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venerdì 19 luglio 2013

Paolo Borsellino, memoria di una morte annunciata

A 21 anni dalla strage di via D'Amelio (le foto) si indaga ancora. Con un nuovo processo. Ma la verità è lontana.

di Maurizio Zoppi

Il 21 e il 56, due numeri da giocare al Lotto, magari sulla ruota di Palermo.
Invece rappresentano due cifre molto importanti per tutta la nazione: 21 sono gli anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, in cui vennero barbaramente uccisi, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, 56 sono i giorni di distanza da una esecuzione all’altra.
Il 19 luglio 2013, tutta Italia ricorda l’uccisione  del giudice Borsellino. Una domenica di 21 anni fa, l’ex procuratore di Marsala, si recava a far visita a sua madre. Un ordigno esplosivo radiocomandato all’interno di una 126 rossa devastò gran parte della zona residenziale.
LE ALTRE VITTIME DELL'ESPLOSIONE. Oltre a Paolo Borsellino, morirono il caposcorta Agostino Catalano e gli agenti Emanuela Loi - prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio - Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto fu Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l'esplosione, in gravi condizioni.
Bombe di Stato, di ‘casa’ o ‘cosa’ nostra. Un dato è indiscutibile: questi due attentati, hanno segnato la storia politica e sociale dell'Italia.
INCHIESTE PERSE O ARCHIVIATE. Dopo 21 anni, i mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio, sono ancora sconosciuti. Inchieste giudiziarie perse, altre archiviate, o con qualche brandello ancora in corso.
Le stragi del 1992 a Palermo sono la fotografia di una forma di Stato pronta ad assicurare il ‘mafiosello’ di turno. «Come presunti colpevoli siamo fermi a boss e picciotti», ha ricordato il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, titolare dell’ultima inchiesta, peraltro non ancora conclusa sulla strage di via D’Amelio.
LE TESTIMONIANZE MANCATE DI BORSELLINO. Inchieste, mai in grado di puntare più in alto. Di svelare quei tanti misteri avvolti nei due attentati. Perché nessun magistrato ha mai avuto il tempo di interrogare proprio il giudice Borsellino a seguito dell’uccisione del fraterno amico e collega Giovanni Falcone?
Anche se la Procura di Palermo non era titolare delle indagini sulla strage di Capaci, il giudice Borsellino, avrebbe voluto testimoniare davanti i suoi colleghi nisseni. Continuava a ripeterlo anche ai giornalisti, ma nessuno lo ha mai interrogato.

Un giudice «condannato a morte»

Pochi giorni prima di essere ucciso, durante un incontro organizzato dalla rivistaMicroMega, il pm aveva parlato della sua condizione di «condannato a morte». Sapeva di essere nel mirino di Cosa Nostra e di essere stato abbandonato dallo Stato.
«Non è solo la mafia che vuole uccidermi» svelava alla moglie il giorno prima di essere ammazzato.
LA RICERCA TARDIVA DELLA VERITÀ.E mentre a Palermo, con un processo che si è ufficialmente aperto il 27 maggio 2013, si cerca la verità sulla presunta trattativa tra Stato e mafia, a Caltanissetta si è  avviato un altro dibattimento che dovrà riscrivere, di nuovo, la storia della strage di via D’Amelio.
SI RIPARTE DALL'AGENDA ROSSA. Ora si riparte dell’agendina rossa. Quella che Paolo Borsellino portava sempre con sé, nella sua borsa. Anche quel 19 luglio 1992, quando la sua auto saltò in aria. Le indagini guidate dal Procuratore Sergio Lari avviate dimostrano come le poche “verità su via D’Amelio ”passate negli anni al vaglio dai processi sono state ‘avvelenate’ dalle dichiarazioni  di tre falsi pentiti (Vincenzo Scarantino, Calogero Pulci e Francesco Andriotta), che proprio per la strage del 19 luglio 1992, hanno mandato all’ergastolo sette innocenti.
Lari, tempo fa, aveva definito un «colossale depistaggio», quello che è stato architettato dagli apparati investigativi e dai servizi segreti, per manipolare le dichiarazioni di Scarantino.
IL DEPISTAGGIO DELLA VERITÀ. Proprio il falso pentito, sarebbe stato indotto ad accusarsi di essere l'autore del furto della Fiat 126 imbottita di tritolo esplosa in via D'Amelio. Le sue dichiarazioni depistanti sarebbero state 'suggerite' dagli stessi investigatori che avrebbero anche 'taroccato' un verbale del 1994.
LE ANNOTAZIONI DEL POLIZIOTTO. Agli atti dell'inchiesta sono finiti alcuni fogli con le annotazioni di un poliziotto che lo avrebbe imboccato alla vigilia dei suoi convulsi e contraddittori interrogatori in aula nei processi celebrati sulla strage. Quindi, falsi pentiti, menzogne, intrighi. Un mistero ancora irrisolto, come tanti misteri italiani.
A distanza di 21 anni dall’eccidio di via D’Amelio, le nuove indagini, adesso cercano di trovare nuovi riscontri attraverso le testimonianze del pentito di mafia, Gaspare Spatuzza (condannato a 15 anni per la strage di Via D’amelio, assieme a Fabio Tranchina e Salvatore Candura).
IL LEGAME CON I POTERI FORTI. La storia di via D’Amelio, forse, rimarrà uno dei tanti punti interrogativi in Italia. Una di quelle storie dove la mafia si lega con i poteri forti dello Stato. Come la storia sull’ipotetica trattativa tra Stato e mafia avviata in quei mesi delle stragi, di cui lo stesso Borsellino sembrava essere al corrente.
Tutto quello che è avvenuto dalla strage di Capaci in poi, è ancora avvolto da troppe nebbie. In questi anni abbiamo assistito a depistaggi, a polemiche infinite su arresti eccellenti a “ritorni di memoria” e smentite fra ministri e politici. Anche per questo 21 e 56 sono due cifre importanti. E proprio ora, oltre ad essere certi che i mandanti della strage di via D’Amelio sono ancora a volto coperto, lo Stato, attraverso la politica, per volontà dei familiari di Paolo Borsellino, si terrà ufficialmente alla larga da tutte le commemorazioni in onore del giudice palermitano. 
Venerdì, 19 Luglio 2013

giovedì 9 maggio 2013

i 100 passi dei Sindaci: Cinisi ricorda Peppino Impastato


Foto di www.avvisopubblico.it
       

a cura di "Ossigeno" 

A trentacinque anni dalla morte di Peppino Impastato, il giornalista fondatore di Radio Aut ucciso dalla mafia siciliana la notte fra l’8 e il 9 maggio 1978, la sua città, Cinisi (Palermo), lo ricorda con una serie di iniziative organizzate da Avviso Pubblico insieme ad altre associazioni (Acli, Agesci, Arci, Cgil, Cnca, Emergency, Legambiente, Libera, Uisp). Oggi alle ore 10 verrà inaugurata la Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato: l’abitazione della famiglia del giornalista è stata ristrutturata dopo il riconoscimento ufficiale di “Bene sotto tutela culturale” grazie al progetto sostenuto da Fondazione con il Sud. Nell’occasione verranno installate delle pietre commemorative, ognuna dedicata ad una vittima della mafia: oltre ad Impastato, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Boris Giuliano e Carlo Alberto dalla Chiesa.

