mercoledì 25 luglio 2012

"VIGLIACCO CHI PORTA I SOLDI ALL'ESTERO"

FONTE: ILSIMPLICISSIMUS (BLOG)

(AGI) Massa Lombarda (Ravenna) - "Se porti i soldi all'estero sei un poco di buono, vigliacco e traditore del tuo Paese". Cosi' Pier Luigi Bersani ha criticato l'atteggiamento di chi, per non pagare le tasse, porta il proprio denaro su conti esteri. Criticando poi l'atteggiamento di chi non paga le tasse, il segretario Pd ha aggiunto: "Se non paghi le tasse solo per buona educazione ti mando l'ambulanza a casa"
Fonte: Agi 

Gli uomini si misurano dalla capacità di essere all’altezza dei propri errori. Ma questo non pare che accada nel ridotto della politica italiana dove salvatori presunti, notabili vibranti e fautori della tecnica siedono pallidi di fronte al disastro: non si spiegano il fallimento delle ricette e nemmeno la ragione per la quale ci hanno creduto. Anzi non riescono più a vedere i confini tra l’inganno e l’autoinganno. 

Così l’unica strada che hanno è quella di far finta di avere ancora fede e barattare l’inferno presente con un paradiso futuro, secondo la mitopoietica brevettata dell’Fmi. Nemmeno il tentativo di immaginare qualcosa di diverso. 

Ma che sia una disperata finzione è evidente, che si perdano nei meandri di quella teologia economica a cui si sono arresi, arrivando a bestemmiarla, potrebbe essere tema di un’amara ironia. Così si rimane stupefatti quando Bersani in una sorta di improprio e peraltro inutile sfogo  dice che chi porta soldi all’estero  e “un poco di buono, vigliacco e traditore del tuo Paese”. Davvero strano quando si massacrano i diritti per compiacere la speculazione, quando ci si inchina ai cosiddetti mercati, quando si fa dell’Europa un feticcio e quando si invocano investimenti stranieri, cioè di traditori dei loro Paesi. E’ vigliacco chi investe i propri soldi dove più gli conviene quando si esalta la logica del profitto e si umilia la socialità? Senza parlare del tappeto rosso che è stato srotolato davanti a un ideologismo ottuso e confusionario dandogli modo di massacrare l’economia reale e seccando le opportunità di investimento.

Ma la frase al di la del suo non senso all’interno del paradigma nel quale agiscono il governo e i suoi fautori, è anche la spia  del livello di disperazione di ciò che resta della politica. Il traditore è la tipica figura che si invoca quando le guerre sono perdute, i regimi si sfasciano, quando il presente rischia di diventare innominabile passato nel giro di un istante. I traditori sono l’archetipo che accompagna ogni crollo, gli infallibili compagni del crepuscolo degli dei. La loro esistenza è censurata nel momento del consenso, come fossero una contraddizione, ma diventa essenziale per dare un qualche senso al fallimento. Eccoli dunque comparire in anteprima in questo dramma del non segretario di un non partito, ma è soltanto un anticipo, un antipasto: fra un po’ ce ne sarà una vera folla. E del resto nessuno odia di più i traditori di chi ha tradito se stesso.

Fonte: http://ilsimplicissimus2.wordpress.com
Link: http://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2012/07/24/i-traditori-dramma-in-un-atto-di-p-bersani/
24.07.2012

martedì 24 luglio 2012

Rosy, a quel Paese vacci tu


Rosy Bindi, maestra della supercazzola democristiana travestita da sinistra, alla Festa Democratica di Ferrara (ma una volta non si chiamava Festa dell’Unità?), forte della Costituzione che probabilmente solo nelle menti bacate degli omosessuali recita
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare
senza distinzioni di preferenza sessuale, ha chiesto ai militanti di ArciGay e ArciLesbica la cortesia di non farsi strumentalizzare. Cosa su cui a onor del vero non chiude occhio Bersani, preoccupato come la Bindi che gli elettori vogliano (non sia mai)
un partito della sinistra, semplice erede del Pci-Pds-Ds, mentre il Pd su cui ho scommesso io, è un partito plurale
A fine intervento Rosy Bindi, stanca di sentirsi dare dell’omofoba e della baciapile (quest’ultimo è un mio personale contributo), smorza i toni:
Ognuno può vivere nel paese che vuole.
Insomma, secondo l’onorevole se qualcosa non ci sta bene possiamo anche emigrare. Rosy sai che ti dico? Stavolta a quel paese vacci tu.

