giovedì 3 maggio 2012

Si allontana di un po' l'obiettivo del Protocollo di Kyoto per l'Italia


Nel 2010 le emissioni di gas serra in Italia sono aumentate del 2% rispetto al 2009, portandosi a un valore del 3,5% inferiore a quelle del 1990. Tra il 1990 e il 2010, le emissioni di tutti i gas-serra considerati dal Protocollo di Kyoto sono passate da 519 a 501 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Pubblicati dall’ISPRA i dati dell’inventario nazionale (serie storica 1990-2010).

Nel 2010 le emissioni di gas serra in Italia sono aumentate del 2% rispetto al 2009, portandosi a un valore del 3,5% inferiore a quelle del 1990 che rappresenta l’anno base per il Protocollo di Kyoto. Di fatto, quindi il conseguimento dell’obiettivo assegnato al nostro Paese, pari a una riduzione del 6,5% delle emissioni rispetto al 1990, si è un po’ allontanato.
D’altra parte si deve considerare che la notevole riduzione delle emissioni riscontrata nel 2009 è stata correlata ad un andamento dell’economia e delle produzioni industriali molto particolare e che in considerazione della parziale ripresa economica nel 2010 era prevedibile un conseguente incremento delle emissioni anche superiore a quanto conseguito.
Questi dati sono contenuti nell’Inventario Nazionale delle emissioni di gas serra (serie storica 1990-2010) che l’ISPRA, nell’ambito dei suoi compiti istituzionali, ha comunicato ufficialmente all’Unione Europea, in accordo con quanto previsto nell’ambito della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC) e con il Protocollo di Kyoto.
Tale andamento delle emissioni è conseguenza della parziale ripresa dei consumi energetici e delle produzioni industriali, in particolare di quella dell’acciaio, dopo la crisi economica che ha avuto nel 2009 il suo momento più critico, ma anche della crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili e di un incremento dell’efficienza energetica.
Tra il 1990 e il 2010, le emissioni di tutti i gas-serra considerati dal Protocollo di Kyoto sono passate da 519 a 501 milioni di tonnellate di CO2 equivalente: questa variazione è stata ottenuta principalmente grazie alla riduzione delle emissioni di CO2, che costituiscono l’85% del totale e risultano, nel 2010, inferiori del 2,1% rispetto a quelle del 1990.
Le emissioni di metano (CH4) e di protossido di azoto (N2O) sono rispettivamente pari a circa il 7,5% e il 5,4% del totale e sono in calo sia per il metano (-14,1%) che per il protossido di azoto (-27,2%).
Gli altri gas serra, HFC, PFC e SF6, hanno un peso complessivo sul totale delle emissioni che varia tra lo 0,1% e l’1,7%; le emissioni degli HFC evidenziano una forte crescita, mentre le emissioni di PFC decrescono e quelle di SF6 mostrano un incremento meno marcato di quello registrato negli anni precedenti.
I settori delle industrie energetiche e dei trasporti sono quelli che maggiormente contribuiscono alle emissioni totali rappresentando, insieme, più della metà delle emissioni nazionali di gas climalteranti.
L’obiettivo di riduzione delle emissioni assegnato al nostro Paese nell’ambito del Protocollo di Kyoto, anche in considerazione dei primi dati relativi al 2011 che prevedono una riduzione delle emissioni rispetto al 2010 non è così distante. Inoltre un aiuto al perseguimento degli obiettivi potrà venire dal computo deicrediti derivanti dagli assorbimenti forestali, pari a 10-15 milioni di tonnellate annue, secondo quanto previsto dal Protocollo di Kyoto. Un ulteriore contributo per colmare la differenza con l’obiettivo di Kyoto deriverà dai crediti derivanti dai progetti per l’abbattimento delle emissioni nei paesi in via di sviluppo già in corso.
I dati di emissione dei gas-serra sono pubblicati sul sito web delSegretariato della Convenzione sui Cambiamenti Climatici