Alle 11 poi ci sarà un corteo formato dai ragazzi delle scuole di Cinisi, dalle associazioni e dai sindaci della zona, che percorreranno i cento passi che separano la Casa Memoria da quella che fu l’abitazione del boss Gaetano Badalamenti, mandante dell’omicidio di Impastato. In seguito ci sarà il ritrovo presso il casolare dove il giornalista fu assassinato, un altro corteo (dalla sede di Radio Aut, a Terrasini, fino alla Casa Memoria) e il concerto serale con Andrea Rivera, Cisco, Modena City Rambles ed altri artisti. “Vorrei che mio fratello fosse ricordato per le cose che ha fatto, per il suo impegno attualissimo. Peppino è stato un po’ mitizzato, dal film, da trasmissioni tv, da alcuni scritti, ma era solo un ragazzo animato dalla grande voglia di legalità e giustizia, così come tanti giovani oggi. Ha vissuto in un’epoca diversa, anticipando i tempi. E allora stiamo assieme sulle battaglie che Peppino portava avanti e potremo cambiare la società”, ha detto in un’intervista ad Antonio Maria Mira di “Avvenire” il fratello Giovanni.

Ieri la Giunta Esecutiva della Federazione della Stampa ha ricordato il sacrifico della vita di Impastato: “dalle mafie ci si libera anche con una informazione libera e puntuale, fatta da testimoni  di verità che così sono attori di legalità sostanziale e convivenza civile. Le giornate della memoria sono anche un monito permanente di legalità per un’informazione che ha bisogno di poter rompere  i muri del  silenzio  eretti con  minacce, intimidazioni e attentati delle mafie e della malavita organizzata”, ha scritto la Giunta in una nota.

In allegato il volantino.

Fonte: www.liberainformazione.org

martedì 9 aprile 2013

‘Ndrangheta, a rischio di scioglimento Sedriano, nell’hinterland milanese

La Commissione d'accesso prefettizia si è presentata nel Comune tuttora guidato dal sindaco Pdl Alfredo Celeste, arrestato nell'inchiesta che ha portato in carcere l'assessore regionale Zambetti, accusato di aver comprato i voti dei clan calabresi. E' il primo caso in Lombardia, la decisione finale spetterà al governo

Alfredo Celeste Sedriano
Intorno alle 10.30 di questa mattina il viceprefetto di Milano e gli uomini delle forze dell’ordine si sono presentati al municipio di piazza del Seminatore, a pochi metri dalla Caserma dei Carabinieri in via Falcone e Borsellino, con grandi borsoni e valigie vuote. Ne usciranno solo nelle prossime ore, dopo aver fotocopiato tutti i documenti amministrativi disponibili negli uffici comunali e preso in visione i dati riguardanti i piani urbanistici del paese di cui uno, il Piano d’Intervento Integrato denominato ‘Villa Colombo’, è già in mano alla magistratura per presunte irregolarità.
La commissione prefettizia sta verificando le proprietà catastali delle aree di espansione del Piano del Governo del Territorio la cui approvazione da parte della giunta Celeste, tra le altre cose, sarebbe prevista per sabato 13 aprile. Negli scorsi giorni i gruppi consiliari di minoranza – Udc, Sedriano 2.0 e Centro Sinistra – hanno presentato un ricorso alla Corte dei Conti per denunciare la presunta irregolarità dei 430mila euro versati dal sindaco nelle tasche dell’avvocato del Comune Giorgio Bonamassa: soldi pubblici, soldi dei cittadini, che l’amministrazione comunale ha affidato a forfait al legale anche per redigere i piani urbanistici.
Il sindaco Alfredo Celeste, professore di religione cattolica, è stato arrestato per corruzione il 10 ottobre 2012 all’interno dell’indagine che ha portato in carcere l’ex assessore regionale Zambetti. Nell’autunno scorso altri due arresti hanno colpito la giunta comunale di Sedriano: si tratta del medico chirurgo Silvio Marco Scalambra, marito della consigliera Pdl Silvia Stella Fagnani, accusato di essere il collettore di voti della ‘ndrangheta, e del padre della consigliera Pdl Teresa Costantino, l’imprenditore del compro-oro Eugenio Costantino, presunto boss della coscaDi Grillo-Mancuso.
La settimana scorsa la difesa del primo cittadino che aveva chiesto che alcune intercettazionidell’inchiesta antimafia fossero stralciate dal procedimento. Ma il Tribunale ha ritenuto che tutte le registrazioni, telefoniche e ambientali, sono valide e regolari, nonché indispensabili per l’attuale fase processuale. “L’ho aiutato a Sedriano a fare… il Sindaco diciamo no.. sembrava che all’inizio se ne sbatteva i coglioni, invece adesso sinceramente, ho chiesto due o tre piaceri, ma non per me, per amici, sinceramente s’è messo a disposizione”, dice Costantino nella sua auto parlando del sindaco.
Nonostante il malcontento della cittadinanza, dopo i 90 giorni di arresti Celeste è tornato a fare il sindaco, sedendo in consiglio comunale assieme alla figlia e alla moglie dei due uomini accusati di essere legati alla criminalità organizzata di stampo mafioso. Dal giorno dell’arresto ad oggi la popolazione e i partiti di qualsiasi colore politico hanno organizzato manifestazioni nelle piazze e presidi per denunciare la presenza della ‘ndrangheta nel territorio. Nel corso degli ultimi mesi Sinistra di Sedriano e la Carovana Antimafia Ovest Milano hanno più volte chiesto l’intervento della Prefettura, grazie anche alla collaborazione istituzionale della Commissione Provinciale Antimafia presieduta dal consigliere Paolo Turci. La commissione prefettizia ha ora 90 giorni di tempo per valutare la sussistenza di prove che portino allo scioglimento, provvedimento che nel caso dovrà essere proposto dal ministro dell’Interno e approvato dal Consiglio dei ministri.