Addio alle armi, la sgridata di Di Paola


C’è un problema delle spese e un problema delle armi. La contraddizione è vistosa. Le armi costano. Costano più delle cure, più delle scuole, più delle case, più della ricerca, più della tutela dei beni culturali. Però passano avanti perché, come dice il competente ministro, “le forze armate si chiamano così perché dispongono di armamento per svolgere il proprio compito” (Il Corriere della Sera, 18 luglio).
L’affermazione è di assoluto buon senso. È la “spending review”(definizione elegante per dire “il taglio di tutte le spese”) che non è di buon senso. Non lo è (non può esserlo) perché è una risposta d’urgenza in un momento che non offre occasioni per riflettere e impone la fretta precipitosa della necessità. Contro la tempesta finanziaria sono state erette barriere difensive di tutti i tipi, a cura dei migliori esperti. Ma il ghibli delle libere scorrerie di speculazione passa sotto e sopra e attraverso tutte le difese, una sabbia globale che arriva dovunque, danneggia i migliori motori e invade spazi che credevamo blindati. Una delle risposte (speriamo che sia giusta, ma non c’è tempo per approfondire la discussione) è di sgombrare in fretta gli spazi invasi, irrigidendo continuamente la linea di difesa, detta “austerità”. Significa tagli e risparmi che forse bloccano il futuro, ma sul momento consentono di sopravvivere, in attesa di notizie. Per ora sono sempre notizie cattive. Che fare? Diciamo che è il momento, che è il destino, che non resta che ostinarsi a sperare. Se non altro, l’enorme problema è fronteggiato da competenti senza interessi propri, e questo non è poco. Uno di loro, però (lo abbiamo appena visto), si chiama fuori . Le parole “di buon senso” che abbiamo citato sono del ministro della Difesa,ammiraglio Di Paola. Dice con fermezza: tagliare? Io no.
Spiega, e la spiegazione, abbiamo visto, è logica. Però la definiremmo subitoirrealistica e pericolosa se la facesse – mettiamo – il responsabile dei Beni culturali.
C’è il rischio che il lettore colga un suono quasi frivolo, comunque leggero, nelle parole “Beni culturali” a confronto con la questione “forze armate”. Eppure è il settore giusto per il confronto. Se abbiamo qualcosa da difendere, in Italia, come base e fonte della ricchezza e della sostanziale stabilta’ della costruzione Italia, sono i Beni culturali.
Scriveva alcuni giorni fa il New York Times: “Ogni mille metri di spazio, in Italia, costituisce un museo all’ aperto più importante o altrettanto importante di ogni altro museo del mondo”. Vuol dire che l’Italia è uno smisurato giacimento di ricchezza. Ma non ci sono posti di guardia di nessun tipo, e cominciano ad arrivare notizie di musei chiusi la domenica. È facile rendersi conto della vastità della perdita. Ma i tagli sono necessari e non ci sono eccezioni.
Però la storia è diversa se torniamo al nostro uomo delle Forze armate. Cito, dalla fonte già indicata, un passaggio della sua intervista: “C’è nell’aria un furore ideologico contro le Forze armate che non mi spiego. La sicurezza è un bene condiviso la cui responsabilità è di tutti. Un Paese come l’Italia non può sottrarsi a questo dovere. Le Forze armate non possono essere meno efficienti. Altrimenti si fa prima a chiuderle”. E più avanti l’ammiraglio ripete: “C’è un chiaro pregiudizio ideologico: se non vogliamo le Forze armate, eliminiamo le Forze armate e non ne parliamo più. Ma gli italiani non la pensano così, come dimostrano i sondaggi”.