Così si fa! A Tula, in Sardegna, grazie all’eolico non si pagano Imu e Irpef

Sassari, 30 aprile – Questa è una notizia che dovete assolutamente far leggere a chi pensa che le rinnovabili siano solo un enorme costo, dai vantaggi economici assolutamente limitati. Il piccolo comune di Tula, in provincia di Sassari, ha reso noto che esenterà i suoi cittadini dal pagamento di Imu e addizionale Irpef. Com’è possibile? Da queste parti il risparmio è garantito dai 400.000 € di entrate derivanti dal parco eolico di S. Turrina Manna, che produce 90 MW di potenza e copre circa il 10% del bilancio municipale.
“Sulla base delle norme del Parlamento che consentono di modulare le aliquote e le detrazioni sull'Imu” - spiega il sindaco, Andrea Becca (Lista Civica), -“abbiamo ridotto l'aliquota dal 4 al 2 per mille e contemporaneamente aumentato la detrazione sull'Imu da 200 a 400 euro da aggiungere alle detrazioni per i figli a carico per 50 euro per ciascun figlio. In questo modo, dopo aver fatto i calcoli sulle nuove rendite catastali delle case del comune, in virtù dell'aumento del 60% previsto dalla misura, abbiamo neutralizzato l'imposta. Portandola al valore 0”.
Grazie ai proventi, sono state azzerate quindi sia la nuova Ici che l'addizionale Irpef, ed inoltre, per il sesto anno consecutivo, non è previsto alcun aumento della tassa sui rifiuti.

La corsa delle bollette: a maggio scatta l’adeguamento degli oneri di sistema (+4,3%)

Milano, 30 aprile – Come annunciato un mese fa, l’Autorità per l’energia ha dato il via all’adeguamento in bolletta elettrica della componente tariffaria a copertura dei costi per gli incentivi diretti alle fonti rinnovabili ed assimilate (la componente A3 degli oneri generali di sistema) per tutte le categorie di utenti. A partire dal primo maggio, la spesa nella bolletta del cliente tipo per gli oneri generali di sistema, pari a circa il 92,55% degli oneri di sistema, vale poco più di 77 euro all’anno. Di questi, 67,3 euro (il 86,9%) sono attribuibili alle fonti rinnovabili e il resto (il 13,1%) alle assimilate.
Per la famiglia tipo, le condizioni economiche di fornitura dell’energia elettrica per il periodo maggio - giugno aumentano del 4,3%, con una maggiore spesa complessiva di ulteriori 21,44 euro su base annua. L’adeguamento conferma le stime dell’Autorità, che aveva approvato l’aggiornamento del secondo trimestre 2012 per le sole componenti legate alla materia prima, alle tariffe di rete e agli oneri di dispacciamento (+5,8%,), rese necessarie - si legge nella nota dell’authority - per salvaguardare i diritti acquisiti agli incentivi. “L’obiettivo di allora era di richiamare l’attenzione dei decisori pubblici sulla necessità di rivedere alcuni parametri dei meccanismi di incentivazione, in quanto alcuni indicatori della politica energetica erano quasi raggiunti. Da quel momento - ha sottolineato il Presidente dell’Autorità, Guido Bortoni - il decisore pubblico ha avviato un processo per una rinnovata programmazione degli incentivi, in un percorso di coerenza generale per contemperare la sostenibilità delle bollette con i legittimi interessi dei soggetti attivi nella green economy.
Per l’Autorità ciò significa una white-green economy, come abbiamo detto in una recente audizione al Senato, cioè sviluppo di tutte le fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica”. La spesa media annua della famiglia tipo residente, con consumi pari a 2.700 kWh e potenza impegnata di 3 kW sarà pari a 515 euro, così ripartiti: utente domestico tipo in maggior tutela: famiglia residente con consumi di 2700 kWh/anno e potenza pari a 3 kW;
servizi di vendita: 294 euro/anno, pari al 57,1% circa della spesa complessiva; servizi di rete: 69 euro/anno, pari a circa il 13,4% della spesa complessiva; oneri di sistema: 84 euro/anno, pari al 16,2% circa della spesa complessiva; imposte: 68 euro/anno, pari al 13,3% circa della spesa complessiva.
Ma negli oneri di sistema, come ricorda l’Autorità, sono comprese anche altre voci. Per esempio, i regimi tariffari speciali per la società Ferrovie dello Stato (componente A4, pari a circa l’1,37% degli oneri di sistema), pari ad una spesa di 1,15 euro/anno; gli oneri per la messa in sicurezza del nucleare e le compensazioni territoriali (componente A2 e MCT, pari a circa il 2,16% degli oneri di sistema), pari ad una spesa di 1,81 euro/anno; le compensazioni per le imprese elettriche minori (componente UC4, pari al 1,03% degli oneri di sistema), pari ad una spesa di 0,86 euro/anno; sostegno alla ricerca di sistema (A5 pari a circa lo 0,38% degli oneri di sistema), pari ad una spesa di 0,32 euro/anno; la copertura del bonus elettrico (componente As, a pari allo 0,23% degli oneri di sistema), con una spesa pari a 0,19 euro/anno; la promozione dell’efficienza energetica (componente UC7 pari al 2,29% degli oneri di sistema), con una spesa pari a 1,92 euro/anno.
L’Autorità ha anche approvato l’aggiornamento del prezzo del Gpl distribuito attraverso reti urbane con una diminuzione del 7,9% per il mese di maggio rispetto ad aprile. egazette