mercoledì 13 marzo 2013

Don Luigi Ciotti: Le mafie? “Sono più forti quando la politica è debole”

Il prossimo 16 marzo a Firenze si terrà la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, promossa da Libera e Avviso Pubblico. Una settimana dopo a scendere in piazza sarà il Pdl contro la magistratura. “Bisogna collaborare con la giustizia per ottenere la ricerca della verità e non ostacolarla con manifestazioni inquietanti” afferma il presidente di Libera Don Luigi Ciotti intervistato da Articolo21. Don Ciotti parla di legalità, lotta alla corruzione, del ruolo dell’informazione ma anche della nuova Chiesa che uscirà dal Conclave: “sia più profetica e meno diplomatica, più povera…”

In un momento così critico dal punto di vista politico ed economico che importanza assume la vostra iniziativa del 16 marzo a Firenze?
Sarà il nostro grande abbraccio con le centinaia di familiari di vittime della violenza criminale mafiosa. E’ un momento di estrema fragilità del nostro Paese. E le mafie sono più forti quando la politica è debole e quando la democrazia è pallida.

Voi in piazza per la legalità, mentre il Pdl una settimana dopo manifesta contro la magistratura
La nostra manifestazione non ha colore politico né bandiere. Siamo cittadini che da anni si sono messi insieme contro le mafie, la corruzione, la violenza, ma anche per costruire percorsi di cambiamento e di legalità. E proviamo grande sofferenza nel vedere che altri manifestano per tutelare l’interesse di uno o di pochi. Un fatto di estrema gravità. La magistratura avrà pure commesso degli errori ma bisogna collaborare con la giustizia per ottenere la ricerca della verità e non ostacolarla con manifestazioni inquietanti.

“Solo unendo le forze degli onesti la richiesta di cambiamento diventa forza di cambiamento”. E’ una frase che ripeti con insistenza
L’impegno deve partire da tutti. Andiamo a Firenze anche con la coscienza che il problema più grave non è solo chi produce il male ma quanti guardano e lasciano fare. E’ un momento di grande smarrimento, delega, sfiducia, rassegnazione. C’è troppa indifferenza. Ed è importante che i cittadini non siano tali ad intermittenza ma vogliano assumere a tempo pieno la propria quota di responsabilità.

Lo scenario post elezioni è alquanto problematico. Hai firmato insieme ad altri autorevoli esponenti della cultura e della società civile l’appello “Facciamolo” per un governo di alto profilo
La politica si deve assumere le sue responsabilità: a partire dalla legge elettorale, dal conflitto di interessi e dalla legge contro la corruzione. Dal nostro punto di vista bisogna stringere i tempi perché nei momenti di grande instabilità i fenomeni di illegalità e di corruzione dilagano. Con le organizzazioni criminali e mafiose che fanno da “banca” e prestano i soldi a chi è in difficoltà. Il rapporto di Sos Impresa sull’Usura presentato a Firenze nei giorni scorsi è un esempio emblematico: meno denunce ma un giro criminale maggiore. Serve uno scatto politico.

La lotta alla mafia è sulla bocca di tutti
Sì, ma a parole. Nei fatti però è una lotta sempre più lontana dall’essere vinta. Non basta l’azione meritoria della magistratura, delle forze di polizia, di alcuni segmenti delle istituzioni. La lotta alla criminalità la si fa con il lavoro, con le politiche giovanili, il sostegno alle famiglie, con i servizi, le politiche sociali. E la cultura.

L’attentato alla Città della Scienza di Napoli è un atto di violenza criminale contro la cultura?
E’ stato come mettere una bomba. Non hanno ucciso fisicamente delle persone ma hanno mortificato un percorso della cultura. Hanno ucciso la dignità. E invece è la cultura che dà la sveglia alle coscienze.

In questo contesto quale deve essere il ruolo dell’informazione?
L’informazione è fondamentale ma deve essere libera altrimenti non è informazione. Per fortuna c’è Articolo21, il sito di Libera Informazione e altre belle espressioni in Italia che vogliono documentare, scendere in profondità, fare denuncia ma anche proposte, progetti. Abbiamo bisogno di moltiplicare attraverso l’informazione la coscienza e la responsabilità. Una buona informazione è fondamentale per la democrazia del nostro Paese.

E la Chiesa che ruolo deve avere? Cosa auspichi dal responso del Conclave?
Mi auguro che nella Chiesa ci sia un cambiamento profondo. Ho molto apprezzato l’umiltà e la profondità del gesto di Benedetto XVI e la sua presa di coscienza quando ha detto “non ce faccio, lascio per amore della Chiesa” e soprattutto “Chiedo perdono per i miei tanti limiti”.
Abbiamo bisogno di più aria fresca nella Chiesa, meno timidezza e prudenza e più coraggio. Una Chiesa più libera da qualunque forma di potere economico e politico, più profetica e meno diplomatica. Una Chiesa più povera. Che sia la Chiesa della banca etica e non dello Ior, oggetto di scandali dalla sua nascita fino ad oggi…”

Fonte: www.articolo21.org

giovedì 24 gennaio 2013

Il coraggio di pochi, il silenzio di molti: sentirsi “normali” di fronte alle mafie