Il titolare della Difesa reagisce con fermezza alla questione, per quanto necessaria e urgente, dei tagli. Usa tre argomenti del tutto vietati al ministro della Salute, dell’Istruzione, del Lavoro, e a tutti gli altri ministri ed enti colpiti dagli inesorabili tagli.
Primo argomento: “Chi tocca il mio settore lo fa per pregiudizio ideologico”. Ovvero: per odio verso le Forze armate. Sostituite le parole “Forze armate” con “Sistema scolastico” oppure con “Servizio sanitario nazionale”, e subito capite che una simile affermazione diventa impossibile. Molti di noi hanno obiezioni fortissime a tagli così drastici e così estranei alle questioni drammatiche dei singoli settori, come quelli imposti dalla spending review. Nessuno, però, in nessun campo, aveva pensato di invocare odio o pregiudizio ideologico, che è un modo di bloccare il discorso.
Secondo argomento: “Ma allora abolite le Forze armate, e non se ne parli più”. Ovvero, data la materia, un ricatto esplicito da parte di qualcuno che sa di trattare da un livello diverso dagli altri. Dopo tutto, come ha detto fin dalle prime righe dell’intervista l’ammiraglio, le Forze armate sono armate. E bisogna armarle di più.
Terzo argomento, il sondaggio. È una buona notizia che il riscontro dei sondaggi dimostri che i cittadini italiani, tormentati come sono da un turbine di problemi, restino affezionati ai loro soldati. Ma l’argomento vale più che mai per le scuole, per gli ospedali, e (non solo per i cittadini italiani) a proposito di musei chiusi la domenica e dei monumenti abbandonati.
Il fatto è che l’ammiraglio Giampaolo Di Paola ha reagito in modo intelligente, dal punto di vista del suo interesse di ministro della Difesa: invece di accettare con un sospiro, ha reagito con una sgridata che accusa senza esitazione chiunque pensi di non acquistare gli F35 a decollo verticale (90 aerei, ciascuno del costo di una scuola, o di un centro ospedaliero di rianimazione dotato di avanzata tecnologia), di essere accecato da pregiudizio ideologico contro le Forze armate. Dunque attenti al buon nome.
Ha ragione l’ammiraglio, un pregiudizio c’è. Ma è rovesciato. Si chiamasubordinazione o timore. Tanto è vero che nessuno gli ha risposto, come se il suo non fosse un settore dell’amministrazione diretto dalla politica, ma una regione che sta un po’ sopra lo Stato che arranca e che taglia. Qui (nel dipartimento militare) chi tocca è nemico. Si vede subito che la situazione è segnata da uno squilibrio. Ci sono due vie d’uscita. La prima è che tutti gli altri ministri seguano il modello Di Paola. Perché dichiararsi inferiori e meritevoli di tagli se, con un po’ di grinta militare, è possibile scansarli? La seconda è una urgente, amichevole conversazione del presidente del Consiglio con il suo ministro della Difesa.
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

