a rinviare nuovamente la decisione dopo che il Consiglio nel 2010 rinviò la deliberazione sull’area. Le dimissioni degli assessori hanno impedito alla Giunta di esaminare il Piano Economico predisposto dal tecnico incaricato dal Comune che dimostra la sostenibilità economica della proposta che gli Assessori non hanno voluto votare a luglio in Giunta. Su quest’area è oggettiva una difficoltà nel far convergere parte privata e parte pubblica, è importante che i cittadini siano continuamente informati su cosa si fa considerata la prevalente proprietà del Comune, cioè dei cittadini, e il notevole valore economico in gioco (milioni di euro).
La mia posizione è sempre stata chiara e trasparente: attuare le previsioni urbanistiche in essere, consentendo così al Comune di realizzare, senza ricorrere a risorse pubbliche salvo quelle derivanti dallo sviluppo dell’area stessa, un significativo miglioramento degli spazi pubblici ed una struttura per servizi pubblici. Su quest’ultima occorre solo verificare la reale sostenibilità economica dei costi di funzionamento per il Comune, rispetto alle attività da insediare proposte anche da associazioni e cittadini (biblioteca, auditorium, attività sportive, case alloggio per disabili) per valutare l’eventuale revisione delle dimensioni della struttura. Non ho mai capito invece quale fosse la posizione del resto della maggioranza. Un altro pessimo segnale di scarsa considerazione verso i cittadini: quando si tratta di assumere scelte importanti per la collettività certa politica preferisce non decidere. A seguito delle dimissioni dei consiglieri comunali diversi cittadini mi hanno contattata esprimendomi la propria solidarietà, sottolineando di avermi votato al di là delle appartenenze politiche perché hanno sempre creduto nella mia onestà e nella mia determinazione per un vero cambiamento nell’amministrare il nostro paese.
Il mio impegno è stato compreso ed apprezzato da parte dei cittadini, meno dalle forze politiche che, se credono davvero in un vero cambiamento nel modo di fare politica, farebbero meglio a non ricandidare chi ha già svolto molti mandati e chi non ha avuto il coraggio di mantenere gli impegni presi con gli elettori!
Bareggio Grave infortunio sul lavoro per un operaio ieri pomeriggio a Bareggio. L’uomo, C.P., italiano 58enne di Legnano, poco prima delle 16 era impegnato in alcuni lavori presso un’azienda agricola di via Vigevano, dove si stanno eseguendo opere di ristrutturazione. Tempo fa la ditta era stata interessata da un incendio. Il legnanese si trovava su un ponteggio intento ad svolgere alcune mansioni quando, per cause da chiarire, ha perso l’equilibrio cadendo da un’altezza di circa quattro metri. Soccorso dai colleghi che hanno allertato il 118 sul posto è giunta un’ambulanza del Cvps di Arluno e l’elisoccorso.
Inizialmente l’operaio aveva perso conoscenza per poi riprendersi. Ha riportato ferite molto gravi su diverse parti del corpo. E’ stato stabilizzato ed elitrasportato al Niguarda di Milano dove verrà sottoposto a tutti i controlli del caso ed, eventualmente, ad un intervento chirurgico. Nessuno avrebbe visto l’operaio cadere. La Polizia locale di Bareggio ha eseguito gli accertamenti di rito, rimanendo per oltre due ore nel cantiere di via Vigevano, per appurare la dinamica dell’infortunio.