Quando ho scritto la canzone “Quel giorno in cui credevo di essere normale (e invece mi sono dovuto nascondere)“, qualche mese fa, era un periodo un po’ particolare: era uscito un mio articolo in cui, con una presa di coraggio e per evitare il silenzio generale, denunciavo una rissa accaduta tra due gruppi di persone diciamo “poco raccomandabili” in un locale che, quella sera, era gestito da tre donne, nel mio paesino calabrese.
Visto che la “cultura del silenzio“, da noi, è molto popolare, il mio gesto ha avuto un’eco molto grande, sia in ambito nazionale che in ambito locale, su quotidiani e blog calabresi, e sulla bocca di molti, soprattutto miei compaesani. Il giorno dopo ho avuto una grande paura, per un sacco di motivi validi, e ho preferito tornarmene a casa, a Bologna, con qualche giorno di anticipo.
La conseguenza di tutto ciò è stata quella di aver ricevuto tanta solidarietà, appoggio e condivisione da parte di persone dislocate un po’ in tutta Italia e anche in ambito locale, con l’eccezione di una buona parte di persone che, seguaci della “cultura del silenzio“, mi hanno giudicato “incosciente“, “pazzo“, pensando che avrei dovuto farmi i cazzi miei e robe simili. Non tutte queste cose, ovviamente, mi sono state dette in faccia, alcune sì, altre mi sono state riferite, altre ancora erano intuibili dai gesti e dalle facce di determinate persone che, comunque, conosco. Tra l’altro non c’è stato nessun altro che ha deciso di metterci la faccia e dire qualcosa pubblicamente, né tra le “istituzioni” né tra la gente comune, ma questa è un’altra storia (di cui non me ne frega niente).
Il problema è che io davvero “credevo di essere uno normale” facendo quel gesto. Ma visto che “la lezione la fa la gente che vorrebbe ma non se la sente” allora ho dovuto sottostare alla loro cultura del silenzio e al loro giudizio osservando compiaciuto il non cambiamento delle cose.
Questa sensazione di “normalità” l’hanno avuto in misura decisamente maggiore e concreta persone che adesso vivono addirittura sotto scorta, perché hanno pensato che denunciare la mafia o la ‘ndrangheta potesse essere un gesto davvero normale, perché è giusto che sia così. Allora hanno scritto libri, articoli sui giornali, su internet, in cui prendevano di mira, giustamente, boss mafiosi e collusi.
Tra i vari nomi, come Roberto Saviano, Rosaria Capacchione e altra gente “normale”, c’è quello diGiovanni Tizian, un giovane ragazzo che dopo essere stato costretto a trasferirsi in Emilia Romagna perché la ‘ndrangheta gli aveva ucciso il padre a colpi di lupara nel 1989, ha iniziato a non farsi gli affari suoi, a sentirsi normale, a documentarsi e a scrivere degli orrori della ‘ndrangheta.
Oggi è uscita un’intercettazione tra un faccendiere piemontese e un boss della ‘ndrangheta in cui si parlava dei problemi che questo ragazzo stava causando al “povero” mafioso che scriveva dei suoi loschi affari sui giornali e del ridicolo faccendiere che rispondeva “dammi il nominativo che ci penso io, così o la smette o gli sparo in bocca“.
Ecco, Giovanni Tizian è un esempio di normalità ed io vorrei guardare in faccia quelle persone che davvero pensano che chi denuncia la criminalità e le mafie siano delle persone pazze ed incoscienti e che dovrebbero farsi i fatti loro; e poi vorrei vedere la loro dignità affievolirsi piano piano, vorrei vedere la vergogna sui loro volti, sui volti di quelle persone che osannano i criminali quando escono di galera innalzandoli ad eroi nazionali, di chi prende per normale il pagamento del pizzo, di chi fa finta di non guardare, di non sapere, di chi pensa “ma chi te l’ha fatto fare!”
In quella telefonata, il faccendiere dice al boss: “sai quali sono i due poteri, oggi, in Italia? la magistratura e i giornali“.
Ce ne sarebbe un terzo: la gente. Ma siamo troppo stupidi per capirlo.
Federico Cimini QdS

venerdì 16 novembre 2012

'Ndrangheta, arrestati 2 consiglieri provinciali L'accusa: «Ingerenze clientelari con un boss»


Umberto Bernaudo e Pietro Paolo Ruffolo, entrambi del Pd, sono ai domiciliari. Operazione condotta da Dia e carabinieri

C’è imbarazzo nelle fila del Pd calabrese. Gli arresti di Umberto Bernaudo e Pietro Ruffolo (ex sindaco e ex assessore all’urbanistica di Rende), accusati di corruzione elettorale e voto di scambio (ai due sono stati concessi gli arresti domiciliari), spiazza il centrosinistra che, nei giorni scorsi, si era lanciato in una polemica furente contro il Pdl che sollecitava la nomina di una commissione di accesso antimafia al Comune di Rende, città universitaria per lungo tempo indicata come «modello di gestione amministrativa».
GLI ADDEBITI - I due esponenti politici del partito democratico assegnati ai domiciliari – secondo il procuratore aggiunto antimafia Giuseppe Borrelli e i pm della dda Pierpaolo Bruni e Carlo Villani – avrebbero consentito ad esponenti del gruppo mafioso Di Puppo-Lanzino di gestire servizi comunali attraverso una società cooperativa, poi divenuta una compagine ad esclusiva partecipazione comunale, nella quale lavoravano come dipendenti e venivano stipendiati con soldi pubblici esponenti della ‘ndrangheta del calibro di Michele Di Puppo di Rende, del superboss latitante Ettore Lanzino, capo supremo delle cosche di Cosenza e di Francesco Patitucci, ritenuto dai magistrati inquirenti «esattore» delle cosche confederate bruzie e attualmente in carcere per estorsione. «Una dissennata amministrazione» garantita da Ruffolo e Bernaudo, in cambio del pieno appoggio elettorale in occasione delle Provinciali del 2009 vinte dal centrosinistra.

NOMINE E INCARICHI - Ruffolo, dopo la riconferma di Mario Oliverio (Pd) alla guida della Provincia di Cosenza, era stato addirittura nominato assessore provinciale ruolo dal quale si è successivamente «autosospeso» (senza tuttavia mai essere sostituito) per effetto di un’altra inchiesta al termine della quale è stato rinviato a giudizio per usura. Il politico del Pd, che è stato componente della giunta municipale di Rende con Bernaudo sindaco che viene ritenuto vicinissimo a Sandro Principe, attuale capogruppo del Pd alla Regione, venne tre anni addietro assegnato pure agli arresti domiciliari per detenzione illegale di alcune pistole ereditate dal padre, fatto per il quale è tuttora sotto processo.

CORRUZIONE ELETTORALE - A far finire ora nei guai i due amministratori pubblici rendesi del Pd,accusati di corruzione elettorale, ma non aggravata dal metodo mafioso (la procura di Catanzaro ha fatto sapere di voler impugnare il provvedimento del gip), sono state numerose e compromettenti intercettazioni telefoniche, le dichiarazioni di alcuni consiglieri comunali e, soprattutto, le carte che raccontano la storia della società Rende 2000, poi diventata “Rende servizi”. La società cooperativa a responsabilità limitata, che si occupava di lavori edili, pulizia, custodia, servizi ecologici di tutela ambientale, è stata costituita il 25 febbraio del 1999. Il 19 giugno del 2002 è risultata aggiudicataria delle gare di appalto per l’esecuzione dei servizi pubblici di raccolta rifiuti e manutenzione degli edifici comunali per un valore annuo di 940mila euro.