Morire nelle mani dello Stato


Da fuori non è facile comprendere o almeno avere compassione per chi vive una parte della propria vita dietro le sbarre. Hanno rubato, ammazzato, violentato, il perdono è difficile per le vittime, inimmaginabile per chi si mette nei loro panni.
Io e Federico avevamo la stessa età, non ci conoscevamo, abitavamo a qualche chilometro di distanza, Federico è stato pestato, ammazzato da quattro poliziotti, si chiamano Forlani, Segatto, Pontani e Pollastri. Federico è morto una, due, tre volte. Tutte e tre per mano dello Stato.
Giuseppe era con un amico, un po’ allegri tutti e due, si son messi in testa di fare una zingarata. Giuseppe è morto, nella caserma dei carabinieri di Varese, prima di morire pare sia stato anche sodomizzato. Dallo Stato.
Aldo non era un mafioso, non era un assassino, non era uno stupratore. Aveva una moglie, un figlio, viveva in campagna, coltivava marijuana e la fumava con gli amici. Il cantante della camorra, che spacciava marijuana mescolata ad altre sostanze stupefacenti importate dall’Olanda, è stato arrestato qualche giorno fa. Aldo è morto dopo due giorni in cella di isolamento, Tony Marciano, invece, canta Nun ciamm arrennere, contro i pentiti, che parlano troppo rovinando le fiorenti attività della camorra.
Non mi piacciono i numeri: le persone hanno una vita, degli affetti, un posto nella società, anche se quel posto non esiste più. Ma le storie, come quella di Stefano, si dimenticano in fretta, la gente fuori finisce per annoiarsi. Vorrei parlare di tutti, uno per uno, scavare nelle loro vite, trovare ciò che non va, ciò che non è chiaro, ma anche ai giornalisti più smaliziati sfugge qualche caso e le lungaggini processuali fanno inevitabilmente scemare l’attenzione. Allora forse le cifre qui un significato lo possono acquistare.
L’anno scorso le morti dietro le sbarre sono state 186, 66 suicidi. Tereke Lema Alefech, etiope di 55 anni, si è impiccata un mese fa, fuori aveva ammazzato un’altra donna. Ha fatto bene, meglio così, si penserà. E io di certo non ho il dono del garantismo, ma Tereke si era beccata 18 anni di carcere, chi pagherà invece per la sua morte?
Poco meno della metà degli attuali detenuti nelle carceri italiane è in attesa di giudizio definitivo, 27 dei 66 suicidi del 2011appartenevano a questa categoria. L’anno scorso lo Stato ha sborsato 46 milioni di euro di risarcimenti totali per ingiusta detenzione ed errori giudiziari: lo ha detto il ministro Severino alla Camera, anche questa dovrebbe essere spending review.
Perché in carcere ci si suicida? Perché non si hanno prospettive, quand’anche si venisse assolti la macchia rimane, il reinserimento nella società non è così automatico. Il caso più eclatante fu quello di Walter Chiari, assolto dall’accusa di spaccio, anche a causa del polverone mediatico intorno alla sua vicenda, passò in un attimo da Orson Welles a Tele Alto Milanese.Mancano le strutture, il personale, tutto quello che può garantire a un detenuto un futuro reinserimento al di fuori del carcere: al Due Palazzi di Padova i detenuti si occupano di una splendida rivista, Ristretti Orizzonti, hanno imparato a fare ipasticceri,  offrono tutela legale alle persone senza fissa dimora (spesso ex detenuti), incontrano gli studenti, fanno gli operatori informatici. Ma il Due Palazzi, come il San Vittore della gestione Pagano, è un’eccezione in una situazione generale disastrosa:le carceri italiane sono fuorilegge, lo denuncia l’Associazione Antigone. Dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sono arrivate le condanne per l’Italia nel 2004 come nel 2009: condanna non vuol dire una letterina da Strasburgo, condanna significa che lo Stato deve pagare. Spending review.
Noi siamo fuori. La polizia e i carabinieri forse li abbiamo visti solo per denunciare lo smarrimento di un documento. Se sei bravo, dicono, in galera non ci finisci, di fare quella vita l’hanno scelto loro, rubano, ammazzano, violentano, si drogano, spacciano, cosa pretendono? Il Grand Hotel? Allora perché interessarci di loro? Perché in carcere, nel 2012, ci posso finire io, tu, un amico, un parente, anche tenendo una condotta integerrima, in galera per un caso della vita ci può morire, domani, uno qualunque fra noi. Stefano era sospettato di spaccio, vivo in caserma, morto in carcere. Marcello è morto nel carcere di Livorno otto anni fa, caso archiviato, ricorso respinto dalla Corte Europea, condannato per tentato furto, ufficialmente colto da infarto: a 40 anni, con otto costole rotte, mandibola, sterno e polso fratturati.
In Italia ogni cinque giorni un detenuto si suicida. In media i decessi sono 150 all’anno: per overdose, per omicidio, per cause da accertare. Dal 2000 a oggi 68 guardie carcerarie si sono suicidate. Uccisi, picchiati e umiliati dallo Stato.

L’apocalisse, o forse no!