mercoledì 2 maggio 2012

L'incertezza dei tecnici, tra finanza ed economia


Non aver rimosso nessuno degli strumenti della turbofinanziarizzazione sta mettendo a repentaglio -in Europa- la libertà delle scelte democratiche. Anche in Italia, dove il conto della crisi rischia di diventare sempre più insostenibile, scaricato sulle spalle di enti locali e contribuenti

di Alessandro Volpi* - 30 aprile 2012

Troppa incertezza; questo pare essere il tratto che sta caratterizzando da qualche tempo il governo Monti, la cui natura tecnica dovrebbe essere, invece, garanzia di estrema determinazione e soprattutto di grande efficacia. 
Certo, a complicare in maniera pesante il quadro concorre l’instabilità generale e quella dei "mercati", che mostrano una cupa tendenza al ribasso, destinata a costituire un’ipoteca gravosa sugli scenari politici. Non aver rimosso nessuno degli strumenti della turbofinanziarizzazione sta mettendo a repentaglio la libertà delle scelte democratiche come testimoniano gli spread, "spaventati" dai risultati del primo turno delle elezioni presidenziali francesi. 
La Commissione europea continua a consentire le vendite allo scoperto di titoli del debito pubblico, e sono rimasti in vita sia i derivati sintetici sui debiti sovrani sia la fiera dei credit default swap, che dovrebbero proteggere dai rischi di ribasso e sono diventati invece vere e proprie scommesse sul ribasso stesso. Il valore nominale dei derivati over the counter ha raggiunto i 708mila miliardi di dollari, il 18 per cento in più del 2010, e gran parte di questa montagna di carta è fatta di speculazioni su monete e Stati, fortemente cresciute proprio con la crisi. 
Le prime 10 banche Usa hanno fatto utili in un solo trimestre per 20 miliardi di dollari, conseguiti scommettendo al ribasso sull'euro e sui debiti europei. È evidente che i mercati finanziari utilizzano gli strumenti di cui dispongono per scommettere contro le democrazie, dopo aver tratto dagli Stati le risorse per i salvataggi delle banche stesse. Se non si rimuovono tali strumenti la libertà delle scelte democratiche sarà sempre in pericolo. E i contribuenti dovranno finanziare le perdite, pari a 160 miliardi di euro per ogni seduta di borsa negativa. 
In un simile circuito vizioso, le stime relative alla consistenza delle manovre di risanamento dei conti pubblici sono sempre carenti: ogni seduta di Borsa che lascia sul campo decine di miliardi di euro e ogni asta che impone rendimenti lievitati costringono i governi a chiedere nuovi sacrifici ai propri contribuenti. Se poi il numero dei Paesi sotto attacco cresce e coinvolge persino triple A, come l’Olanda, o colossi del calibro francese, senza che l’eurozona si sia dotata di uno scudo protettivo sufficientemente esteso, allora i margini dell’incertezza diventano vastissimi. 
Tuttavia, pur considerando queste fondamentali variabili di natura esterna, il professor Monti sembra non riuscire a mettere i numeri corretti nelle varie caselle che dovrebbero comporre il quadro del risanamento e del raggiungimento del pareggio di bilancio. Ci sono numeri contrastanti in tema di esodati e ci sono numeri non chiari in relazione alla possibilità o meno di non introdurre a fine estate l’aumento dell’Iva per compensare il mancato taglio dell’esteso repertorio di esenzioni e riduzioni fiscali. 
Ci sono numeri controversi sull’entità della spending review, con cifre che ballano di qualche miliardo di euro. In particolare non sono affatto chiari i numeri dell’Imu. 
In questi giorni gli enti locali hanno appreso l’entità dei trasferimenti da parte dello Stato, e hanno constatato con sconcerto riduzioni comprese tra il 40 e il 90%, in alcuni casi persino del 100% rispetto all’anno passato. Si tratta di decurtazioni che di fatto impedirebbero in moltissime circostanze di svolgere persino le funzioni essenziali. Per rendere sostenibili tali tagli, tuttavia, il ministero dell’Economia ha messo in rete simulazioni del gettito Imu che risultano estremamente più alte non solo di quelle della vecchia Ici, come era prevedibile per effetto della rivalutazione degli estimi e dell’inserimento della prima casa, ma anche delle proiezioni costruite dai Comuni stessi sui dati in loro possesso. Gli scostamenti tra le previsioni fatte dal ministero e quelle condotte dai Comuni risultano spesso milionarie. Una simile vicenda lascia davvero perplessi perché fa temere una molto probabile rivisitazione verso l’alto delle aliquote di base stabilite dal governo, che del resto si è riservato l’anomala prerogativa di intervenire in tal senso fino al 10 dicembre; da ciò scaturirebbero un pesante aggravio del carico fiscale sui contribuenti, e una vera e propria confusione gestionale per gli enti locali. 
Il governo dei tecnici deve sicuramente far fronte ad una situazione difficilissima e sconta incertezze determinate dal contesto generale non preventivabili. È assolutamente indispensabile però che si adoperi per evitare di trasformare l’incertezza in una costante rincorsa normativa e in un caos di numeri troppo mutevoli e poco credibili perché altrimenti il Paese rischia di essere travolto.