LA RENDE SERVIZI SRL - Dall’anno 2000 al 2008 il numero dei dipendenti è aumentato in modo sensibile passando da 63 a 171 unità. Il volume di affari ha viceversa avuto un percorso ondivago passando da un milione 742mila euro del 2002 a due milioni 351mila nel 2007, attestandosi, poi, nel 2008 a un milione 860mila. Il 27 settembre del 2008 tutti i dipendenti della società cooperativa sono stati licenziati e riassunti, due giorni dopo, nella neo costituita “Rende servizi srl” con socio unico a totale partecipazione comunale. L’elenco dei dipendenti non ha bisogno di particolari approfondimenti: vi figurano, infatti, persone sottoposte ad indagini per vari titoli di reato e loro parenti diretti.

Carlo Macrì
(c.macri@corriere.it)

mercoledì 9 maggio 2012

La carovana antimafia fa tappa a Bareggio


Il prossimo 17 maggio dibattito al centro di Via Gallina
IN RICORDO DEI GIUDICI FALCONE E BORSELLINO

Bareggio Continua il percorso della Carovana Antimafia Ovest Milano. Dopo la serie di incontri tenuti lo scorso autunno in diversi centri della zona, e in occasione del 20° anniversario degli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino, è tornato il tempo per riproporre un serio e attento momento di
riflessione sulla criminalità organizzata nei nostri territori.
Questa volta la tappa è a Bareggio, centro dell'hinterland milanese
coinvolto recentemente da decine di arresti contro la 'ndrangheta in seguito all'operazione “Infinito”. L'incontro, organizzato per il giorno 17 maggio alle 21 presso il Centro polifunzionale Martin Luther King di Bareggio, in via Gallina, cercherà di affrontare il problema sia da un punto di vista
culturale, rompere il silenzio omertoso che ormai gravita intorno a
fenomeni preoccupanti legati alle mafie, nonché nel cercare di contrastare l'accettazione di atteggiamenti di arroganza e
rassegnazione che sempre più coinvolgono le giovani generazioni, sia da
un punto di vista pratico, tramite le azioni che le amministrazioni comunali possono mettere in campo, con le buone
pratiche delle associazioni antimafia con il lavoro sui beni confiscati
e nelle scuole.
Saranno presenti alla serata:
ILARIA RAMONI, avvocato, esperta in diritto del lavoro e in legislazione
antimafia, è referente per Milano e provincia e membro dell’ufficio legale nazionale di Libera-Associazioni, nomi e numeri contro le mafie;
GIANNI BARBACETTO, giornalista del Fatto Quotidiano. Nel settembre 2011 ha pubblicato (insieme a Davide Milosa) “Le mani sulla città” (Edizioni Chiarelettere) sulla presenza e gli affari della ‘ndrangheta nel capoluogo lombardo;
dott. MARIO VENDITTI, sostituto procuratore della Direzione distrettuale
antimafia presso la Procura di Milano. Ha guidato alcune delle principali inchieste degli ultimi anni su infiltrazioni mafiose e riciclaggio in Lombardia.
moderatore LUCIANO SCALETTARI, inviato di Famiglia Cristiana, ha
pubblicato nell’ottobre 2010 (insieme a Luigi Grimaldi) il libro “1994, una storia mai raccontata” (Edizioni Chiarelettere)
“Non si può più fare finta di non sapere che, anche qua purtroppo, certe
cose succedono. Creare attenzione, dibattito, consapevolezza e discussione, rompere l'omertà, è il primo e necessario passo per
contrastare il radicamento della criminalità organizzata nei nostri territor è nelle nostre coscienze”, dice Igor Bonazzoli della Carovana Antimafia Ovest Milano. Aderiscono all'iniziativa: ANPI Bareggio, ARCI Paz Castano 1°, Ass. Libertà di cultura, Ass. Punto Rosso Magenta, Comitato soci COOP Bareggio/Settimo M.se, Coord. Genitori democratici Bareggio, IDV Bareggio, PD Bareggio, PRC Bareggio, Unione Sindacale di Base, Verdi Bareggio

F.V.
CittàOggiWeb

“I 100 PASSI DEI SINDACI” IN RICORDO DI PEPPINO IMPASTATO


”Dobbiamo dare impulso a un nuovo Comitato di Liberazione nazionale, a una nuova Resistenza contro l’invasione delle mafie nel nostro Paese. I sindaci e l’Anci sono inprima fila”. Lo ha detto il presidente dell’Anci, Graziano Delrio, nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa ‘I 100 passi dei Sindaci in ricordo di Peppino Impastato’.

A 34 anni dall’uccisione di Peppino, infatti, il 9 maggio prossimo Avviso pubblico e l’Associazione Casa memoria Felicia e Peppino Impastato hanno organizzato una marcia simbolica a Cinisi, che percorrera’ i 100 passi che separavano la casa di Impastato da quella del boss Badalamenti, mandante del suo omicidio. E quest’anno alla marcia, insieme con sindacati, cittadini e associazioni del terzosettore, ci saranno anche i sindaci. Perche’, ha spiegato Delrio, ”serve un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale, che unisca le forze dei cittadini, delle associazioni, delle istituzioni e dello Stato per liberarci da un’invasione, quella delle mafie, che toglie liberta’ e futuro ai nostri figli, inquina l’economia e coinvolge tutto il Paese, non solo il Mezzogiorno”.

C’e’ bisogno, per Delrio, ”di nuovi partigiani che combattano per questo ideale. Come Anci – ha ricordato Delrio -abbiamo gia’ iniziato a farlo concretamente nel 2010, con la sottoscrizione di un protocollo per la legalita’ che coinvolge tutti iprimi cittadini. Stiamo anche lavorando anche con l’Autorita’ per la vigilanza sui lavori pubblici, e definendo un codice etico da farsottoscrivere ai nostri amministratori”. L’appuntamento di Cinisi, inoltre, fa il paio con quello del prossimo 23 maggio, ”quando i sindaci saranno nuovamente in Sicilia, a Capaci, per ricordare Falcone e Borsellino insieme a 300 studenti provenienti da tutta Italia”, ha spiegato Delrio.

Alla conferenza stampa di presentazione delle iniziative perricordare Peppino Impastato ha preso parte, tra gli altri, suo fratello Giovanni: “Abbiamo lanciato questo appello agli amministratori – ha spiegato – perche’ le istituzioni non sono tuttemarce, ci sono persone e sindaci che rischiano moltissimo ogni giorno e che combattono per la legalita’, e noi vogliamo sostenerli con tuttele forze”.