Monica, mia moglie, mi ha ricordato che l’ideogramma cinese che esprime il concetto di CRISI è lo stesso che rappresenta la parola OPPORTUNITA’.
In questo momento di banche e nazioni e famiglie e modelli allo sfascio, mai come ora c’è lo spazio, la possibilità di un altro sistema, un altro sviluppo, un altro futuro.
Appare evidente che questo modo di trascinare avanti il mondo ha fallito. La crescita, lo sviluppo a tutti i costi, l’espansione a danno del pianeta, non è più praticabile. Ce lo diciamo da almeno trent’anni e le abbiamo provate tutte, pur di perseverare nel “peccato originale” della crescita infinita, per il timore di dover rinunciare, ridurre, perdere qualcosa, qualcuno.
Il risultato è però che oggi, quello stesso Dio Mercato al cui altare abbiamo predicato, pregato, sacrificato il nostro presente, ci chiede il conto, spietato. A saltare per aria non sono più pezzi di società, famiglie disperate che “non arrivano alla fine del mese”. Ora, a saltare, sono banche, grandi imprese, interi pezzi di nazioni. Nazioni intere…
E’ crisi, nera. Ma anche opportunità. Per ripartire, daccapo. Ricominciando a immaginare, praticandolo, un futuro altro e sostenibile. Fatto di sobrietà. Azione collettiva. Pratiche diffuse di socialità e bellezza, convivialità e integrazione.
Fatto di scelte coraggiose, anche, le uniche percorribili in questo scenario di apocalisse perennemente annunciata che ci toglie il fiato, e la speranza di qualcosa di diverso. Altro. Possibile.
Dobbiamo riprenderci il nostro futuro. Mettendo in campo strumenti che in questi anni, nonostante tutto, qualcuno ha sperimentato (con successo) per noi.
Costruiamo dal basso, giorno per giorno, il posto migliore possibile in cui valga la pena vivere. E andiamoci adesso, in buona compagnia.

Marco Boschini

lunedì 23 luglio 2012

Sindaci domani a Roma per protestare contro tagli lineari


"Il decreto sulla revisione della spesa, cosi' come impostato dal governo nella parte dei tagli alla spesa pubblica, non e' accettabile. Per questoprotesteremo davanti Palazzo Madama, il prossimo 24 luglio". Lo annuncia il presidente dell'Anci Graziano Delrio, al termine dell'Ufficio di presidenza.
"Si tratta per ora - afferma Delrio - di tagli lineari e sui servizi, ma non di tagli agli sprechi. Cosi' facendo l'unica alternativa che ci resta e' quella di alzare la tasse". Per questo, ribadisce Delrio, "saremo martedì a palazzo Madama per sensibilizzare i parlamentari sulla situazione". 
Il Comitato direttivo dell’Anci sarà dunque convocato per martedì 24 in via straordinaria e aperto alla partecipazione di tutti gli amministratori: “Ribadiremo il nostro essere favorevoli ad eliminare gli sprechi nella pubblica amministrazione, ricontrattando ad esempio gli impegni con le banche e le assicurazioni e proseguendo sulla strada già tracciata dei costi standard”, precisa Delrio. La contrarietà al decreto, però, “è inevitabile nel momento in cui constatiamo ancora una volta che il testo configura tagli lineari, e non interventi puntuali sugli sprechi”. Si tratterebbe insomma per il presidente dell’Anci di “una nuova manovra, che si aggiungerebbe ai 22 miliardi di contributi già chiesti ai Comuni negli ultimi 4 anni, e che farebbe schizzare al 23% il taglio sulla complessiva spesa corrente del comparto”. Il rischio concreto, in questo caso, “sarebbe l’abbattimento dei servizi, l’innalzamento delle tasse o il dissesto finanziario di buona parte dei Comuni, che a quattro mesi dalla chiusura definitiva dei bilanci si vedrebbero decurtare voci importanti”. Ecco perché, ribadisce Delrio, “chiediamo al governo di accettare la nostra proposta a favore di una vera lotta agli sprechi: ripartiamo dai costi standard, abbattiamo il costo dei contratti con banche e assicurazioni, individuiamo le precise voci di spesa che costituiscono uno spreco”. Il presidente si concentra infine sulle disposizioni del decreto riguardanti le società a partecipazione pubblica: “Ancora una volta siamo davanti a una confusione normativa, che sottende un disegno costante in cui le società pubbliche vengono considerate come centri di inefficienza, e i Comuni come centri di spesa piuttosto che come potenziali volani per la crescita”.