* Alessandro Volpi insegna Storia contemporanea e Geografia politica ed economica della Facoltà di Scienze politiche dell’università di Pisa. Il suo ultimo libro è "Sommersi dal debito" (Altreconomia, 2011)

martedì 1 maggio 2012

L’Onu: “L’austerity non serve a niente. L’occupazione continua a peggiorare”

“Nei Paesi che hanno maggiormente cercato l’austerity e la deregolamentazione, soprattutto quelli dell’Europa meridionale, la situazione relativa alla crescita economica e all’occupazione ha continuato a peggiorare. Le ragioni principali del fallimento consistono nell’incapacità di queste politiche di stimolare gli investimenti privati”. E’ questa la dura sentenza emessa dagli analisti dell’Ilo, l’International Labour Organization dell’Onu, nel rapporto presentato oggi.

Nel corso del 2012 il numero dei disoccupati nel mondo aumenterà ancora raggiungendo la cifra di 202 milioni di persone contro i 196 attuali. L’anno successivo, il tasso di disoccupazione a livello mondiale segnerà quindi il 6,2% a causa soprattutto del peggioramento delle condizioni di accesso al mercato da parte dei lavoratori più giovani. In Italia nell’ultimo trimestre 2011 il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 9,7%, il livello più alto dal 2001. Il tasso reale, tuttavia, potrebbe essere più alto considerando anche i 250mila lavoratori in cassa integrazione.

I dati, insomma, sono impietosi. Un po’ ovunque. Dal 2008 ad oggi, in pratica, la crisi ha bruciato da sola circa 50 milioni di posti di lavoro che mancano ancora all’appello. Nei prossimi due anni, almeno 80 milioni di giovani si affacceranno per la prima volta sul mercato dal lavoro ma, alle attuali condizioni di crescita, è assai improbabile che possano essere facilmente collocati. La situazione, precisa il report, è particolarmente preoccupante in Europa “dove dal 2010 la disoccupazione è aumentata in due terzi dei Paesi”.

Ma i problemi si registrano anche in Giappone e negli Stati Uniti, dove si assiste a una ripresa molto lenta, così come in Africa e nei Paesi arabi. Ma il vero problema non è solo nelle cifre. L’impressione, segnala l’Ilo, è che la situazione stia assumendo un carattere strutturale: “alcuni gruppi, specialmente i disoccupati di lungo periodo, sono a rischio di esclusione dal mercato del lavoro. Il che significa che potrebbero non essere in grado di ritrovare un nuovo impiego nemmeno nel caso di una forte ripresa economica”.