“La manifestazione di quest’anno – ha aggiunto – vuole essere un riconoscimento ai sindaci e agli esponenti delle istituzioni che, in risposta alla decisione del sindaco leghista di Ponteranica, nel 2009,di eliminare ogni riferimento di Peppino dalla biblioteca comunale del paese, hanno dedicato strade, piazze e siti alla sua memoria. Inoltre, l’edizione di quest’anno intende coinvolgere maggiormente le realtà’ locali, a cominciare dagli studenti delle scuole, che animeranno un corteo ad hoc che confluira’ poi in quello dei sindaci, degli amministratori e delle associazioni locali e nazionali che hannoaderito all’iniziativa”.

giovedì 15 marzo 2012

Don Ciotti : "È il momento di far sentire le nostre corresponsabilità"


In occasione del 17 marzo a Genova, giornata contro le mafie che si svolgerà a Genova, Don Ciotti dichiara:"La società civile, e non solo la magistratura e le forze dell'ordine, faccia la sua parte nel combattere tutto quello che c'è di illegale".

Articolo di: Mentelocale

Foto di http://www.libera.it/


Il fondatore di Libera: «La società civile, e non solo la magistratura e le forze dell'ordine, faccia la sua parte nel combattere tutto quello che c'è di illegale» 
Ogni anno la corruzione pubblica costa allo Stato 60 miliardi di euro: lo ha stimato la Corte dei Conti il mese scorso. Se poi ci aggiungiamo le proiezioni sull'evasione fiscale, gli interessi delle mafie, il riciclaggio e tutte le altre diverse forme di illegalità, si raggiunge un conto totale di circa 560 miliardi di euro l'anno. Tutte risorse sottratte alla collettività, che potremmo usare per creare percorsi di politica sociale, intervenire sulle fasce più deboli della società, meglio educare i nostri figli.
Ecco, uno dei grandi problemi del nostro Paese sta tutto qua. Non si può sensibilizzare, combattere e parlare solo della Mafia, senza riflettere sulla legalità sostenibile che troppo spesso ci ritroviamo a tollerare. Una legalità malleabile, elastica: quella di chi rispetta una legge se gli conviene ma non la rispetta se non gli conviene. È la zona grigia di cui parlava Primo Levi: quel limbo di confine a metà tra il lecito e l'illecito, tra il giusto e il non giusto, altra faccia dell'ingiustizia quanto l'assenza di diritti.
È arrivato invece il momento di far sentire forte la nostra corresponsabilità: di assumercela tutta, fino in fondo. È arrivato il momento che anche la società civile - e non solo le tante associazioni impegnate come Libera, le magistrature e le forze dell'ordine dello Stato - faccia la sua parte nel combattere tutto quello che c'è di illegale e ci porta a fondo. Dobbiamo mettere insieme energie, idee, gruppi, persone: convincersi che è il Noi che vince. Dobbiamo riprendere a contribuire come cittadini al rinnovamento e al rafforzamento della nostra democrazia, perché ne abbiamo troppo bisogno. Non la democrazia pallida di questi ultimi anni, scolorita dalla politica debole che rende forti le mafie, ma la democrazia come valore: quella che porta con se giustizia e dignità umana, ma che non sta in piedi senza la terza gamba che si chiama responsabilità.
Libera opera per tutto questo dal 1995, da quando raccolse un milione di firme per una proposta di legge a favore del riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. E anche per questo sarà il 17 marzo a Genova, in occasione della XVII Giornata della Memoria e dell'Impegno, ad accogliere centinaia e centinaia di famigliari delle vittime innocenti di Mafia e stringerli in un grande abbraccio, a nome di tutto il Paese.
Arriviamo in una città aperta, porta d'Europa, dopo un lungo cammino di incontri nelle scuole di tutta la regione, da Sanremo a La Spezia, dopo aver incontrato migliaia di ragazzi, educatori, scout, associazioni: realtà piene di fermento, giovani che hanno solo voglia di impegnarsi, porsi delle domande, scendere in profondità e non arrendersi al sapere del sentito dire. Arriviamo in una terra, soprattutto, dove è importante ritrovarsi: una regione con due comuni freschi di scioglimento per infiltrazioni mafiose, un territorio che dimostra una presenza delle mafie al Nord vecchia ormai di 50 anni, quella stessa Liguria da cui proveniva il giovane Dario Capolicchio, studente di Sarzana, innocente ucciso da Cosa Nostra con l'autobomba di Firenze del 1993.
Fonte: www.libera.it

martedì 6 marzo 2012

Sgominato il caln Valle. Milano come Siderno. Manuale di impossessamento dell’Expo. Ma i lombardi non denunciano come i calabresi


Operazione della Dda. In manette don Ciccio Valle e le famiglia di Cisliano. Tentavano di investire nell'Expo


Milano, 2 luglio 2010 - Una maxioperazione da 250 uomini e 2 anni di lavoro in stile Siderno, o Locri. Non sono iperboli giornalistiche queste, ma le parole precise del procuratore aggiunto di Milano Ilda Bocassini. “Bisogna mettersi in testa che un’operazione del genere poteva avvenire tranquillamente a San Luca.” Perché? “Abbiamo riscontrato il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni”.  La maxioperazione ha infatti visto gli arresti per 15 appartenenti al clan dei Valle, legati a doppio filo alla ‘ndrina dei De Stefano, protagonista della faida degli anni Settanta con la potente famiglia Condello. I capi di imputazione sono associazione mafiosa, usura, estorsione, intestazione fittizia di beni. Una fortuna costruita dunque sull’usura. Centinaia gli imprenditori taglieggiati, per tassi di interesse che arrivavano al 20%, e somme prestate fino ai 250mila euro. Il patriarca, Francesco Valle, di 72 anni e i due figli Angela e Fortunato, di 46 e 47 anni, erano i vertici dell’organizzazione e, stando all’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal Gip Gennari su richiesta del pm Boccassini, si occupavano di “erogare i prestiti in denaro alle vittime di usura, di concordare i tassi di interesse, di riscuotere gli interessi usurari attraverso attività di intimidazione, estorsive e violente; di effettuare gli investimenti in attività immobiliari, bar, ristoranti e di individuare i prestanome a cui intestare fittiziamente gli esercizi commerciali e le quote societarie”. Insieme ai tre vertici sono stati arrestati Carmine Valle, Maria Valle, Francesco Lampada, Antonio Domenico Spagnuolo, Alessandro Spagnuolo, Giuseppe Tino, Adolfo Mandelli, Riccardo Cosenza, Bruno Antonio Saraceno, Maria Teresa Ferreri, Santo Pellicano e Giuliano Roncon. E oltre agli arresti sono arrivati i sequestri di 138 immobili, conti correnti e società (i proventi delle estorsioni avevano consentito l’apertura di 15 società), beni per un valore di circa 8 milioni. Gli immobili sequestrati si trovano, oltre che a Milano, a Bareggio, a Cisliano, a Trezzano sul Naviglio, a Rho, a Settimo Milanese, a Como, a Cesano Boscone.