Si invitano sindaci e amministratori partecipanti a confluire alle ore 11.00 in Piazza S. Andrea della Valle, nelle vicinanze del Senato.
 
Per informazioni e possibile chiamare il call center allo 06.88817179 o scrivere a amministrazione@anci.it
 
Fonte: www.anci.it

Dieci mosse anti-traffico dagli Stati generali della green economy

Roma, 16 luglio – Trasporto pubblico, mobilità dolce, veicoli a basse emissioni, biocarburanti di seconda generazione, nuove tecnologie di gestione del traffico, telelavoro, trasporto marittimo a basse emissioni. Questi i principali capitoli del decalogo per realizzare in Italia la mobilità sostenibile e il trasporto verde tracciato a Roma nella prima conferenza degli Stati generali della green economy, previsti a novembre alla fiera di Rimini nell’ambito di Ecomondo. 
Guardando i dati relativi agli indicatori di sostenibilità per il settore trasporti in Italia, spiega il Comitato che ha promosso gli Stati generali, l’Italia, oltre ad essere il primo paese europeo (se escludiamo il Lussemburgo) per numero di autoveicoli privati sul numero di abitanti, è anche quello con le percentuali di trasporto merci su ferrovia più basse. Non solo: tricolore è anche la minore incidenza di trasporto pubblico nelle città, e abbiamo una mobilità ciclo-pedonale sotto la media europea. In questo modo i trasporti italiani, da soli, producono circa un quarto delle emissioni totali di CO2 del paese e determinano il 33% dei consumi finali di energia, rappresentando la seconda voce di spesa al consumo delle famiglie italiane. “L’Italia è il secondo paese manifatturiero europeo – osserva Raimondo Orsini, direttore della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e coordinatore del gruppo di lavoro sulla mobilità degli Stati generali – e possiede leader internazionali nel settore dell’automotive, della cantieristica navale, nel settore elettromeccanico e dell’automazione, ma anche in settori minori come il trasporto a fune o le biciclette”. Insomma, ci sono ampi margini per migliorare, tecnologie comprese. 

Ecco il decalogo per la mobilità sostenibile: 

1. Diffusione di nuovi veicoli stradali a basse emissioni, per un miglioramento nelle emissioni di circa il 30% nei prossimi dieci anni con contributo da parte dei veicoli a gas ed elettrici pari al 18% del parco auto nazionale tra due decenni. 
2. Sviluppo di biocarburanti di seconda generazione non in competizione con la produzione alimentare, raggiungendo la percentuale del 20% nel 2030. 
3. Trasporto marittimo a bassi consumi energetici. 
4. Informazioni tecnologiche al servizio dei trasporti. 
5. Incremento del trasporto pubblico e condiviso (car-sharing e bike-sharing) in aree urbane. 
6. Aumento della mobilità ciclo-pedonale. 
7. Incremento del trasporto metropolitano e regionale su ferro lanciando un programma per le stazioni ferroviarie come nodi della mobilità pubblica. 
8. Aumento del trasporto merci ferroviario. 
9. Politiche insediative “passive”: la mobilità aumenta il suo raggio perché le città, dove avviene il gran numero degli spostamenti, aumentano il loro perimetro e viceversa. È necessario intervenire agendo non solo sulla componente trasporti del problema (dopo) ma anche sulla componente territoriale (prima). 
10. Telelavoro con una riduzione del numero medio degli spostamenti ogni giorno. L’Italia, considerando l’Europa a 15, è ultima in classifica: ha il 3,9% degli occupati in telelavoro contro una media europea dell’8,4%, con la Danimarca al 16%. 

Leggi subito il decalogo integrale e tutte le info sugli Stati generali della green economy!
www.fondazionesvilupposostenibile.org/dtln-1036-Stati_Generali_della_Green_Economy%3A_decalogo_per_vincere_traffico_ed_inquinamento?cid=66323


Egazette