A far riflettere, inoltre, c’è il tema della qualità del lavoro. Mentre nei Paesi emergenti e in quelli in via di sviluppo il peso degli impieghi informali continua ad essere piuttosto evidente, nelle economie avanzate continua ad aumentare il lavoro temporaneo e precario che interessa soprattutto i giovani e le donne. E qui si torna al fallimento delle politiche anti crisi visto che in Europa la situazione sembra riguardare soprattutto le cosiddette periferie. “In Grecia, Italia e Spagna – si legge – il part time non volontario (la sottooccupazione, ndr) è relativamente alto, attorno al 50%. In Grecia, Spagna e Portogallo, il tasso di lavoro temporaneo ha raggiunto l’80%”. In sostanza, in alcune nazioni europee, tra cui l’Italia, “il livello di occupazione non è migliorato mentre il lavoro precario è in realtà aumentato”. Alla faccia del vecchio adagio “più flessibilità uguale più occupazione”.

Dal 2008 al 2012, 40 Paesi (su 131 presi in esame) hanno modificato la propria legislazione sul lavoro. Nel 60% dei casi queste riforme hanno ridotto la protezione dell’impiego per i lavoratori a tempo indeterminato. Nelle economie più forti, la percentuale sale al 76%. Come a dire che tre nuovi provvedimenti su quattro hanno implicato un aumento della precarietà. In almeno 26 Paesi, ma i dati sono disponibili solo per 40 nazioni, la percentuale dei lavoratori coperti da un contratto collettivo è diminuita dal 2000 al 2009 e il processo “ha subito un’accelerazione con l’avvio della crisi globale”. La via d’uscita dalla crisi, spiega infine l’organismo Onu, passa dunque attraverso tre strategie: il “rafforzamento delle istituzioni del mercato” (ovvero l’aumento dei salari minimi), il miglioramento delle condizioni del credito, la combinazione investimenti pubblici/protezione sociale. Esattamente l’opposto rispetto ai processi tuttora in atto.
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/

Sostenete la R-EVOLUTION!




Dal mese di ottobre è partito un movimento incredibile che proverà a fare la R-Evolution ad Abbiategrasso. Siamo partiti da zero e senza un euro. Oggi siamo in più di 150. Abbiamo scritto un programma (qui la versione light del programma) in 5 mesi di riunioni, plenarie e incontri a casa dei cittadini.
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Cambiamo Abbiategrasso, Cambiamo L’Italia

Primo Maggio di scontri a Torino Fassino: "Con i fischi non si va avanti"

In centro è battaglia, autonomi  scatenati davanti al Municipio:
scattano le cariche della polizia Feriti tra manifestanti e agenti
MARINA CASSI, MASSIMO NUMA La Stampa
torino

Una mattinata di tensione, cariche e, alla fine, si conta anche qualche ferito. Duecento esponenti dell’area antagonista incendiano il corteo di Torino: prima i fischi e gli insulti contro Fassino, poi un blitz davanti al Palazzo di Città per srotolare tre striscioni che inneggiano alla liberazione degli attivisti ancora in carcere.

Alta tensione fin dal mattino
La situazione si surriscalda fin dalle prime ore del mattino. Il sindaco stava muovendo i primi passi alla testa del corteo, quando dei giovani dell’area dei centri sociali hanno iniziato ad inveire tentando di entrare nel serpentone. «Fuori il sindaco dal corteo» questo, fra i tanti, il grido che si è alzato dai contestatori. Sono seguiti momenti di tensione con alcune cariche da parte della polizia che ha provveduto a fermare quattro manifestanti che sono stati accompagnati in Questura. Tra i fermati Fabio Benintende e Davide Grasso, già noti per la militanza nell'area antagonista.

La replica del sindaco
Davanti ai ventimila della grande manifestazione organizzata dai sindacati il sindaco ha rilanciato il valore della politica e delle «difficile scelte che oggi bisogna fare», tendendo conto che «il nostro obiettivo è mettere al centro della politica il lavoro per ridare fiducia e dignità alle persone e alle famiglie».

«Il fischio non è mai stato un argomento di discussione. Questo sono gli stessi fischi che impedirono a Bonanni di parlare, come i bulloni a Trentin, da parte di chi non ha mai capito come ci si batta per difendere veramente i lavoratori che invece è l’impegno mio e del Comune» ha detto di fronte a un pubblico diviso tra chi applaudiva e chi, la minoranza, fischiava. «Lo spirito del primo maggio deve essere unitario», ha aggiunto. La polizia ha tenuto lontano dal palco l’area anarchica e antagonista.