La base operativa era la villa bunker nominata “La Masseria”, dal nome del lussuoso ristorante con tanto di sito web, piscina e palme, situata in via per Cusago al 2, a Cisliano, piccolo paese nelle vicinanze di Milano. Al di sopra del ristorante abitavano 6 membri del clan che sono stati arrestati. Luogo protetto da decine di telecamere, sensori e allarmi, oltre che cani da guardia, e una stanza di controllo monitorata 24 ore su 24 dai luogotenenti del boss Francesco Valle. Era nella “Masseria” che avvenivano i pestaggi agli imprenditori taglieggiati. “Punirne uno per educarne cento”, ha detto il pm Bocassini. Perché infatti gli uomini dei Valle convocavano molti estorti e ne pestavano uno, a dimostrazione. Questi alcuni stralci di intercettazioni contenuti nell’ordinanza, che con piacere pubblichiamo. “Come andiamo?” dice uno degli imprenditori al telefono con un altro. “Andiamo malissimo, Paolo! Come vuoi che andiamo?! Come vuoi che andiamo? C'ho ancora i segni addosso. Anzi, tra un po' ci saranno altri grossi casini!” E poi prosegue “:Ho lasciato 250mila euro di debiti, pensa un po' te! 250 mila euro di debiti!” E ancora “Guarda, io non sto esagerando! Perché qualcuno lo sa già quello che sto dicendo. Ma io non so neanche se mi fanno fare natale!! Perché adesso sai quant'è passato? Un anno e tre mesi che io devo i soldi!” […] “Mi prenderanno la casa, tutto!! Già c'hanno il compromesso in mano! Non lo stanno usando, perché sono intelligenti! Però, fino a quando saranno intelligenti? Capito? Tutto regolare, eh! Compromesso già firmato, eccetera, no? Quello lo fanno figurare come anticipo versato, hai capito?”
Altra abitazione bunker, la villa privata del patriarca, a Bareggio in via Aosta, protetta anch’essa da telecamere e cani rotweiler. Ma l’immobile che invece veniva considerato la “cassaforte” del clan, dove venivano versati i proventi di tutte le attività di videopoker in cui anche – oltre alla ristorazione, locali, edilizia – venivano ripuliti i denari derivanti dalle estorsioni e dalle usure, e questo è situato in una zona semicentrale di Milano, in via Carlo Dolci, zona in cui anche avvenivano i taglieggiamenti. Ma la cosa fondamentale la dice ancora il pm Bocassini, quando spiega che la ‘ndrina operava su base familiare, esattamente con le stesse metodologie della Casa madre calabra. “La cosa che deve fare riflettere” dice “è il completo controllo del territorio.” Anche la dottoressa Falcicchia della Squadra Mobile lo sottolinea, quando dice che nel territorio attorno al bunker c’era un vero e proprio appostamento di vedette che in un’occasione si sono spinte a inseguire l’auto del poliziotto in borghese fino al centro di Milano, per poi fermarlo e chiedergli il motivo per cui fosse passato più volte sotto “La Masseria”. Inoltre, in uno dei passaggi dell'ordinanza c’è scritta chiara e tonda la strategia di impossessamento dei lavori che verranno per l’Expo: “La totale condivisione di interessi tra Adolfo Mandelli (imprenditore del campo immobiliare, tra gli arrestati) e i Valle emerge anche in data 23 gennaio 2009, quando Valle ha contattato Mandelli per avvisarlo di aver ottenuto dal Comune di Pero le licenze per aprire un ‘mini casinò’, una discoteca ed anche attività di ristorazione, in quanto in quella zona il Comune, in virtù del prossimo Expo, aveva intenzione di riqualificare l'area. Tutto ciò è avvenuto anche grazie all'amicizia con Davide Valia (assessore comunale a Pero)”. In un'intercettazione Mandelli dice: «Minchia, meglio di Davide che è a Pero... cosa dobbiamo avere?». Dalle intercettazioni, si legge ancora nell'ordinanza, «è emerso inequivocabilmente che la licenza per il mini casinò è stata ottenuta anche grazie all'interessamento del politico, il quale si adopera pure per altri favori». E in un'informativa della Mobile di Milano si afferma che Valia «si prodigò per far ottenere» a Fortunato Valle «le autorizzazioni per l'avvio di esercizi pubblici e a metterlo in contatto con altri amministratori locali di altri Comuni da lui conosciuti per favorirlo nei suoi affari».

“E’ preoccupante” conclude la Boccassini. “O si sta con lo Stato, o contro lo Stato. La procura sarà durissima. Nei casi borderline, dove non si capisce bene il ruolo delle vittime, la magistratura sarà molto rigida. Quando c'è connivenza la linea della Procura sarà durissima. Non si possono avere alibi.” Delle centinaia di imprenditori lombardi esorti, infatti, neppure uno ha denunciato qualcosa. Le indagini sono state quindi ancora più difficili, potendosi basare esclusivamente sulle intercettazioni ambientali e telefoniche. (g.cat.)
milanomafia

lunedì 12 dicembre 2011

Da Gela contro la mafia


Ignazio Giudice è segretario generale provinciale della Fillea Cgil di Caltanissetta e ci racconta la mafia oggi, la lotta di tanti siciliani per sconfiggerla e le troppe connivenze che la rendono dura a morire

Ignazio Giudice, sindacalista, siciliano e contro la criminalità organizzata. Raccontaci la tua lotta quotidiana....
Mi piacerebbe parlare di impegno per la legalità, affermazione dei diritti, sostegno quotidiano a favore della cultura del lavoro. Tutto questo spesso in Sicilia si è trasformato in lotta contro la mafia. E' accaduto che metter piede in un cantiere non faccia dormire boss mafiosi, chi fa affari con loro e chi, "distrattamente", li copre.
In ogni battaglia ci hai sempre messo il cuore e soprattutto la faccia. E le minacce non sono mancate. Non hai mai avuto paura?
E' bello, e non accade ogni giorno, impegnare il proprio cuore e la propria faccia per tanti altri cuori e tante altre facce, metafora di tante esistenze di lavoratori e lavoratrici che ogni giorno ti danno fiducia ma che, come giusto che sia, non sono disposti a regalartela. Ho scelto l'impegno sindacale, nella società, tra la gente della mia terra, e non posso, oggi, tirarmi indietro, non lo farò per nessuna ragione al mondo. Ho ricevuto tante minacce, una anche davanti a un bar della mia città e non mi sono mai arreso. Quel giorno, davanti ai clienti di quel locale attoniti, parlando sopra alle urla di chi mi augurava quanto di peggio possa accadere alla mia vita, ho risposto che la denuncia del giorno prima (motivo delle minacce del giorno dopo), era più che fondata e che non sarebbe stata l'ultima. E cosi è stato. Ricordo ancora cosa dichiarò a una giornalista del giornale La Sicilia, un imprenditore di Paternò che a Gela doveva costruire un parcheggio per conto del Comune dopo che io denunciai sui giornali locali ciò che di illegale accadeva nel suo cantiere: annunciò una querela per diffamazione. Ecco, a distanza di 4 anni, attendo ancora quella querela. Nel frattempo, l'impresa è stata cacciata dall'appalto per contaminazione mafiosa. Ed è stato il Comune di Gela a sbatterla fuori. Una piccola vittoria, certo, ma inutile se poi la stessa impresa non paga gli arretrati ai lavoratori e per giunta concorre e si aggiudica altri appalti fuori dal comune. Se un'azienda è in odor di mafia lo è sempre e ovunque, questa è una scelta da cui non si torna indietro.
Se ho paura? La paura è una delle compagnie che ti fa ricordare che denunciare e proporre è la responsabilità che ti sei assunto. La paura è nient'altro che una condizione umana.
Come sta Cosa Nostra? 
Dovremmo chiederlo "ai medici" che se ne prendono cura. Ai tanti che fanno finta che Cosa Nostra non esista, che non sia in molti cantieri, nell'imposizione delle forniture, nelle assunzioni in nome della quiete sociale. E' meno forte di prima, certo, e questo grazie alle forze dell'ordine, ai magistrati che infliggono pene pesantissime e anche a poche ma necessarie istituzioni democratiche e politiche che schierano le proprie intelligenze e le energie in modo netto contro il crimine e l'economia controllata. Ma se dovessi giudicare la salute di Cosa Nostra e delle mafie in relazione agli obiettivi del Governo nazionale - che ora intende persino assumere provvedimenti legislativi per indebolire l'uso delle intercettazioni, strumento indispensabile per la lotta alla mafia - allora dovrei pensare che la mafia è un lontano ricordo, perché non compare fra le priorità dell'Esecutivo. Eppure la Mafia è viva e vegeta e il numero dei politici inquisiti e/o già condannati per reati pesantissimi è uno dei più brutti esempi che il nostro paese sta dando. C'è molto da fare e ciò non può essere fatto solo dai magistrati.  
E la Sicilia?
Sono legato da una profonda stima all'attuale Presidente dell'associazione nazionale magistrati di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, e faccio mia una sua riflessione a proposito della Sicilia e della lotta alla mafia da parte di tanti siciliani. Il giudice Tona afferma: "Quella che da altre parti sarebbe stata definita un'autentica guerra civile, io da ragazzo la vivevo come qualcosa di inaccettabile con la quale sembravamo condannati a convivere; fu questo a far scattare in me la voglia di essere protagonista del mio futuro e di quello della nostra terra". Ecco, siamo tanti i siciliani interessati al nostro futuro e per averlo, dando un senso alla vita e all'esistenza, dobbiamo indebolire ciò che è morte e mortificazione delle coscienze. La Sicilia ha un cuore che pulsa in memoria dei tanti caduti nel cammino di liberazione dalla violenza e dal ricatto, ma è anche terra di potenti latitanti e affaristi, e sono convinto che i giovani, anche attraverso i social network, stanno ridisegnando una nuova regione nella quale restare per migliorarla. La natura ha regalato tanto alla Siciliaiani, penso alla storia, ma anche al mare che amo, a noi giovani il compito di non abbandonarla e farla ripartire.
Parlaci delle tante associazioni di base che lottano contro la mafia. Quale salvi e perché? E chi ritieni sia, invece, criticabile?
Partiamo dalla fine della domanda. E' criticabile l'associazione non coerente con i propri fini statutari e sociali, che dice una cosa e opera per fare l'esatto opposto, insomma l'incoerenza crea imbarazzo e non poco, credo che l'incoerenza sociale debba essere isolata e denunciata, perché si trasforma in virus contagioso. Un esempio? Salvo il sindacato che parla di mafia nelle relazioni congressuali e che se incontra mafiosi in un cantiere li denuncia e si rifiuta di iscriverli nel rispetto dei lavoratori onesti e della missione di tutela della legalità su cui si fonda il sindacato. Salvo le associazioni di imprenditori che denunciano la richiesta di pizzo, l'usura e hanno i lavoratori (dalle segretarie agli operai), in regola nel pieno rispetto del contratto nazionale di lavoro. Salvo le associazioni antiracket che si costituiscono parte civile ai processi e che hanno iscritto tra gli associati operatori economici che non hanno lavoratori in nero o part - time che invece lavorano tutto il giorno. Insomma, la domanda è molto interessante e potrei continuare, ma ciò che muove il ragionamento e quindi la scelta etica a favore della legalità è la coerenza e successivamente la convenienza, motivo per cui condivido il sostegno economico agli operatori economici vittima del racket e/o dell'usura. Ora dobbiamo pensare a chi risarcisce i lavoratori vittime di imprese confiscate che spesso l'indomani muoiono, o lavoratori che aiutano nei cantieri a denunciare l'illegalità. Dobbiamo far sì che la legalità convenga. Nel contrasto alla mafia l'equità sociale di trattamento è un obiettivo da perseguire.
Hai una ricetta per una Sicilia, un'Italia, un mondo migliore?
Sarei presuntuoso ad affermare di avere una ricetta, certo ho tanti pensieri per la Sicilia, regione che amo, e per l'Italia, paese per il quale stravedo. Sin dalle scuole elementari ti viene chiesto "cosa è per te un mondo migliore" e negli ultimi anni, leggendo molto, penso che una delle più belle risposte venga fornita da Immanuel Kant a proposito dell'uomo e della bellezza: agisci in modo che ogni tuo atto sia degno di diventare ricordo". Credo che noi siciliani, a partire da Gela, dobbiamo impegnarci in tal senso, in modo da dimostrare di voler contribuire a costruire un mondo migliore. Altrimenti saranno vite senza traccia. Io di ricordi mi nutro.
Stella Spinelli