Le voci della crisi
Il corteo, che vedeva in prima fila, accanto al sindaco, il presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta, il vicepresidente del Consiglio regionale, Roberto Placido, il consigliere regionale Giampiero Leo (unico esponente del centrodestra), è poi proseguito per via Po, diviso, praticamente, in due tronconi. Un centinaio dei giovani dei centri sociali è infatti riuscito ad infilarsi nel corteo, poco dietro le istituzioni, e un fitto cordone di agenti antisommossa si è messo davanti a loro per isolarli, pur permettendo loro di sfilare. Alcuni contestatori, tornati nuovamente ad agire all'altezza di Via Sant'Ottavio, sono stati espulsi dal corteo direttamente dal sistema d'ordine messo in piedi dagli organizzatori.

Beppe Costamagna, rappresentante del Comitato lavoratori in mobilità ma senza pensione che riunisce addetti di oltre 150 aziende torinesi, ha parlato dopo il sindaco Fassino: «Molti di noi perderanno reddito anche per 3-4 anni e ad altri l’Inps chiede cifre folli anche di 40-50 mila euro oltre a quelli già versati per la contribuzione volontaria per arrivare alla pensione». Ma più del possibile danno economico quello che risulta intollerabile è la violazione di un contratto: «Quegli accordi sono stati fatti al Ministero. Devono riconoscerci il diritto a andare in pensione secondo le vecchie regole».

Il ricordo delle morti bianche
Il segretario della Cisl, Nanni Tosco, nel chiudere il comizio in piazza San Carlo ha detto: «Il governo Monti ha fischiato un rigore contro di noi, ma il fallo lo hanno commesso altri! Senza una stagione di crescita, continua e qualitativamente nuova, non basterà a salvare l’equilibrio dei conti pubblici, ad abbassare lo spread, a rispettare gli accordi con l'Europa. Finora quello che è stato fatto per la crescita e l’equità si sta dimostrando insufficiente per la prima, sbagliato per la seconda».

Ha aggiunto: «Liberalizzazioni e semplificazioni non bastano. Il sistema finanziario del nostro Paese ha saputo reggere fino ad ora l'urto dello scoppio della bolla speculativa internazionale. Non vorremmo che la litania che ci viene ripetuta e ci ripetiamo noi stessi che dopo questa crisi epocale lo cose non saranno più come prima, alla fine risultasse valida per tutti. Meno che per le cedole dei grandi azionisti e i benefit del top management delle banche. L'Europa e l'Italia devono cambiare politica economica, ritornare a crescere e a creare posti di lavoro». All’inizio del discorso aveva ricordato Alessandro Paglia, 31 anni; Antonio Carpini 42 anni; Salvatore Parco 35 anni; Alfredo Ciofoli, 42 anni; Alfonso Chirichiello, 51 anni; Cosimo Di Muro morti nelle ultime settimane sul lavoro.

Riesplode la tensione
Quando due attivisti da un camioncino ha tentato di scalare Palazzo di Città la tensione è di nuovo cresciuta. I No Tav hanno affiancato il vessillo bianco e rosso alla bandiera italiana. La polizia è intervenuta più volte con cariche di alleggerimento, e a fine mattinata si contavano feriti nelle file dei manifestanti e tra gli agenti: un sovrintende capo della Mobile è stato colpito. La situazione è tornata alla normalità verso le 13.

I sindacati di polizia
«I violenti legati ad Askatasuna hanno tentato di rovinare la festa del 1 maggio di Torino con un vile tentativo di aggressione al sindaco Fassino, subito sventato dalla polizia» denunciano Massimo Montebove e Silverio Sabino, consiglieri nazionali del sindacato di polizia Sap. «Nulla di nuovo purtroppo» accusa Pietro Di Lorenzo, segretario del Siap che se la prende con «i professionisti del disordine che, ancora una volta, hanno cancellato la presenza e la voce di chi è sceso in piazza per dimostrare la propria angoscia». «E' con rammarico- dice il Segretario Provinciale Generale di Torino Luca Pantanella- che abbiamo assistito ad una protesta inappropiata che ha portato al ferimento di diversi oeratori delle forze dell'ordine e all'arresto dei soliti noti che non hanno avuto di meglio da fare che rovinare questa giornata . L'Ugl esprime la propria condanna e chiede con fermezza che i violenti paghino».